My Son, My Son, What Have Ye Done: il racconto dell’aedo per immagini metropolitane

My Son, My Son, What Have Ye Done | Il racconto dell’aedo per immagini metropolitane

Il delitto più vecchio del mondo? La creazione dell’uomo. Astuzia, ingegno e sagacia, ecco cosa anima il film di Herzog prodotto da David Lynch. La storia narra di un matricidio, rievocando nel tessuto filmico l’omicidio materno per eccellenza: Oreste che uccide Clitennestra, sua madre. Ecco che i toni della tragedia vengono affrontati tutti, sia a livello superficiale, che profondo. Il protagonista del film interpreta Oreste nella messa in scena teatrale dove è protagonista per finzione, a sostegno della finzione stessa del film. Il coro composto da donne, come è solito nella tradizione greca, anima i momenti fondamentali della tragedia sofoclea rievocata nella sceneggiatura; ma fa il verso ad un altro coro – grottesco e infame – che è costituito dai poliziotti da CSI, dalla fidanzata e dall’amico regista del ragazzo. La psicologia di Bred viene sapientemente ricostruita attraverso i flashback innescati dal racconto della fidanzata e dell’amico regista. I flashback sono delle vere e proprie ekphrasis che aprono allo spettatore scenari sconvolgenti, abissi di peccato e di colpe scioccanti, che possono soltanto pietrificare lo spettatore che ha coscienza di questa pesante realtà. Ecco che lo straniamento dei personaggi altro non è che il senso di sgomento e atterrimento che coglierebbe l’uomo, se finalmente avesse percezione di se stesso. Così quasi tutti i protagonisti, improvvisamente, si bloccano e restano, con i loro volti mummificati, fermi in scena. Davanti alla macchina da presa, con la pretesa – toppo ambiziosa per uno spettatore comune – di far comprendere un disagio metafisico e ancestrale, che  l’uomo di oggi ha rimosso in nome di un progresso che fa rima con la parola regresso. In nome della perdita di se stesso, dell’unica cosa per cui valga la pena dare senso alla vita: barattata per soldi, sesso, denaro e potere. Ottimo il cast con attori di qualità, in particolare la lynchiana Grace Zabriskie. Madre atrofizzata in un ruolo castrante che esemplifica il ruolo materno nel suo significato archetipico più aberrante e distonico. Un film dove non resta altro che la follia di un figlio (l’uomo inteso come umanità) generata dalla sua stessa madre (natura).

Valeria Zagami

 

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