Diario americano #3 | Come fare un film a New York e sopravvivere

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

> Terza puntata

In America e in particolare a New York, oltre che a Los Angeles, si potrebbe dire che sono (quasi) tutti attori. Lo spettacolo, ovvero l’entertainment come si dice qui, è nel dna del popolo americano. Non a caso l’industria dello spettacolo, dal cinema alla musica, alla televisione allo sport, che ne è parte integrale, è oggi il primo settore industriale dopo quello della difesa (e della guerra). A New York e a Los Angeles dove sono rari i camerieri professionisti, salvo nei ristoranti di lusso, i giovani che ti servono sono quasi sempre attori, cantanti, scrittori, aspiranti registi. Non sono pagati, ma vivono di mance, che sono facoltative ma di fatto obbligatorie. Su Broadway c’è un ristorante dove i camerieri sono cantanti di musical che non hanno sfondato, obbligati a saltare sui tavoli e cantare uno dietro l’altro da mattina a sera spingendo a prova di ugola negli altoparlanti. Nel Village, a Carmine Street, c’è una pizzeria dove tutti i camerieri sono giovani italiani che studiano qua, molti dei quali aspiranti attori o già attori fuggiti dall’Italia dei raccomandati per cercare di far valere le loro capacità. Uno di loro ha recitato in vari ruoli, anche da protagonista, ma si è stufato della nostra mediocrità e ora studia con un coach per provare a recitare in inglese. Chiedo quanto guadagnano e la risposta è tra 1.500 e 2.000 dollari di mance a settimana. Cifra considerevole perché esentasse. Ma se poi si pensa che vivere qui costa piuttosto caro e studiare ancora di più, alla fine resta poco o nulla. La cosa più difficile che mi trovo ad affrontare nella preparazione del mio nuovo film è la costruzione del cast. Nonostante la crisi che affligge Hollywood, gli attori noti lavorano tutti e poiché molti hanno abbandonato Los Angeles per New York, dove una saggia politica di tax credit ha attratto molti produttori, la lotta per la conquista dei migliori è spietata. Il sistema attoriale americano ha basi solide e complesse molto più del nostro. Ogni attore che si rispetti è “governato” da una triade: l’agente, il manager, l’avvocato. Perché così tanti per una sola persona? Forse perché ognuno dei tre si occupa di cose diverse, ma è anche probabile che questa piramide consenta un maggiore controllo e una maggiore tutela da parte dell’attore sull’agente, che dovendo servire decine di altri clienti può spesso risultare non del tutto affidabile. Più di una volta è accaduto che l’agente non ha avvisato il cliente di una proposta o ha optato per un’altra per lui più remunerativa. Più di una volta un attore ha perso un ingaggio per l’insipienza del suo agente. A me è capitata una storia simile mentre preparavo Prendimi l’anima. Avevo contattato Charlotte Gainsbourg per la parte di Sabina Spielrein e dalla sua agenzia non arrivava risposta. Un giorno, mentre stavo facendo dei provini a Londra, vedo arrivare Charlotte in treno da Parigi, furibonda perché sapeva del progetto che la interessava, ma l’agenzia l’aveva informata con grave ritardo, a tempo scaduto. Sta di fatto che questo sistema piramidale rende la vita dei registi e dei loro casting director un inferno. Perché prima di riuscire a ottenere una risposta, devi faticare non poco e mettere d’accordo la triade che il più delle volte è divisa tra Los Angeles e New York. Proprio in queste ore sto combattendo per contrattare una attrice che mi piace per il ruolo della “life coach” (nuova figura professionale, di invenzione tutta americana, a metà strada tra lo psicoanalista e il problem solving). L’attrice e il suo manager amano il nostro progetto e sono (o almeno sembrano) dalla nostra parte. Ma l’agente preme per progetti più remunerativi e la battaglia è in corso. Se non avessi al mio fianco una casting director eccezionale, Avy Kaufman, che si è innamorata del nostro copione ed è tra le più importanti d’America (da sempre cura i cast dei film di Ang Lee, Ridley Scott, Steven Spielberg, Shyamalan, per citare solo i più noti), credo che difficilmente sarei riuscito a mettere insieme un cast piuttosto straordinario (saremo in grado di annunciarlo a inizio riprese, a metà agosto). Senza l’appoggio di Avy, la cui notorietà e affidabilità aprono varie porte certamente non avrei potuto ingaggiare Ellen Burstyn, che oltre a presiedere l’Actors Studio rappresenta a 78 anni la quintessenza del cinema americano contemporaneo (vedi a proposito la mia intervista a Ellen pubblicata sul Fatto Quotidiano e ripresa da Cinemonitor). Dicevo della battaglia in corso per l’attrice. Giovedì scorso dopo una lunga trattativa, il suo manager da New York avvisa Avy che sarà nel cast, visto che per consentirle di partecipare al nostro film abbiamo persino cambiato piano di lavorazione. Siamo felici. Il pomeriggio di venerdì da Los Angeles chiama il suo agente che dice spiacente abbiamo deciso che non può essere nel vostro cast perché ha impegni prioritari con altre produzioni. Siamo sgomenti. Com’è possibile un simile cambiamento in sole 24 ore? Avy è furiosa, protesta duramente con l’agente. Chiedo di poter parlare direttamente con l’attrice per spiegarle quanto teniamo a lei. Dopo un’ora, da Los Angeles mi chiama il suo agente e mi dà appuntamento la sera per una conference call a tre: lui, io e  l’attrice. Finalmente riesco a parlarle e li convinco a riconsiderare la nostra offerta. Ricomincia la trattativa. Ora stiamo discutendo con la produzione che l’ha sotto contratto perché la liberi, al limite anche di sabato e domenica. Pur di averla siamo disposti a fare gli straordinari. Entro 48 ore avremo la risposta. Vi terrò aggiornati.    

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