Diario americano #18 | Università: confronto Italia – Usa

Pubblichiamo un articolo del nostro direttore, Roberto Faenza, apparso oggi su Il Fatto Quotidiano.

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

Nonostante sia più conosciuto come regista, insegno da tempo all’università, prima in USA poi a Pisa e ora alla Sapienza di Roma. Sto anche producendo un documentario sullo stato dell’università italiana, realizzato solo da studenti e giovani laureati, che si annuncia più che mai attuale. Da noi sta divampando la protesta contro la riforma Gelmini, mentre in queste stesse ore Obama sta varando un poderoso piano di rinnovamento dell’intero sistema educativo. Ha capito il presidente americano che l’educazione e la formazione sono il vero motore di un paese. Sua la definizione che rappresentano “la materia prima per l’economia dei nostri tempi”. Da loro dipende il futuro, lo sviluppo, il benessere di un popolo. I guai che incontrerà sul suo cammino la Gelmini derivano non tanto da una proposta riformatrice che non è tutta da buttare, ma dal fatto che non c’è un euro per poterla attuare. E’ una riforma fatta di tagli anziché di prospettive. Obama al contrario ha compreso che senza finanziamenti cospicui  non si migliora la scuola e l’università. Per questo sta lavorando a un piano che non ha eguali dai tempi di Eisenhower: 1,3 miliardi di dollari per rinnovare un sistema educativo ridotto all’agonia dal menefreghismo dell’amministrazione Bush, interessato a pompare dollari nelle casse del Pentagono, ma non in quelle della scuola. Predecessori della Gelmini, i ministri Berlinguer e De Mauro hanno programmato una riforma universitaria basata essenzialmente sul cosiddetto 3+2, finalizzato ad arginare la morìa studentesca. Questa ci ha relegato agli ultimi posti della graduatoria europea con 7 studenti su 10 incapaci di arrivare alla laurea. Stando ai numeri, non sembra che la riforma attuata dai ministri di sinistra abbia migliorato di molto la situazione. Basti sapere che nonostante i cambiamenti introdotti, circa il 20% degli immatricolati già abbandona al primo anno. Per non parlare dei troppi che si accontentano del diploma triennale (quasi inutile sul piano della spendibilità), ma non arriveranno alla laurea vera e propria (un tempo specialistica, ora diventata “magistrale”). Inutile aggiungere che questo lassismo studentesco incide enormemente sui costi di gestione dell’università e sul suo endemico malfunzionamento. Ciò per dire che non tutti i guai dell’università dipendono dall’insipienza dei nostri politici, visto che il corpo studentesco mette un bel carico di suo. Di recente in USA ho visitato una serie di università, in particolare quelle aderenti alla prestigiosa Ivy League (la prima, ora Harvard, è stata fondata nel 1636), dalla Columbia a Princeton. Chiedo quante sono le università americane e apprendo che una statistica precisa non c’è perché sbucano ogni anno come i funghi. Basti pensare che due anni fa in California è nata persino una università per imparare a coltivare la marjuana, la Oaksterdam University, messa in piedi da un ex pusher, tal Richard Lee, un tempo spacciatore in quel di San Francisco. Sembra una follia, eppure uno studio del governatore della California ha evidenziato che il bilancio dello stato sarebbe salvo se fosse introdotta la legalizzazione della cannabis. Provvedimento al quale si sta pensando seriamente. Un censimento del 2004 dichiarava 4236 istituti universitari sull’intero territorio. E’ certo che oggi sono molti di più. In ogni stato c’è almeno un’università pubblica che costa poco per i residenti. Mentre può costare molto per i non residenti e soprattutto per gli stranieri. 18.000 dollari è il costo minimo di una tuition annua per iscriversi a una università di ranking non eccelso (il rating delle qualifiche è dato da una classifica decrescente chiamata “tier”, come per il capitale delle banche: 1, 2, etc.). Le università più prestigiose come Yale o Harvard fanno pagare agli studenti tuition non inferiori a 60.000 dollari. Sono però molto generose con gli studenti davvero meritevoli, che accettano gratuitamente, dopo esami di ammissione rigorosissimi. E’ il caso di uno degli interpreti del film che sto girando in America, Gilbert Onwo, che viene dal Kenia e ha conquistato una scolarship presso Yale per imparare recitazione. Quando lo dice tutti lo scrutano ammirati, come si guarda un genio, tanta è l’eccezionalità di poter entrare a Yale senza pagare. Gli studenti meno geniali di Onwo se vogliono iscriversi in una università privata e non hanno i soldi possono ottenere un loan. Si tratta di un prestito delle banche, che poi si portano dietro tutta la vita come un mutuo, finchè non lo restituiscono. Visitando i college mi stupisce il numero di corsi che si occupano di insegnare letteratura, cinema, televisione, teatro. Le università americane fanno gara a formare i talenti di domani. E’ naturale in un paese dove l’industria dell’entertainment è dominante. Molto richiesti i corsi di tipo scientifico. Una ragazza che intervisto a New York vuole diventare biologa e sogna di lavorare per la NASA. Ha appena acceso un mutuo di 20.000 dollari per frequentare un semestre di specializzazione alla NYU. Le chiedo quando crede di poterlo restituire. E’ ottimista: pensa di trovare lavoro entro due, tre anni. E se non riuscisse? E’ pronta a fare la cameriera in un ristorante, l’occupazione preferita da tanti giovani soprattutto stranieri. Nessuna paga, ma solo mance, che qui sono quasi obbligatorie (20% circa del conto). Consentono a molti di mantenersi agli studi, specie quando i genitori non possono o non vogliono farlo. Con le mance possono arrivare sino a 8.000 dollari al mese esentasse, che è parecchio. Ma se a queste somme aggiungi le rette universitarie e il costo della vita, resta ben poco. Del sistema americano molti sono gli aspetti criticabili e Obama ne è consapevole. Quello che si può apprezzare è che gli studi lì sono una cosa dannatamente seria, inadatti per chi non ha voglia di sgobbare, proprio perché così costosi. Ecco perché gli studenti americani sono più motivati e agguerriti dei nostri: sanno che studiare è un sacrificio estremamente oneroso. Se salti un giro vai fuori. So di dire una cosa impopolare, ma sono convinto che in Italia si dovrebbe introdurre qualcosa di simile per i fuori corso. La mia proposta è che se uno studente va fuori corso per pigrizia o perché non gli interessa studiare, gli anni aggiunti per completare gli studi dovrebbero essere a pagamento. Più tempo impieghi, più paghi. Non vedo perché la comunità intera debba pagare di tasca propria l’inedia degli asini. Basta questo dato appena sfornato dall’ISTAT relativo all’anno accademico 2007-2008: il 62,8% degli studenti giunge alla laurea oltre i termini previsti. Cara Gelmini, urge scovare in Italia qualcuno che la pensi come Obama.

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