Diario americano #16 | Obama, questo sconosciuto

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

Pubblichiamo un articolo del nostro direttore Roberto Faenza, apparso oggi su Il Fatto Quotidiano.

Obama, questo sconosciuto | di Roberto Faenza

A Washington, dove ho appena terminato le riprese del mio nuovo film, incontro uno dei consiglieri di Obama, conosciuto quando negli anni Settanta ho insegnato presso il Federal City College della capitale. Non sono autorizzato a una intervista ufficiale perché solo il Presidente in persona o il suo portavoce Robert Gibbs possono farlo. Sono però autorizzato a riferirne il pensiero, che riassumo in questo articolo. Non è un mistero che l’amministrazione Obama è in difficoltà. Tutta la stampa anche quella a lui favorevole si è fatta insolitamente critica. Per le elezioni di mid term del prossimo 2 novembre, le previsioni danno vincenti i repubblicani contro il partito democratico del Presidente. L’indice di gradimento di Obama è sceso dal 60% al 45%, secondo i sondaggi aggiornati al primo di ottobre. Probabilmente il principale difetto della sua amministrazione è quello di non essere riuscita a comunicare le molte cose buone realizzate. Tant’è che i media, anche i cosiddetti liberal, oggi fanno l’inventario più degli insuccessi che dei successi. Questo deficit di comunicazione discende in gran parte dallo stile dello stesso Presidente: più “british”, serio e pacato, che “american”, come era solito fare Bush, incline ai trionfalismi, anche quando non ne azzeccava una. Proprio perché non abituato a far spettacolo, Obama viene spesso frainteso. E’ di queste ore la polemica sulle dimissioni di Rahm Emanuel da capo dello staff della Casa Bianca, secondo alcuni dovute a contrasti con il Presidente, mentre sono frutto di una scelta condivisa da Obama: correre per la poltrona di sindaco a Chicago. Vero è invece che le dimissioni di una serie di autorevoli collaboratori del Presidente ne hanno indebolito l’immagine, come quelle del potente Larry Summers, tornato a insegnare a Harvard, di Peter Orszag, che ha abbandonato il Bilancio, dell’economista Christina Romer, rientrata in California senza tante spiegazioni. Insieme al consigliere di Obama incontro uno scrittore di successo che lo ha votato, Hall Powell (è tra gli autori della fortunata serie televisiva Law & Order). Il suo pensiero è rappresentativo dei progressisti che si dicono delusi dalla politica del Presidente. Affermano che continueranno a votarlo, o almeno si spera. Intanto però sono tra i critici più severi. Sicuramente nuociono, visto che vengono amplificati a dismisura. Gli rimproverano di aver salvato Wall Street, con una massiccia  politica di incentivi finanziari alle banche in sofferenza, anziché premiare i piccoli e medi imprenditori. Lo accusano di non saper porre termine alla guerra in Afghanistan, di appoggiare il governo corrotto di Hamid Karzai  e addirittura di patteggiare un ritiro onorevole con i talebani, ormai padroni del paese. Sostengono che le tasche dell’americano medio sono vuote perché il governo è incapace di creare profitto e nuovi posti di lavoro. Infine l’accusa più ingiusta: quella che Obama sarebbe soltanto un ottimo “talker” ma un pessimo “doer”, come si dice di chi si destreggia bene a parole ma è inconcludente sul piano dei fatti. Il portavoce di Obama bolla questi critici iperseveri con il termine “professional left”, gente di sinistra scontenta di professione. Costoro mi ricordano certi nostri elettori di sinistra che, delusi dal governo Prodi, nel 2008 hanno disertato le urne senza accorgersi di contribuire alla vittoria del cavalier Berlusconi. E senza ricordare quanto di buono aveva fatto il nostro professore nonostante i vari Mastella e Diliberto. A questo genere di critiche risponde il consigliere di  Obama con una serie di esempi tutt’altro che da “talker”. Partiamo da Wall Street. Se fosse vero che Obama ha favorito le borse e le banche, non verrebbe attaccato ogni giorno proprio dal Wall Street Journal di proprietà del magnate Rupert Murdoch, che in Italia appoggia  i democratici contro Berlusconi, mentre in USA appoggia i repubblicani e persino i reazionari come Sarah Palin. E’ una colpa aver salvato la finanza dalla bancarotta evitando così un disastro epocale? Vero è il contrario: sono i repubblicani che stanno affossando Wall Street, bocciando ogni proposta