Et in terra Pax: torna in scena il realismo

Intervista a Matteo Botrugno e Daniele Coluccini | I due registi raccontano in maniera forte ed estremamente reale il disagio esistenziale di una zona di Roma sconosciuta ai più

Si chiama Et in Terra Pax il primo lungometraggio dei due registi romani che da anni realizzano e producono cortometraggi di alta qualità. La pellicola, co-prodotta da Kimera Film e Settembrini Film e finanziata attraverso la  compartecipazione di attori e maestranze,  è stata presentata alle giornate degli autori della 67° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e sarà l’unico prodotto italiano in concorso al Tokyo International Film Festival che si terrà dal 23 al 31 Ottobre nella capitale nipponica. I due registi sono al momento in cerca di distribuzione per far uscire al più presto il film in Italia, forti del grande successo riscosso a Venezia ed  alle anteprime di Roma, doppia proiezione sold out al cinema Farnese, e Milano.
 
La storia è quella di un gruppo di ragazzi della periferia romana di Corviale alle prese con quella che, in fin dei conti, è nient’altro che la vita quotidiana di una realtà difficile anche solo da immaginare. Si intrecciano in maniera nuda e cruda vicende che molto spesso accadono tra i palazzi dei quartieri periferici di tutta Italia e i due registi hanno scelto come ambientazione il serpentone di Corviale proprio perché rappresenta alla perfezione la tipica zona di confine tra lecito ed illecito, amore e odio, guerra e pace. La componente negativa è piuttosto forte, c’è poco spazio per false speranze e per timidi accenni di sensibilità; spesso ci si rifà alla legge del più forte proprio come in quei vecchi film in cui è il branco a farla da padrona.
 
In un intervista a Cinemonitor hanno raccontato come nasce e cosa vuole raccontare il loro progetto ed insieme a loro abbiamo anche fatto il punto sull’attuale situazione del cinema italiano tra i tagli ai fondi per la cultura e le oggettive difficoltà che parecchi giovani con idee valide trovano nell’affacciarsi nel mondo del cinema.
 
Per la vostra opera prima avete scelto un tema piuttosto difficile da raccontare, sia per la durezza dell’argomento trattato che per le difficoltà che si possono avere a mettere in scena una realtà che per molti è sconosciuta. Come nasce Et in Terra Pax e perché la scelta di questa storia e di questo quartiere?                                           
 
Matteo Botrugno e Daniele Coluccini:
Il film è nato quasi spontaneamente. Matteo ha iniziato a buttare giù un soggetto ed il resto è venuto da se, con la complicità dell’ascolto del movimento Gloria: “Et in Terra Pax”  di Vivaldi, che è stato quasi una musa ispiratrice per la realizzazione dell’intero progetto e dal quale il film prende il nome.
Per quanto riguarda l’ambientazione abbiamo sempre visto la periferia come  un luogo di ispirazione, proprio per il modo particolare di viverci dentro e di sentirla propria che caratterizza le persone che in questi spazi urbani sono nate e cresciute. Pur non essendo di Corviale conosciamo parecchie persone ed amici che ci vivono e la curiosità per le storie di cronaca a cui il film si ispira ci ha spinti a prendere in considerazione un fattore molto importante della vita di quartiere: il rapporto che il singolo ha con il luogo in cui vive. Fondamentalmente è proprio in questo che risiede il fascino della periferia e cioè nel rapporto viscerale, quasi morboso e costantemente alternato fra amore e odio che molte persone hanno con il posto in cui vivono. Non in tutti i quartieri succede questo ed il materiale umano che abbiamo trovato a Corviale, avvolto in quello che potremmo definire un semi-disagio esistenziale, ci ha dato modo di partire da un piccolo e magari dimenticato angolo di mondo per arrivare a raggiungere tutti quelli che in queste storie riescono a trovare qualcosa di interessante a livello personale.
 
Parliamo dei personaggi: per quanto riguarda le caratterizzazioni dei vostri protagonisti, c’è stata una ricerca sul campo o avete  studiato a tavolino le varie personalità che partecipano ai fatti raccontati nel film? E come avete scelto le storie che si intrecciano nella trama?

M.B. e D.C. : Inizialmente ci siamo messi ad immaginare come sarebbero potuti essere i nostri personaggi e abbiamo stilato un vero e proprio profilo su ognuno di loro. Poi c’è stata, come è giusto che sia, la ricerca del riscontro con quello che avevamo pensato noi e nei vari sopralluoghi al quartiere, per decidere i posti in cui avremmo girato, ci siamo resi conto di un’inaspettata quanto precisa corrispondenza con tanti ragazzi del posto; è stato quasi incredibile. Addirittura la ragazza della bisca, che avevamo già in mente come uno dei  personaggi chiave,  l’abbiamo ritrovata sul posto a fare esattamente quel lavoro che avevamo pensato per lei e così anche per altri personaggi secondari. Da questo riscontro in loco abbiamo realizzato che il primo lavoro di stesura del copione era stato fatto alla perfezione!
Per quanto riguarda invece le storie raccontate abbiamo inizialmente attinto a fatti di cronaca che nel corso degli anni ci hanno colpito. Nasce proprio da qui la ricerca del realismo che vuole caratterizzare il film: ci piaceva l’idea di raccontare, senza troppi fronzoli, la vita vera, anche se spesso troppo cruda per essere digerita, che quotidianamente caratterizza le periferie di tutta Italia. Ci sono posti che non lasciano troppo spazio alla speranza  oppure molto spesso la speranza, anche se fioca, c’è ma non si concretizza e ne deve conseguire un’accettazione della realtà per come viene. Tutti i nostri personaggi  vivono in una condizione di equilibrio precario, che poi è spesso riscontrabile nei giovani del nostro tempo; e quando questo equilibrio nel film si spezza per una vicenda forte che coinvolge praticamente tutti(non ve la raccontiamo perché speriamo che presto la vediate al cinema!), allora c’è chi riuscirà a vedere qualche segnale di riscatto esistenziale, come a voler segnare l’inizio, seppur non ben definito, di un nuovo corso.
 
