La battaglia del Cinema

La battalia del Cinema | Da Il Fatto Quotidiano di oggi, 18 novembre 2010

Le manifestazioni di queste settimane iniziate con l’occupazione della Casa del Cinema e la  spettacolare occupazione del red carpet al Festival di Roma hanno denunciato di fronte all’opinione pubblica le sofferenze dell’intero comparto dell’industria cinematografica del nostro paese.  Le proteste e le rivendicazioni hanno evidenziato una compattezza e una unità di intenti come non si vedeva da decenni. E’ un punto di forza di cui forse le stesse organizzazioni in campo non si rendono del tutto conto. Sul lungo periodo però la diversità delle varie componenti che costituiscono l’ossatura della protesta potrebbe diventare un punto di debolezza, di cui è bene discutere. Non sarebbe la prima volta che la disomogeneità dell’associazionismo e certi inevitabili quanto manifesti conflitti di interessi conducono al suo indebolimento e alla frammentazione. Tra i produttori, possono davvero alzare la testa quei pochi beneficiari del regime di duopolio vigente in Italia, alimentato dalla televisione pubblica e privata? In un domani che si annuncia contraddittorio scenderanno in piazza, si fa per dire, al fianco di quei tantissimi che del salotto buono non fanno parte? La ricchezza del documento presentato alla stampa all’inizio delle proteste farebbe ben sperare, ma i nodi da scogliere non sono pochi né semplici. Leggendo quel documento, si rimane colpiti dalla sua visione d’insieme. Finalmente non si guarda al solo comparto cinematografico, ma lo si colloca nella giusta luce della industria più rappresentativa della modernità: l’industria della comunicazione. La quale va dal cinema alla televisione all’editoria alla rete. Tutti noi, autori, imprenditori e spettatori dobbiamo sicuramente lottare per mantenere in vita il cinema, ma lo dobbiamo fare forti della consapevolezza che non siamo più soli. La nostra passione va proiettata verso un futuro di radicale mutazione e trasformazione. Non comprendendolo, rischiamo di fare la fine di quelle stelle che brillano ma non esistono più. Non è la prima volta che il cinema scende sul piede di guerra, ma le guerre condotte a singhiozzo non portano da nessuna parte. Troppo spesso le rivendicazioni si sono fermate sulla soglia di una prima offensiva, ma si sono poi arenate per un complesso di inferiorità, che il mondo del cinema palesa troppo spesso. Per essere compresi dal resto del paese, è necessario essere capaci di far capire che questa non è la lotta di un gruppo di privilegiati. Il fatto che molti giornali non solo di destra abbiano più di una volta fatto i conti in tasca al cinema, travisando completamente il senso dei dati è la conseguenza di una incapacità di comunicazione. Un esempio per tutti: il cosiddetto “fondo di garanzia”. All’Osservatorio cinema che dirigo alla Sapienza abbiamo raccolto gli articoli usciti in questi anni sulle erogazioni ministeriali. Non ne abbiamo trovato uno, su varie centinaia, che abbia spiegato all’opinione pubblica di cosa si tratti. Non si tratta di una regalìa a fondo perduto, dispensato dallo stato a produttori e autori, come è stato scritto in tutte le salse, squalificando il significato di questa spesa pubblica. Si tratta né più né meno di un investimento che ha il carattere di un mutuo, contratto dalle imprese produttrici. E come tutte le ipoteche va restituita. Se poi un produttore non riesce a restituire il suo bene, il film torna allo stato, andando a costituire il tassello di un patrimonio tutt’altro che trascurabile. Esattamente come avviene per una casa acquistata con un mutuo: se non viene restituito torna di proprietà della banca. Circa un anno fa le associazioni più combattive avevano coraggiosamente avanzato la proposta di vigilare sulle nomine pubbliche di cinema e fiction. Si è però dovuto attendere una recente puntata di Report della Gabanelli per venire a conoscenza di una serie di nomine al limite del grottesco per incompetenza e vassallaggio politico. Allo stesso modo, non si è mai stati capaci di spiegare all’opinione pubblica che questa industria impiega qualcosa come 250.000 lavoratori. Una cifra impressionante, che rappresenta una forza lavoro più grande di molte industrie manifatturiere del paese. Basti pensare che al Lingotto di Torino i dipendenti sono poco più di 5.000. La domanda che sorge spontanea è: come mai un comparto così imponente conta così poco? Come mai di questa grande forza l’opinione pubblica non ha la giusta percezione? Se posso dare una risposta, la  attribuirei al fatto che siamo noi i primi a non avere coscienza della nostra consistenza e ricchezza. Soprattutto, dobbiamo avere meno timore di osare di più. Se la lotta di questi giorni si fermasse o si accontentasse di qualche offerta governativa, come la conferma del Fondo Unico per lo Spettacolo, già ridotto al lumicino, dimostreremmo più velleità che fermezza. Lo stesso varrebbe per la reiterazione di un’esenzione fiscale (tax credit), i cui meccanismi rischiano di privilegiare i forti ma non i deboli. Mi sembrerebbe invece interessante avanzare una giusta rivendicazione nei confronti del ruolo che regioni, comuni e province potrebbero assolvere. E’ in tempo di crisi che occorre allargare il fronte degli interventi economici e premere sulla leva finanziaria. E’ questo genere di iniziative che serve a spingere il volano della ripresa. Un esempio che andrebbe portato a conoscenza delle nostre regioni e delle varie Film Commission che operano a livello territoriale viene dallo stato di New York. In quello stato, fortemente in crisi finanziaria, anzi proprio perché in crisi finanziaria, quasi sull’orlo della bancarotta, è stato da poco varato un megafinanziamento di 5 billioni  di dollari. Dicesi 5 miliardi di dollari, da spendere nell’arco dei prossimi 4 anni, per finanziare al 30% le  produzioni cinematografiche e televisive. Lì si è capito che rappresentano un volano formidabile per creare occupazione e lavoro. Va anche sottolineato che oltre oceano a dirigere organismi tanto importanti vengono scelti donne e uomini (a New York è una donna) sulla base della loro efficienza. Mentre da noi, ahimè, sono chiamati per lo più yes men, nominati sulla base delle loro parentele politiche. Per non parlare della televisione. In tutto il mondo la tv è in fase di grande rinnovamento. La alimentano produzioni spesso innovative e coraggiose, capaci di catturare la collaborazione di registi come Scorsese e Spielberg, o di attori del calibro di Tom Hanks. Da noi la fiction tv, salvo rari esempi, è ferma a un paese irreale, da fotoromanzo, popolato da santini anziché da donne e uomini in carne e ossa. Che dire poi del fatto che l’intero comparto della fiction, vedi la televisione pubblica, è nelle mani di un pugno di imprese, veri e propri clientes che si spartiscono un budget annuo di circa 300 milioni di euro? Uno scandalo di cui nessuno parla. Possono costoro aver la faccia tosta di manifestare e protestare? E’ improbabile, nonostante l’italico trasformismo sia sempre in agguato e nonostante l’abilità di certi contorsionisti del malaffare. Gran parte di un simile misfatto accade anche per nostra responsabilità. Perché non siamo stati sufficientemente capaci di denunciare e vigilare. Voglio essere fiducioso che le odierne rivendicazioni si dimostrino all’altezza della gravità della situazione. Ma è bene diffidare anzitutto di noi stessi, visto che in passato siamo stati troppo poco consapevoli della nostra forza.
 

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