Diario americano #14 | Poveri critici

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

Poveri critici. Li stanno licenziando un po’ ovunque. Del resto di che stupirsi da quando in internet tutti sono diventati critici e ancora prima che un film sia in sala già si possono leggere sul web centinaia di recensioni? Il mestiere del critico (che non dimentichiamolo è innanzitutto un giornalista pagato in quanto tale, il quale proprio perché giornalista dovrebbe informare i lettori, non limitarsi a esprimere giudizi, il più delle volte partigiani) è da tempo decaduto. Quel formato ormai obsoleto, una decina di righe per raccontare un po’ di trama ed esprimere gradimento o meno, non interessa quasi più nessuno. Il lettore non ama che gli si sveli la trama e preferisce arrivare al film “vergine” per farsi una sua opinione, anziché vedersela anticipare da un altro. Un interessante inchiesta di James Wolcott fa il punto sullo stato di crisi della critica americana. La moria di articoli dei critici sulla stampa nazionale è stata sancita come atto di morte dalla rivista on line Salon già agli inizi dell’anno. Qualcosa di simile era accaduto durante la Grande Recessione americana, ma tanti licenziamenti, prepensionamenti e disoccupazione cronica non si era mai vista. Su Salt Lake Tribune il blogger Sean P. Means stila una lista di 65 critici che si trovano a casa senza stipendio. Tra questi alcuni dei nomi più prestigiosi della critica nazionale, da Andrew Harris, del The New Yorker Observer,  Stanley Kauffmann di The New Republic, Todd McCarthy di Variety, David Ansen di Nesweek. Persino testate prestigiose come il New York Times e il Chicago Tribune premono per anticipare l’uscita dei loro recensori. Per non dire dei critici assoldati in tv, ai quali viene richiesto di fare spettacolo, cioè catturare audience, altrimenti vengono messi alla porta senza tanti complimenti. Naturalmente la causa di tutto ciò è ascritta al web: perché pagare i critici, quando il loro stesso lavoro si può trovare gratis in internet? Ovviamente i critici non sono d’accordo, tacciano di incompetenza i lettori-recensori e qualcuno definisce i loro scritti “gasbaggy”. Dal web si risponde che gas e garbage vengono dai critici professionisti e non dai bloggers che esprimono invece, a loro parere, il sentire popolare degli spettatori comuni. Gerald Peary del Boston Phoenix ha girato un documentario dal titolo For the Love of Movies, che mette a nudo il problema e pone a confronto i bloggers e i critici di professione (che paragonano alla “carta igienica” quanto appare sui blog). Perché prendersela con il web, replica Roger Ebert, sostenitore di internet e seguace di Twitter? Il web, dice, ha aperto le porte a una nuova età dell’oro anche per la critica: sono ora migliaia le voci che arrivano da ogni parte del mondo. Dunque perché non essere contenti di avere a disposizione tanta varietà, anziché limitarsi solo a opinioni isolate? Aggiunge:” il vantaggio di internet è creare una gran quantità di letterati e scrittori amatoriali di talento nel senso più ampio del termine” . E conclude: può darsi che tutti costoro non siano in grado di rivolgersi a un pubblico generalista, ma il fatto è che il pubblico generalista, come in televisione, tra poco non esisterà più.

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