L`estate d`inverno | Un film di Davide Sibaldi

 L’estate d’inverno | Il calore di un momento poi di nuovo verso il vento.

Un’opera prima di un talentuoso ragazzo di Milano, Davide Sibaldi, che ha deciso di raccontare una storia su pellicola con le peculiarità proprie del linguaggio teatrale. Tutto si svolge in una stanza e in tempo reale.

Anche i protagonisti sono attori teatrali che provengono dalla Scuola del Piccolo Teatro di Milano. La macchina da presa li studia e analizza per tutti i 70 minuti di durata del lungometraggio spogliandoli poco alla volta delle loro maschere e lasciandoli nudi davanti al pubblico.

La vicenda è quella di un diciannovenne Christian (Fausto Cabra), in fuga dal suo mondo ripreso in un momento del suo viaggio in una notte a Copenaghen. In una stanza d’albergo una prostituta Lulù (Pia Lanciotti), dopo aver “consumato” sesso con questo giovane cliente, acconsente a rimanere per un’altra ora con lui, solo per parlare. Christian  è insistente e Lulù  si fa pagare comunque. Comincia così uno psicodramma dove le confessioni sul proprio passato vengono estorte vicendevolmente e il pubblico si ritrova davanti a due storie che sembrano diventare una sola. Solo i calcoli sull’età non convincono che Lulù sia la madre di Christian, non sembra questa però la traccia importante del loro disagio quanto le sofferenze vissute nel loro passato portatrici di infelicità nel loro presente, complici e colpevoli di scelte sbagliate nella quotidianità dell’oggi. Un’ora di confessioni liberatorie che condurranno ad una nuova visione della sofferenza. L’estate d’inverno. I dolori, infatti, possono far crescere, il passato non si può cancellare, ma si può trasformare per diventare speranza e desiderio di guarigione per una felicità reale.

Il film è stato girato in soli cinque giorni e gli attori non hanno avuto modo di provare altro che sul set, mentre si girava. La storia si svolge attraverso i dialoghi dei due protagonisti chiusi nella stanza d’albergo. Fuori piove, è buio, un temporale rimbomba dentro il luogo chiuso dove però una calda luce accende i colori giallo tenui dell’arredamento. La telecamera osa uscire per riprese esterne solo sporadicamente raccontando la fatuità e lo scorrere dei tempi moderni in contrasto con l’immobilità dell’attimo presente di quella storia in quella stanza che, come se avesse un’anima, indaga, insieme ai personaggi, il passato per guardare al futuro. Il giovane regista, come da note di produzione, ha “una poetica ispirata al cinema psicologico e con uno sguardo orientato al futuro e alle nuove tecnologie, quindi alla possibilità di fare cinema a basso budget senza rinunciare ad una propria interpretazione del mondo e del cinema tout court”. Sicuramente la scommessa del produttore è stata grande: dare spazio ai giovani e Sinibaldi, classe 1987, dimostra talento anche se il rapporto con la telecamera è ancora imperniato di linguaggio da cortometraggio e la volontà di usare lo stile teatrale nel cinema non deve perdersi in dialoghi ripetitivi. Finalmente però siamo di fronte ad una scommessa sul futuro della settima arte e questo regista esordiente promette molto senza contare che questa sua opera prima ha avuto ottimi riconoscimenti ai Festival europei e in giro per il mondo.

Livia Serlupi Crescenzi

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