Diario americano #13 | Il tempo e il caso

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

Michael Jackson: “Thriller”. John Landis, il regista di The Blues Brothers, a un anno dalla morte di Michael Jackson racconta come è nato il video della famosa canzone. Un giorno Michael gli telefona e gli chiede se è disposto a dirigere il video per lui. Si incontrano, nasce lo storyboard. Si gira. Ultimate le riprese, Michael inizia a temere che quella maschera sul volto possa spaventare i suoi fans più piccoli. Telefona al manager della casa di produzione e di nascosto a Landis chiede di ritirare e distruggere il girato: quel video non lo vuole più. Landis viene a saperlo. Sale  in auto e corre al laboratorio per arrivare prima dell’inviato del cantante. Ci riesce e prende con sé il girato. Comincia una lenta trattativa per convincere Michael che il video non lo danneggerà, anzi. Finalmente si persuade e dà il via libera al montaggio. Nasce così il video musicale più famoso di tutti i tempi. Non solo i fans di tutto il mondo lo adorano, ma è proprio tra i più piccoli il maggior successo.        
Cinema indipendente. E’ la risposta allo strapotere di Hollywood, ma anche al suo appiattimento su una produzione stereotipata e sempre più lontana dal cinema d’autore. Il cinema  indie, come lo chiamano gli americani, sta proliferando anche grazie alla crisi economica, che ha ridotto i film di grande budget. Gli indie realizzano film a bassissimo costo, il più delle vote con  poche decine di migliaia di dollari. Il finanziamento arriva dalle fonti più disparate, aiuti di famiglia, collette tra amici, private investors in cerca del colpo grosso come al casino. Solo a Sundance lo scorso anno sono arrivate 3500 richieste di presentazione di lungo e cortometraggi, il che dà un ‘idea di quanto diffuso sia il fenomeno. La domanda che sorge spontanea è che fine fanno tutti questi film, c’è qualcuno che poi li vede davvero? La risposta è proverbiale: tutto il mondo è paese. Accade cioè la stessa cosa che accade da noi: li vedranno in  pochissimi, quando va bene nei festival o nelle rassegne locali (in Italia Cinemonitor ne ha censite 854!). Forse ciò che più conta non è tanto essere visti quanto servire da palestra per le giovani generazioni che si affacciano al mondo del cinema e non avrebbero altro biglietto da visita se non appunto il film o il corto girato semiprofessionalmente. 
Il lusso del tempo. Vorrei lavorassero qui certi colleghi italiani che si prendono il lusso di girare in film in un lasso di tempo che spazia tra 10 e 13 settimane, cosa che solo a Hollywood si possono permettere. Il film medio indipendente raramente supera le 5 settimane di ripresa, anche se le ore lavorative quotidiane qui sono 13, dunque 3 più che in Italia. In un’era in cui con l’avvento del cellulari e del web tutto passa rapidissimo e il tempo letteralmente vola, anche i piani di lavorazione dei film subiscono il ritmo della velocizzazione. I produttori esigono che i registi facciano tutto ciò che è umanamente possibile per accorciare i piani di lavorazione. Se è possibile, dicono, devi farlo. E se non ti adegui, o non vieni chiamato a dirigere il film, oppure vieni sostituito.
Dramedy. Termine coniato in televisione e ora mutuato dal cinema e dagli studios, per dire che un film è un mix di dramma e commedia. E’ il genere che va per la maggiore: commedie leggere con una punta di serietà quando non di dramma.  Anni fa, precisamente nel 1983, Billy Wilder venne a trovare Harvey Keitel e me sul set di Copkiller a Cinecittà. Scherzava, pieno di saggezza e di ironia, da quell’insuperabile maestro della commedia drammatica, come per esempio nel meraviglioso Sunset Boulevard. Diceva che il pubblico ama più piangere che ridere. E aggiungeva: "se riesci a dargli entrambe le emozioni, allora hai in mano un buon film".

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