Diario americano #4 | Come fare un film a New York e sopravvivere

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

> Quarta puntata

Eravamo rimasti in attesa di sapere come si sarebbe risolta la “puntata” sull’attrice che volevo, contesa da più film. Nonostante il groviglio di decisioni tra i suoi vari manager, agenti e avvocati, la questione è risolta bene, nel senso che avendo tenuto duro sia lei che io siamo riusciti ad averla nel nostro cast. Una decina di anni fa, Wim Venders diceva che per fare un film un regista doveva sapersi destreggiare tra gangster e avvocati. Magari fosse ancora così. Il cinema odierno è molto cambiato. C’è una sola parola utile per comprendere come fare cinema oggi, soprattutto in America: guerra. Fare un film, soprattutto al di fuori dei multimilionari budget hollywoodiani,  è come stare in guerra. Ogni istante devi saper fronteggiare un attacco, un agguato, un’offensiva nemica. Il nemico è la complessità delle azioni e delle cose che stanno attorno ai film. La vastità delle attività parallele e corollarie è impressionante. Mentre sino a una quindicina di anni fa i componenti di una troupe erano ridotti all’essenziale, oggi sono più che raddoppiati. Una volta bastava uno scenografo incaricato della ricerca degli ambienti, oggi insieme a lui interviene un addetto allo scouting delle location, un location manager per stabilire i contatti, oltre a due assistenti sempre allertati per ogni eventuale cambiamento dell’ultima ora. Una volta si girava con una cinepresa, oggi quasi sempre se ne impiegano due. Una volta non c’era il video sul set, ora è essenziale quanto la macchina da presa. Se poi si gira in digitale, come è il mio caso, c’è un digital assistant, incaricato di calibrare le immagini video e controllare le uscite dei vari canali di lettura. Una volta c’era un produttore, un organizzatore generale e un direttore di produzione. Ora i produttori sono spesso numerosi, sopra gli organizzatori c’è la nuova figura del producer line (tipica denominazione di natura industriale). E sopra ancora, a completare la piramide, appaiono i produttori esecutivi, i produttori associati, gli investor. In questo mare magnum di persone che collaborano alla produzione di un film, il regista può sentirsi smarrito. Certamente quello che sto per iniziare è il film più difficile della mia carriera. Più de I Vicerè, che pure è stato un film di dimensioni di gran lunga superiore alla media dei nostri standard. Più di Alla Luce del sole, che abbiamo dovuto girare a Palermo contro il volere della mafia. E persino più difficile di Prendimi l’anima, alla cui progettazione abbiamo lavorato per circa 15 anni. Intanto c’è New York, dove il film è interamente ambientato. New York è senza dubbio la città più faticosa dove lavorare. Soprattutto dopo l’11 settembre per ogni attività, anche la più piccola, ci vogliono decine di autorizzazioni, oltre a infinite procedure per la security. Vuoi girare a Central Park? Bene, prima devi ottenere il placet della direzione del parco, poi dell’ufficio del sindaco addetto al cinema, e non è detto che per certe aree non si debba anche ottenere anche l’ok dell’ufficio del governatore. Vuoi girare in una strada? Prima di ottenere l’autorizzazione, verranno interpellati i residenti, i quali il più delle volte sono poco favorevoli all’invasione delle troupe. E poiché il  loro voto è necessario alle autorità per essere rielette, sarà più importante il loro benestare delle nostre richieste. A confronto di New York, Los Angeles è un paradiso. Lì, tutto è reso più facile grazie a una popolazione abituata al cinema, la cui grande maggioranza vive proprio grazie all’industria dello spettacolo. Oggi questa facilità è resa ancora più ampia per il fatto che in California la crisi occupazionale è devastante, con punte del 40% di disoccupazione. A Los Angeles tutto è disponibile, locali pubblici e privati, ambienti, negozi, centri commerciali, strade e spesso interi quartieri. Ma i newyorkesi non la pensano così e sono soliti dire che a Los Angeles prima ti dicono welcome e appena ti giri aggiungono fuck you. Mentre a New York prima ti dicono fuck you, ma poi di danno il benvenuto.

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata



 

Lascia un commento