Diario americano #6 | America oggi

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

America oggi

Nelle pause di lavoro del film che sto girando a New York visito una serie di istituti e osservatori di politica internazionale presso alcune prestigiose università americane. Incontro docenti, studenti e neolaureati a Yale, Princeton, Columbia, NYU. Mi fido soprattutto delle opinioni dei più giovani, che cerco di sintetizzare in questo articolo. Lo stato di insicurezza che regna sovrano non dipende tanto dal ricordo e dalle conseguenze del tragico 11 settembre, bensì dalla devastante precarietà generata dalla crisi economica. A Manhattan visito gli uffici impolverati e deserti dai quali dettava legge alle banche lo spericolato Madoff, l’ex bagnino di Long Island divenuto guru della finanza prima di essere arrestato per una truffa da 50 miliardi di dollari.
Fa impressione vedere centinaia di postazioni vuote e pensare a migliaia di persone sul lastrico. E’ sufficiente fare un giro per la città per rendersi conto della crisi: negozi e ristoranti chiusi, interi edifici vuoti che nessuno affitta, costo delle case ai minimi storici. L’americano medio non conosce la povertà dai tempi di Eisenhower, ma con Bush e con le guerre che hanno divorato il reddito medio tutto è precipitato. Ormai qui neppure i falchi più reazionari credono che le guerre in Irak e in Afghanistan possano avere un bilancio positivo. Sono guerre perse, come è stato in Vietnam. Obama è costretto ad annunciare il ritiro delle truppe a breve, ma non sarà davvero tale perché sia in Irak che in Afghanistan i governi locali non reggerebbero una settimana senza decine di migliaia di “consulenti” militari, “advisor” e mercenari pronti a difenderli da possibili insurrezioni. Senza contare lo spettro dell’atomica dell’Iran e l’impazienza preoccupata per non dire assillante di Israele. Un laureato a pieni voti di Yale mi spiega che l’America imperialista che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni è giunta al capolinea. Terminato quel percorso, sarà obbligata a ripiegarsi su se stessa. Le accadrà, concorda un laureando di Princeton, la stessa sorte dell’impero britannico, che nel Novecento ha perso una dopo l’altra le sue colonie e i suoi protettorati. L’America che Bush ha lasciato in eredità a Obama è un paese impoverito, che ha speso tutte le sue ricchezze in guerre sgangherate e ora si trova a fare i conti con un’economia a pezzi e un debito mostruoso in gran parte in mano ai cinesi. Non solo quest’America ha perduto ogni guerra dai tempi del Vietnam, ma ha smarrito anche i suoi protettorati nei paesi dell’America Latina, dal Brasile al Venezuela. Laggiù, la Cia in combutta con i regimi più corrotti ha sperperato miliardi di dollari per mantenerli sotto
il giogo dei petrolieri e dei latifondisti. Li ritrova oggi alleati dell’odiata Cuba, della Russia e della Cina. Uno studente della NYU sostiene che l’America di Obama, e per il mondo intero dovrebbe essere un bene, sarà costretta a imboccare nuovi percorsi, a sperimentare nuove alleanze, ad abbandonare le spese folli dei signori delle armi.
Dovrà pensare al proprio territorio come unica risorsa da coltivare, preservare e arricchire, progettando energie alternative e pianificando forme inedite di microeconomia oltre a nuove tecnologie. Non a caso il simbolo della New York odierna non è più la Statua della libertà, ma gli Apple stores dove si radunano ogni giorno migliaia di famiglie per ammirare le ultime trovate dei ragazzi di Steve Jobs. Un trentenne che insegna alla Columbia (mi vengono in mente i nostri professori che in assenza di concorsi diventano tali a cinquant’anni) sottolinea che Obama, per non fare la fine dei fratelli Kennedy, dovrà parare inevitabili colpi di coda. Questi possono arrivare dalle frange estreme, presenti soprattutto negli stati del sud, ma anche alimentati da una cospicua rappresentanza di colletti bianchi, che con la crisi economica hanno conosciuto di colpo l’indigenza. I media conservatori ora accusano Obama di esserne responsabile, dimentichi che lo tsunami di Wall Street è invece nato dalla politica di Bush e del suo mentore guerrafondaio Dick Cheney.
Qualsiasi evento negativo accada ora, come la mostruosa falla petrolifera della British Petroleum, viene imputato a Obama. Proprio perché nero non gli viene riconosciuto il rispetto di cui ha sempre goduto il Presidente degli Stati Uniti, anche da parte degli oppositori. Basta sentire come si rivolgono pubblicamente a lui certi congressman e senatori repubblicani, con epiteti ingiuriosi o violenti sarcasmi, sempre alludendo al colore della sua pelle. Del resto di che stupirsi in una federazione di stati dove ancora circolano indisturbati gli esponenti del Ku Klux Klan, i quali ora più che mai lanciano anatemi e condanne a morte verso uomini e donne solo perchè neri. Il pericolo viene dal potere del denaro, vedi Rupert Murdoch. In Italia veste i panni del democratico (osteggiando Berlusconi per proteggere la sua Sky), mentre qui finanzia la lingua della destra, concedendo i canali della Fox ai reazionari più spericolati. Ostenta un comportamento plateale il conduttore ultrà di Fox tv, Glenn Beck, inneggiando ai “comitati spontanei” afferenti ai Tea Party, trionfatori nelle primarie repubblicane. Annunciano di voler cacciare dalla Casa Bianca “a suon di pedate” il “comunista” Obama. Pronti a imbracciare qualsiasi arma, costoro cercano di strappare consensi anche all’interno delle comunità nere, dove Obama ha ovviamente raccolto il pieno di voti. Chiamano in causa l’ira del Signore, “che non vuole un socialcomunista al governo” e fanno proseliti nelle chiese e nei ghetti. E’ il caso dei reverendi antiabortisti, tra i quali spicca un nipote di Martin Luther King, Alveda King, pronto a giurare che lo zio Martin oggi sarebbe al suo fianco contro quell’Obama, “usurpatore della fede nera”. Come se non bastasse, questi campioni della democrazia spingono avanti l’amazzone incallita Sarah Palin, che nonostante la sconfitta elettorale del 2008 non perde occasione per sputare veleno e lanciare fuoco contro il Presidente dalla pelle nera. La folle che ama farsi fotografare mentre imbraccia fucili a lunga gittata è felice di veder circolare un manifesto in cui sta comodamente seduta sulla poltrona del lustrascarpe e naturalmente il lustrascarpe è il nero Obama.
Sono segnali incendiari pericolosissimi, perché questo è un paese dove tutti possono avere un fucile e dove c’è persino chi custodisce missili portati a casa dai teatri di guerra degli ultimi anni. Anche parecchi ex militari rientrati in patria si sono uniti all’orda “anticomunista”, convinti che alla Casa Bianca sieda un epigono di Stalin e non un democratico, impegnato a ricondurre il paese verso gli ideali fondanti delle origini e al rispetto del dettato di una costituzione illuminata.
 

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