Vedozero: gli adolescenti si raccontano

VEDOZERO | Gli adolescenti ci raccontano chi sono

Io giovane ci sono e sono qui per raccontare chi e cosa sono. Ecco cosa grida immagine dopo immagine VEDOZERO di Andrea Caccia. Che sia una scelta programmata? O soltanto casualità?
Non importa. Settanta adolescenti hanno avuto un telefono cellulare per filmare la realtà che li circonda e se stessi riflessi in un mondo che li ha dimenticati. Le immagini scorrono, lente e sinuose, ripetitive e noiose, senza vera comunicazione né all’interno del gruppo dei pari, né con la famiglia. Gli adolescenti, questi dolci sconosciuti, con chi parlano? Cosa pensano? Cosa sentono? Cosa si aspettano dal mondo? Niente. Sanno che sono fuori ogni meccanismo di relazione col mondo degli adulti e vivono giorno dopo giorno, consumando energie e pensieri rivolti al nulla.
Di chi è la colpa?  Sarebbe facile dire che gli è stato dato un ruolo e che lo rispettano in pieno, ma non basta. Un legame spezzato è reciso da due estremità. Gli adulti vogliono che gli adolescenti siano soli che non abbiano un confronto-scontro con loro. Ecco che basta dargli etichette per restringerli in mondi di superficialità e indifferenza alle cose. Ma gli adulti, la scuola, cosa fanno realmente perché questo non avvenga? L’iniziativa del regista ha di sicuro il merito altissimo di aver cercato un momento di dialogo tra due dimensioni lontane per storia e per volontà. Le vite di questi ragazzi sono state scosse da qualcosa, hanno sentito dentro un fermento, hanno preso un banalissimo telefono cellulare per guardare il mondo e se stessi. Se hanno avvertito il senso di disiorentamento che dilaga attorno al loro non lo so. Ma di certo hanno esperito una consapevolezza che la scuola e la famiglia non vuole o non sa dare. Hanno stabilito un relazione con le cose del mondo, di un mondo non codificato dagli adulti per loro. Hanno filmato -azione banale apparentemente- ma per compiere questa stupidissima azione hanno selezionato, si sono interrogati su cosa filmare e su cosa no, si sono esposti donando allo spettatore il loro punto di vista. Eccezionale. Ci hanno detto che usano sostanze stupefacenti, che soffrono per amore e che si crogiolano perché non vogliono crescere. Che si sentono soli, e che non hanno il coraggio di accogliere questo sentimento. Che mentono e ridono. Che non hanno dialogo con i genitori. Ma che sono vivi. Capaci di interessarsi al racconto, al montaggio. Al fare per essere, tutto il contrario di quanto propone la scuola. Un’esperienza che muterà di certo le loro vite più di tutti gli anni scolastici trascorsi tristemente e al chiuso sui banchi di scuola. Al chiuso, tra i muri di una scuola che non interessa più a nessuno e che non ti permette di esprimerti veramente. Bisogna promuovere queste iniziative e obbligare tutte le scuole a ripetere il lavoro fatto da Caccia nella scuola milanese che, senza i paraocchi degli istituti che hanno rifiutato un tale esperimento per l’uso dei cellulari in classe, si è dimostrata pronta ad accogliere lo spirito di un’esperienza modernistica ed eccezionale: gli adolescenti autori di un prodotto comunicativo meritevole.

 

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