Diario americano #21 | Stephen Lang, detto Slang, il cattivo di Avatar

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

Quando Avy Kaufman, la casting director del mio nuovo film mi ha annunciato che Stephen Lang, 58 anni, il colonello Miles Quaritch di Avatar avrebbe fatto parte del nostro cast, credevo che scherzasse. A proposito di Avatar quanti sanno che nel 1915 un regista italiano, Carmine Gallone, ha realizzato un film con quello stesso titolo, ispirato all’omonimo romanzo di Théophile Gautier? Dopo il film di Cameron, Lang, che gli amici chiamano Slang, è diventato uno degli attori più famosi e pagati di Hollywood e non potevo pensare che accettasse di lavorare in un film a basso costo come il nostro. Lo ha divertito l’idea di interpretare una parte del tutto diversa da quelle che gli offrono ora. Niente muscoli, niente cipiglio militare, niente elicotteri mostruosi e roboanti, niente nemici da sterminare. Nel mio film Lang recita il ruolo di un “compulsive gambler”, un perdente, drogato dal demone del gioco, disperato per l’abbandono della moglie che ha appena sposato e ha tradito non con un’altra donna, ma con la roulette del casino di Las Vegas. Mentre giriamo, mi racconta della sua esperienza nel ruolo dell’ormai celebre cattivo di Avatar. Cameron, che è suo amico, gli ha offerto il ruolo scritturandolo per un impegno durato due anni. Un’avventura mai sperimentata prima, in un film 3D, elaborato dal computer fotogramma per fotogramma. Diventato un evento mondiale forse più che un film, con un lancio che non conosce uguali. In Avatar gli attori hanno per lo più interpretato i vari ruoli con un sistema chiamato “performance capture”. Coperti di sensori lungo il corpo, recitano nel vuoto e mimano le scene. Vengono ripresi dagli occhi di 120 tra cineprese e telecamere! Esempio: montano su un cavallo di gomma e mimano di essere su un cavallo alato e volare. Il computer cattura queste immagini e le rielabora. Il cavallo di gomma diventa un cavallo alato o un drago. E il volo sprofonda negli abissi della terra di Pandora o sale veloce verso le sue montagne. L’attore diventa soprattutto un mimo. Il vero lavoro del regista è al computer, affiancato da uno stormo di creativi, tecnici della computer grafica (i migliori oggi sono in Nuova Zelanda), direttori di fotografia, inventori di diavolerie tecnologiche. Per Avatar Cameron, che come è noto possiede anche una flotta di sottomarini, ha brevettato una nuova cinepresa 3D e delle lenti speciali, ora sul mercato per altri film. La Fox di Rupert Murdoch, che grazie agli incassi planetari del film ha ripianato i debiti dei giornali, preme perché Cameron realizzi il sequel di almeno altri due Avatar. Lui resiste. Se dovesse cedere, dovrà scrivere un nuovo copione e cercare di realizzare entro pochissimo tempo il seguito. Chiedo a Lang, che nel primo Avatar è morto nella sfortunata offensiva contro il popolo di Pandora,  se comparirà nel sequel nel caso si realizzasse il sogno della Fox. Perché no? Risponde che se Cameron lo volesse potrebbe sempre “riesumare” il suo dna al computer e portarlo a nuova vita. Magari dandogli un prima della morte in battaglia, oppure un post mortem avveniristico. L’elaboratore è capace di questo e ben altro. Lavorare per la tv, mi dice, non è male. Pagano parecchio più che in cinema. E’ vero che in televisione si lavora a ritmi forsennati, 1 a 3, rispetto al set cinematografico. Ma in compenso è nel piccolo schermo che si acquista la vera popolarità. Per un attore il successo popolare viene più che dai film dalla tv, la quale, specie se a pagamento, in America sta diventando forse più innovativa del cinema. Vedi Lost, e tanti altri titoli trascinanti folle di fans. Quando un film va molto bene in sala viene visto da pochi milioni di spettatori. Ma quando va bene in tv viene visto da decine e decine di milioni. Che fanno la differenza. Ne ho una diretta esperienza nel film che ho appena finito di girare a New York. Vedo cosa succede quando Deborah Ann Woll, tra i protagonisti del film, esce in strada. La aspettano centinaia di fans. L’hanno vista recitare la parte della vampira buona in True Blood, la fortunata serie televisiva prodotta dalla solita HBO. Lang mi racconta di un film che doveva fare e non si è realizzato. Ride perché lo hanno pagato ugualmente. Sono le follie del cinema, quando un attore viene pagato anche se non lavora, in base alla formula “pay or play”. Significa che se hai firmato un contratto o realizzi  il progetto, oppure paghi. Finito di recitare nel mio film, Lang è partito per l’Australia, dove Spielberg, nel ruolo di produttore, lo ha scritturato per recitare in una nuova serie tv a metà tra  futuro e passato. E’ la prova del fuoco per Spielberg, che ha trionfato al box office dei cinema di tutto il mondo, ma sinora ha fallito (nel senso che non ha trionfato) come produttore di televisione. La nuova serie è finanziata dalla Fox, sarà di 13 episodi, a meno che i primi non piacciano al pubblico. Chiedo: perché in Australia? Perché laggiù le varie Film Commission sono estremamente attive e finanziano più che in altri paesi film e serie tv da esportare principalmente nei mercati di lingua inglese. Anche per rompere l’isolamento dell’Australia dal resto del mondo. Lang non è noto solo per i molti film in cui ha recitato, ma anche per le sue performance molto apprezzate in teatro. Dove ha lavorato al fianco di Dustin Hoffman, John Malkovich e anche Quentin Tarantino. In teatro poi ha trionfato, portando in giro per gli Stati Uniti una pièce scritta per i militari: one man show dove, solo sul palcoscenico, interpreta sette ruoli di altrettanti personaggi. Lang è anche membro dell’Actors Studio. E si vede.

 

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