Diario americano #20 | Obama ostaggio dei sindacati

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

Obama ostaggio dei sindacati, da Il fatto Quotidiano del 6 novembre 2010

In queste ore il presidente Obama si sta chiedendo chi potrà salvarlo dalla débacle delle recenti elezioni del 2 novembre. La sconfitta del partito democratico consegna il Congresso ai repubblicani. I piani di rilancio del governo rischiano di trovarsi paralizzati e il presidente potrebbe trovarsi obbligato a patteggiare punto per punto il suo programma, svilendolo inevitabilmente. Per molti potrebbe essere l’inizio della fine e già alcuni osservatori vedono Hillary Clinton a bordo ring. Uno degli interrogativi che assilla Obama è come hanno votato i sindacati (union), la cui precarietà è uno dei punti controversi della sfida in atto. Vediamo chi sono. Se sei italiano o di un altro paese europeo e devi avere a che fare con i sindacati americani per lavorare in USA, sappi che andrai incontro a una iattura. Specie se sei abituato alle nostre regole sindacali. Mi racconta un noto architetto italiano incaricato di rinnovare un locale di prestigio a Times Square di essere stato redarguito per avere spostato un cacciavite. Spettava a un addetto delle union. Idem per un nostro musicista, che ha inavvertitamente cambiato uno spartito. Se realizzi un film qui e il tuo budget è sotto un milione e mezzo di dollari, puoi fare un “film non union” e assumere chi ti pare. Ma se il budget è superiore (il che vale per la maggioranza delle produzioni), come è il caso del film che ho appena finito di girare a New York, si deve sottostare ai loro diktat. Dovrai assumere decine di lavoratori, anche se non hai bisogno. Queste regole però non valgono per le imprese americane che vengono a lavorare in Italia. A loro i nostri sindacati, giustamente, concedono ogni tipo di facilitazione. Peccato che il nostro governo non si impegni a chiedere parità di trattamento, quando siamo noi a lavorare in USA e a portare laggiù i nostri capitali. E’ il retaggio di un antico servile vassallaggio del nostro paese ereditato dalle compagini democristiane. Invece di perpetuarlo, sarebbe opportuno aprire un tavolo di trattative per ottenere una equa reciprocità. Per essere ammesso alle union, i lavoratori devono passare un esame micidiale, presieduto da una commissione esaminatrice. Senza raccomandazioni (anche qui!), o amicizie, o parenti che già ne fanno parte, è impresa ardua superarlo. Essere membri delle union dà diritto a retribuzioni migliori, a pagare meno tasse e soprattutto a spendere meno per l’assicurazione. Senza, non avrai diritto all’assistenza sanitaria. E’ la battaglia che sta mettendo in croce Obama, osteggiata dalle lobbies delle assicurazioni. Mentre da noi è un diritto palese di ogni lavoratore potersi iscrivere a un sindacato, in America è un privilegio, una specie di regalia dispensata dalle union che controllano il mercato del lavoro. Per non parlare di palesi contraddizioni, come quella che sei iscritto a un sindacato nello stato di New York, non puoi lavorare in altri stati e viceversa, salvo deroghe ardue da ottenere. Due sono le union che contano, l’AFL-CIO e il CWF, nato nel 2005 da una scissione della prima. Per le union americane un lavoratore non iscritto non è considerato un lavoratore. Non va difeso, non va protetto, anzi gli viene persino impedito di lavorare. E’ una concezione aberrante del mercato del lavoro. Del resto di che stupirsi, se una union, vedi i potenti Teamsters (il sindacato degli autotrasportatori), è stata guidata per anni da quel Jimmy Hoffa, condannato a quindici anni di carcere sotto l’accusa di collusione con la mafia. Nè aveva fatto meglio il suo predecessore alla guida del sindacato, Dave Beck, anch’egli condannato per corruzione. Hoffa, scomparso misteriosamente dopo il carcere, è stato interpretato al cinema da un benevolo Jack Nicholson. E’ vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma suona un po’ strano che oggi a presiedere il sindacato sia proprio il figlio di Hoffa, James Phillip, quasi avesse ereditato la carica per discendenza. Mentre un tempo i sindacati votavano in maggioranza per il partito democratico, essendo i repubblicani dalla parte dei “padroni”, oggi Obama è consapevole che potrebbe non essere più così. Perché il voto dei sindacati è messo in crisi dall’ascesa dei Tea Party. Sono loro, in parte istigati dalla Santanchè americana Sarah Palin, a soffiare sul fuoco della disoccupazione. Accusano le union di troppa benevolenza nei confronti degli imprenditori. Obama scruta i numeri e constata che la stessa AFL-CIO è in costante declino. Colpa della devastante crisi, lasciata in eredità da Bush. Negli ultimi anni molti lavoratori hanno stracciato la tessera dopo i numerosi licenziamenti e molti altri hanno rimproverato al sindacato una scarsa combattività. Questa critica viene da lontano, se già Adam Smith nel suo celebre saggio sulla ricchezza delle nazioni sottolineava che quando si palesa, prima o poi il sindacato subisce una flessione, che può anche condurlo alla disfatta. Vedremo come si comporteranno le union con il nostro Marchionne quando le trattative per la Chrysler si faranno dure e i sussidi garantiti da Omaba non saranno più sufficienti a scongiurare la disoccupazione. Basta fare una visita a Detroit, ridotta a landa desolata, uno spettro rispetto alla città che era. Ma la cosa più incomprensibile è che milioni di lavoratori fuori union, cioè non protetti, non si organizzino e non creino una propria federazione, capace di rappresentarli per contrastare chi non riconosce i loro diritti. Per non citare il regime repressivo messo in atto dai sindacati quando non ne fai parte. Parlo per esperienza personale. Una mattina, avendo il giorno precedente rimproverato a voce alta alcuni membri della troupe per una serie di inspiegabili ritardi,  mi trovo convocato da una delegazione delle union. Ha deciso di fermare la lavorazione del film, a mio avviso senza alcun diritto. Mi impongono di chiedere scusa in stile vagamente littorio. “Apologize, questo il termine richiesto dalla delegazione. Mi reco sul set e trovo la troupe radunata di fronte alle cineprese. Vengo avvisato che se non obbedisco, la produzione verrà sospesa. Domando di cosa dovrei chiedere scusa e se per caso non dovessero loro a chiederla per una prassi di lavoro spesso esasperante. Di fronte alla prospettiva di far perdere l’occupazione ai loro stessi associati, viene patteggiata una soluzione onorevole per entrambi. Non ci crederete, ma persino i cani, i gatti, o qualsiasi altro animale si voglia impiegare in cinema o in teatro dovrà essere “iscritto” alle union. Succede che nel nostro film sia spesso in scena un piccolo cane, di nome Nigel. L’American Human Association, la cui missione è “No Animal Were Armed” esige la presenza sul set di un suo rappresentante, l’ ”Animal Safety Representative”. Vigilerà affinchè l’animale sia trattato “umanamente”, abbia pasti regolari, non venga sgridato, possa riposare ogni cinque ore e così via. Le farfalle per esempio possono essere usate solo a determinate condizioni che ne garantiscano l’immunità. Mi racconta Harvey Keitel che durante la lavorazione di Monkey Trouble (distribuito in Italia come Il mio amico zampalesta) una scimmia aveva preso a mal volergli, perché un giorno lui l’aveva sgridata. Per riessere riammesso sul set, l’attore  ha dovuto ottenere il beneplacito della scimmia, non so espresso in quale lingua. E’ bello che un popolo si preoccupi tanto degli animali. Stupisce però che avvenga in un paese dove solo nell’ultimo anno sono state mandate a morte 52 persone, vedi l’ultimo caso, proprio in queste settimane, addirittura di una disabile: Teresa Lewis. Sarebbe stata più protetta fosse nata da una larva.

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