Figli delle stelle | divertire per meditare

Figli delle stelle | Una commedia italiana

Lucio Pellegrini sembra aver realizzato, in questo suo nuovo film, i suoi intendimenti miranti alla rappresentazione della realtà attuale dominata dalla conflittualità sociale. Figli delle stelle è un ritorno al suo primo amore: la commedia. Quest’ultima, però, è un piatto servitoci in agrodolce con toni grotteschi e surreali che richiamano i fratelli Coen, dove la comicità non è il fine, ma il mezzo di cui il regista si serve per invitarci alla riflessione, grazie alla quale ognuno può trarre le proprie conclusioni. Alla base del film vi è il disagio sociale che fa scaturire, in modo sempre più frequente, sentimenti forti di antipolitica, di rabbia e di frustrazione, ma anche voglia di riscatto. E’ proprio questo il motivo che unisce persone, caratterialmente e culturalmente eterogenee, e le spinge a diventare una banda di disperati sognatori: quasi novelli donchisciotte, che per aiutare con i soldi del riscatto, la vedova di un giovane morto sul lavoro, decidono di rapire l’impopolare ministro Gerardi. Purtroppo sbaglieranno non solo la persona, ma anche il nascondiglio, i tempi e i modi. Al posto del Gerardi viene rapito il sottosegretario Stella, un uomo diametralmente opposto, idealista ed onesto, una rarità nell’Italia attuale. Il personaggio è reso magistralmente da Giorgio Tirabassi che lo fa crescere di tono durante lo svolgimento del film, diventandone, quasi la figura centrale. Sarà lui stesso a penetrare nell’indole dei suoi rapitori caratterizzandoli con dei soprannomi.
Ed ecco Pepe (PierFrancesco Favino), un frustrato capellone che finge di insegnare educazione fisica diventare “un bravo ragazzo”; Toni (Fabio Volo), con lo sguardo ricco di tristezza è “il padano”; il romantico Ramon (Paolo Sassanelli) è “il saggio” che è appena uscito dal carcere; mentre Bauer (Giuseppe Battiston) è “il cuoco” nonostante sia un ricercatore universitario di mezza età; infine Marilù (Claudia Pandolfi), fragile e insicura giornalista televisiva, è “l’intrusa”.
Un cast di attori, quindi, che interagisce ottimamente sotto la regia di Pellegrini e che si muove al suono dell’omonima canzone di Alan Sorrenti.
Figli delle stelle vuole essere una commedia umana che, con le sue espressioni dialettali, le goffaggini, gli atteggiamenti di stupore e di rabbia, pur scivolando verso il surreale,   intende comunicare qualcosa allo spettatore: il desiderio di riscatto al di là di qualsiasi banalità. Si può fallire, si può sbagliare, ma l’importante è fare qualcosa che, sollevandoci dalla mediocrità e dall’apatia della nostra società consumistica, sia da esempio agli altri. L’azione di questi Robin Hood in chiave moderna sembra contagiare gli abitanti del paesino di montagna in cui si sono rifugiati: personaggi insoliti e buffi che, scoprendo il rapimento, si uniscono clamorosamente alla banda creando un microcosmo tagliato fuori dalla realtà. Talune immagini e gag sembrano farci ricordare la commedia italiana degli anni Cinquanta: per intenderci quella di Mastrocinque con La banda degli onesti e di Monicelli con I soliti ignoti. Ma siamo su due piani completamente diversi in quanto allora si mirava a ritrarre la società con un atteggiamento di affettuoso paternalismo; ora si vuole essere più coinvolti e militanti.
Pellegrini riesce, quindi, a farci ora sorridere, ora ridere, ma nel momento in cui sembra invitarci alla riflessione, sorriso e riso diventano amari.

 

Lascia un commento