Diario americano #23 | Miscellanea

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

HBO vanta 35 milioni di abbonati. I Soprano è uno dei suoi tanti grandi successi. Seguono a ruota ShowTime con 21 milioni di abbonati, quindi Starz e anche History Channel. Tutti tesi a sbaragliare le cosiddette televisioni generaliste come le “vecchie” NBC, ABC, CBS, in forte calo di ascolti. Le tv a pagamento hanno un vantaggio che consente loro di programmare serie e filmati coraggiosi, spregiudicati, spesso persino innovativi rispetto al cinema. E’ il vantaggio di non avere né censura, né divieto ai minori. Inoltre si tratta di canali quasi del tutto privi di quei micidiali spot pubblicitari che affastellano la tv generalista.

Televisione e innovazione.
I canali americani a pagamento sono pieni di idee nuove. Per questa sete di innovare hanno chiamato a produrre registi come Martin Scorsese (con una nuovissima serie sulla mafia) e Steven Spielberg (con una serie in lavorazione in Australia), oltre ad attori del calibro di Tom Hanks. In tutto il mondo la fiction tv è in fase di grande rinnovamento. Da noi la fiction della televisione, specie pubblica, salvo rari esempi, è ferma a un paese irreale, da fotoromanzo, popolato da santini da anni Cinquanta, anziché da donne e uomini in carne e ossa.

Film Commission. E’ in tempo di crisi che occorre allargare il fronte degli interventi economici e premere sulla leva finanziaria. E’ questo genere di iniziative che serve a spingere il volano della ripresa. Un esempio che andrebbe portato a conoscenza delle nostre regioni e delle varie Film Commission che operano a livello territoriale viene dallo stato di New York. In quello stato, fortemente in crisi finanziaria, anzi proprio perché in crisi finanziaria, quasi sull’orlo della bancarotta, è stato da poco varato un megafinanziamento di 5 billioni  di dollari. Dicesi 5 miliardi di dollari, da spendere nell’arco dei prossimi 4 anni, per finanziare al 30% le  produzioni cinematografiche e televisive. Lì si è capito che rappresentano un volano formidabile per creare occupazione e lavoro. Va sottolineato che oltre oceano a dirigere organismi tanto importanti vengono scelti donne e uomini (a New York è una donna) sulla base della loro efficienza. Mentre da noi, ahimè, sono chiamati per lo più yes men, nominati sulla base delle loro parentele politiche.

Il “metodo”. Quanti sono i metodi di recitazione seguiti dagli attori?  Nel 1931 a New York un gruppo di giovani attori e registi di teatro, tra i quali Sanford Meisner,  Stella Adler, Lee Strasberg, Harold Clurman e altri fondano il  Group Theatre.  Da quel gruppo originario discenderanno altrettante scuole che portano il loro nome o un nome nuovo come l’Actors Studio, fondato in primis da Elia Kazan (su cui Scorsese ha da poco terminato un mirabile documentario).Ogni scuola vanta un proprio metodo, anche se il maestro indiscusso resta il russo Stanislavskij. Ma il saggio più stimolante sul mestiere dell’attore lo ha scritto Diderot nel 1830. Si chiama  Il paradosso dell’attore. Dibatte un quesito sempre attuale: per recitare bene bisogna far leva sull’istinto o sulla ragione? Il saggio nasce dall’interesse di Diderot per la teoria dell’arte drammatica in seguito a una serie di articoli commissionatigli da  David Garrick, celebre attore di teatro inglese. Quando parlavo con Marcello Mastroianni dei vari metodi sorrideva scettico, specie nei confronti di certi estremismi o fanatismi. Per lui, l’unico metodo era una recitazione fondata sulla semplicità e la spontaneità.

Differenza tra italiani e americani. In America a 18 anni i genitori ti salutano, al massimo ti pagano le spese per il college. Ma per lo più se le pagano gli studenti, accendendo un mutuo con le banche, oppure andando a fare i camerieri. Da quel momento in poi sanno che nessuno li aiuterà più, gli darà soldi, gli offrirà un letto in cui dormire. Oltre oceano sanno che devono guadagnarsi da vivere poggiando solo sulle abilità individuali. Tutto ciò crea un’ansia e un’angoscia che sono alla base del dna del sogno americano. La solitudine ti accompagnerà tutta la vita. Lo sai e non potrai fare nulla per cambiare questo stato di cose. L’americano moderno ha ereditato dallo spirito dei pionieri il senso dell’avventura, ma anche la consapevolezza di poter contare solo sulle proprie forze. Mentre da noi esiste sempre la famiglia.
 
I media contro Obama. In particolare Fox News, che è diventato il telegiornale che fa più opinione in America, specie in un momento in cui i grandi network, ABC, NBC, CBS, sono attraversati da una crisi forse senza ritorno.

Girare a Washington, DC. Mi fa una certa impressione tornare a Washington dopo 25 anni, quando negli anni Settanta insegnavo al Federal City College. La città ha un nuovo volto, non più il ghetto dei neri con i quartieri ricchi dei bianchi a Georgetown. Il presidente Obama l’hai riportata a una dimensione più umana e godibile. La cosa che mi ha impressionato di più è il Memorial della guerra di Corea. Con quel commando di soldati americani, scolpiti a misura d’uomo, sparsi nel parco a poche centinaia di metri dal Campidoglio e dalla Casa Bianca. Una “memoria” così impressionante ed emozionante, da convincermi a girare lì una scena del film, dove James, il giovane protagonista, si ferma a osservare quei soldati che sembrano gridare vendetta per una morte prematura e assurda. Come lo sono tutte le guerre, nessuna esclusa.

Gli attori di colore non amano interpretare il ruolo di un gay? Lo verifico nel mio film, dove incontriamo difficoltà a trovare un attore nero per interpretare un gallerista gay. Me lo conferma la nostra casting director, che pure ha lavorato al cast di American Gangster, diretto da Ridley Scott. Film interpretato quasi tutto da attori afroamericani. Preferiscono il ruolo di un gangster, o di un killer, o di un pusher, ma non di un gay. Del resto, mi svela lo studioso giornalista di stanza a New York Antonio Monda, anche Vittorio De Sica si rifiutò di interpretare il vecchio attore omosessuale (allora la parola gay non esisteva) ne I vitelloni, nonostante le suppliche di Fellini. Che poi decise di affidare il ruolo ad Achille Majeroni.

Produttore.
Un eroe che lotta tra mille difficoltà è il vero motore dei film. Eppure nessuno, tantomeno i registi, riconoscono la sua importanza e il suo valore. In Italia la figura del produttore è stata a lungo relegata in un ruolo marginale, dovuto al fatto che la maggior parte dei film, specie quelli cosiddetti d’autore, sono stati finanziati sulla base del nome del regista. Questo ha comportato che i produttori nel tempo sono diventati via via sempre meno importanti dei registi. Dopo la grande stagione dei produttori “storici”, alcuni davvero mitici come Peppino Amato (che ha introdotto al cinema i fratelli De Filippo, Vittorio De Sica e lo stesso Fellini). L’ultimo vero produttore (cioè in grado di decidere se fare o meno un film a prescindere da altri finanziatori) è stato Franco Cristaldi, il quale prima di morire ha però commesso l’errore di voler spingere per una legge che toglieva ruolo al produttore per passarlo al regista. Negli ultimi anni questa politica ha cominciato a mostrare i suoi limiti. Ora si ha l’impressione, anche se ancora incerta, che la figura del produttore stia per tornare a contare. E’ un bene per tutti, perché senza grandi produttori è abbastanza improbabile che vengano partoriti grandi film.

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