Il film è una co-produzione fra Kimera Film e Settembrini Film e per finanziarlo vi siete serviti della compartecipazione di gran parte del cast artistico e tecnico. Ci spiegate di che si tratta e quanto è difficile produrre un film di questo calibro al giorno d’oggi?
 
M.B. e D.C. :
Al giorno d’oggi possiamo dire che è veramente dura riuscire a fare un film di questo livello. Non abbiamo la presunzione di dire che Et in Terra Pax sia un capolavoro universale ma sicuramente è un ottimo film, girato ad altissima qualità e siamo contenti che la critica a Venezia lo abbia considerato un film d’autore come è difficile trovarne in giro, specialmente se autoprodotto. Ringraziamo gli sforzi che la Kimera Film e la Settembrini Film con Gianluca Arcopinto e Simone Isola ( produttori indipendenti, ndr.) hanno fatto e siamo felicissimi della fiducia che ci hanno dato nello sposare questo progetto, che, a conti fatti, tra riprese,  montaggio e  postproduzione è costato circa 85.000 euro. Per arrivare a coprire questa cifra, visto che i fondi dal Ministero non sono pervenuti, ci siamo serviti della collaborazione e più precisamente compartecipazione di quasi tutto lo staff che ha partecipato alla realizzazione del film. Molti attori e molte maestranze hanno rinunciato ad un ingaggio vero e proprio per rientrare come soci nel progetto ed aspettare una percentuale quando si vedranno i primi introiti legati alla distribuzione e messa in sala. Ci teniamo a dire che la difficoltà è data soprattutto del fatto di riuscire a fare questo con dei professionisti veri, attori e tecnici giovani ma di comprovata esperienza che si sono fidati del progetto ed hanno accettato questo tipo di “politica” finanziaria. Si, produrre un film con questo sistema è fattibile ma è un’impresa; uno sforzo tale lo puoi fare una volta sola nella vita e solo se hai davvero un idea che valga la pena spingere così tanto. Sinceramente ci auguriamo che un secondo film ci venga interamente prodotto da qualcuno…
 
Siete ancora in cerca di distribuzione ma già avete riscosso parecchio successo: siete stati una rivelazione alle giornate degli autori al Festival di Venezia ed ora siete l’unico film italiano in concorso al festival di Tokyo. Direi che ne è valsa la pena?

M.B. e D.C. : Questo sicuramente. Per noi rappresentare l’Italia in uno dei festival cinematografici più importanti al mondo come quello di Tokyo è una responsabilità ed un onore indescrivibile oltre che un piacere. Poi il fatto di esserci autofinanziati è anche servito a non scendere a nessun compromesso di tipo produttivo con nessuna grande istituzione e questo fa si che il prodotto che ne è venuto fuori è esattamente quello che avevamo in mente noi. Il successo che sta riscuotendo in giro alle varie presentazioni  e questa candidatura a Tokyo è quindi una doppia soddisfazione. Ora speriamo solo di trovare una buona distribuzione per l’Italia perché fin’ora non abbiamo ancora trovato modo di far uscire il film in sala. Le uniche proposte che abbiamo avuto sono venute dal mercato estero. Una cosa è certa: il film uscirà. A costo di autodistribuirlo e contattare personalmente ogni singolo cinema…
 
A tal proposito che idea vi siete fatti della situazione del cinema italiano? Forse c’è troppa differenza fra l’attenzione che viene data al cosiddetto cinema commerciale rispetto a quella per  le produzioni indipendenti?

M.B. e D.C. : La situazione rispetto a venti o trenta anni fa è sicuramente precipitata. Nel senso che prima le grandi produzioni facevano molti soldi con i film per il grande pubblico e riuscivano a finanziare anche la realizzazione di bei film d’autore. Oggi ci sembra che l’attenzione per questo tipo di prodotti stia scomparendo. O quantomeno i film d’autore riescono a realizzarli solo registi che già sono di un certo livello,  si pensi ai vari Garrone o Vicari. Ne consegue che la considerazione del cinema italiano all’estero va decadendo e infatti esportiamo fuori dai confini sempre meno film. Anche un regista come Sorrentino a  momenti stenta ad avere la considerazione che merita, figuriamoci che futuro possono immaginare di avere registi emergenti che si vedono chiudere in faccia diverse porte; in questa maniera si rischia di perdere i talenti che abbiamo a casa nostra. E poi film come il nostro vengono etichettati come storia banale o “trita e ritrita”. In questa maniera scompare il realismo, il cinema che racconta davvero come vive l’Italia e tutto quello che c’è intorno. Quello che intendiamo dire è che il cinema italiano non è solo raccontare di lucchetti attaccati a ponte Milvio e chiavi gettate nel Tevere, c’è anche molto di più e sarebbe più giusto trovare un compromesso fra i film che si fanno per vendere e quelli che si fanno perché raccontano storie interessanti, vere, reali.
 
di Marco Napolitano

 
:: Trailer ::

 

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