del Presidente, pur di vincere le imminenti elezioni, incuranti del danno che stanno creando al paese. Semmai Obama ha la colpa di aver traccheggiato troppo a lungo nel tentativo di trovare una mediazione con il partito avverso. Vedi l’estenuante trattativa sulla riforma della salute, poi conclusasi con un secco niet di Mitch McConnell, il capo dei senatori repubblicani, che ha mandato a monte tutto. Tra le critiche fondate, i collaboratori di Obama ammettono l’errore di avere creduto possibile un accordo con i repubblicani su temi fondanti come il salvataggio dell’economia o la riforma del welfare. Stupisce infatti che il Presidente non abbia fiutato la trappola, proprio lui che ha servito a lungo nel Senato americano e avrebbe dovuto conoscerne le strettoie. “Servito” è il termine che usa lo stesso Obama e sarebbe bello lo adottassero anche i nostri deputati e senatori, i quali il più delle volte fraintendono servire con servirsene. Obama ammette di avere arruolato nella sua squadra alcuni collaboratori che avevano lavorato per la fraudolenta Goldman Sachs. Ma solo perchè ritenuti esperti economisti, non essendo tale tipo di professione reperibile tra i sognatori. Anche sulla guerra in Afghnistan le critiche sono discutibili. Si dimentica che è una guerra iniziata da Bush in seguito ai suggerimenti della Cia e del Pentagono, rivelatisi in gran parte pilotati. Una guerra persa in precedenza sia dall’impero britannico che dalla Russia, nonostante Mosca avesse inviato ai confini milioni di soldati prepotentemente sconfitti. I repubblicani fanno campagna elettorale chiedendo a gran voce ulteriori benefici per i ricchi. Esempio eclatante di follia è quel loro supporter che ha paragonato Obama a Hitler perché ha osato aumentare le tasse del 15% a chi guadagna più di cinquecento milioni di dollari l’anno. Una verità di cui lo stesso Obama non riesce a capacitarsi è come mai una consistente parte di elettori non si rendano conto di quanto di buono sia stato fatto in soli due anni di governo. Il suo consigliere ne traccia un elenco. Trenta milioni di americani non benestanti, che se oggi si ammalano non possono essere curati, grazie all’attuale governo potranno finalmente mandare in soffitta una legislazione vergognosa. L’ha visualizzata con ferocia Michael Moore nel suo documentario Sicko, dove si vede un gruppo di indigenti cittadini americani che per essere curati devono recarsi nell’isola di Cuba. L’elenco del buon governo evidenzia che nessuna amministrazione ha fatto meglio di Obama in così poco tempo. Neppure Clinton in otto anni. Eppure i media non lo riconoscono ed è calato il silenziatore su decisioni importanti, come aver posto (quasi) fine alla guerra in Irak voluta dai repubblicani. Pochi si rendono conto dell’importanza di aver costretto la BP a pagare per il disastro ambientale nel golfo del Messico, tralasciando di dire che se fosse ancora al potere Bush, amico dei petrolieri e petroliere lui stesso, certamente si sarebbe comportato in modo ben diverso. Pochi hanno posto l’accento sulla riforma dell’istruzione in atto, grazie alla quale milioni di dollari derivanti dai profitti delle grande aziende e delle banche verranno indirizzati per sviluppare una migliore educazione e la ricerca scientifica. Penso alla nostra Gelmini che potrebbe trarne qualche insegnamento. E ancora: l’amministrazione in carica ha appena varato un piano di aiuti per la piccola e media impresa. Anche il piano di sviluppo per le infrastrutture e per la crescita dell’occupazione è il più importante mai varato sin dai tempi di  Dwight Eisenhower. Per non dire del progetto per le energie alternative, il più massiccio, parole di Obama, “nella storia dell’umanità”. Piano quest’ultimo che azzera i progetti delle lobby nucleari. Anche qui, i seguaci del nostro ex ministro Scajola dovrebbero per lo meno aggiornarsi. Chiedo al mio interlocutore: ma davvero i repubblicani nel 2012 potrebbero candidare una estremista a tratti squilibrata come Sarah Palin contro Obama? Mi risponde che non bisogna sottovalutare la frustrazione dell’elettore medio quando le sue tasche sono vuote, o meno piene di come vorrebbe. E’ il virus della “instant gratification”, il morbo tipicamente americano di chi vuole tutto e subito, anziché ragionare sul medio e lungo termine come è nei progetti di Obama.

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