Terremoto Wikileaks

Il primo flusso di rivelazioni del sito Wikileaks è dunque arrivato. Ma è soltanto un primo assaggio: un numero limitato di pacchetti di files, circa il 20% delle centinaia di migliaia nelle mani di Julian Assange. Il fantomatico portavoce di Wikileaks è ormai diventato più potente di un capo di stato, perché capace di rivolgersi al mondo intero tramite la rete. Grazie a questa forza, può permettersi di trattare quasi alla pari  con l’amministrazione USA, al momento la sola a essere colpita dalla pubblicazione. Oggi le rivelazioni più importanti riguardano soprattutto il mondo arabo, dall’Irak all’Iran al Medio Oriente. Poco è filtrato sull’Europa e non molto sull’Italia. Fonti bene informate ritengono che saranno messi in rete altri pacchetti di informazioni riservate da diffondere al momento opportuno, dove l’aggettivo opportuno dipende da cui prodest. Certo tutto ciò non giova al Presidente Obama, ma semmai ai suoi oppositori. Poche settimane fa l’opportunità di far conoscere le parti più scottanti di 400.000 files di Wikileaks sulla guerra in Irak era stata concessa all`emittente qatariota Al Jazeera. Fu lei a rompere l`embargo pubblicando i documenti sulle torture e i civili uccisi, provocando l’ira del Segretario di stato Hillary Clinton. Solo gli ingenui possono pensare che dietro a un martellamento così puntuale e scottante ci siano ideali e basta. Prova ne sono le trattative più o  meno sotterranee intercorse in queste ore tra lo stesso Assange e il governo americano. Non a caso il consigliere giuridico del Dipartimento di stato, Harold Koh, ha scritto sabato scorso al capo di Wikileaks, “scongiurandolo” di rinunciare alle pubblicazioni di dossier confidenziali. Potrebbero mettere in pericolo migliaia di vite umane, come quelle del personale delle ambasciate e di tutti coloro coinvolti nelle azioni diplomatiche e di intelligence. Koh rispondeva a una precedente lettera di Assange, che chiedeva di conoscere le ragioni di tanto allarme. E’ stata ascoltata l’accorata replica del consigliere americano? Stando all’attuale diffusione dei documenti sembrerebbe di no. Ma osservando meglio le cose, si direbbe di sì. E’ piuttosto probabile infatti che la trattativa sia ancora in corso e che Assange sia preoccupato di perdere popolarità, ove mettesse davvero a repentaglio la vita e la sicurezza di tante persone. Cosa ci sia realmente dietro Wikileaks e al suo leader nessuno lo sa. Molti lo ritengono una specie di moderno Robin Hood, protetto a Dubai, interessato solo a diffondere verità scottanti. Altri lo accusano di essere al centro di una ragnatela di oscuri  interessi politici ed economici. Quanto potrebbe fruttare per esempio l’ondata di ”esclusive”, come quella concessa ad Al Jazeera e domenica scorsa al  New York Times insieme al Guardian? Nulla secondo Assange. Qualche milione di dollari secondo i suoi detrattori. Di certo c’è che l’organizzazione clandestina di Wikileaks costa centinaia di migliaia di dollari, sia per mantenere i propri server in condizioni di efficienza e segretezza in paesi “extraterritoriali”, sia per rafforzare di continuo la sua intracciabilità informatica. Per non dire del costo delle “talpe”, capaci di trasferire tonnellate di documenti segreti. Non è necessario leggere l’ultimo libro di Umberto Eco per sapere che gli informatori raramente agiscono per ragioni di  buon cuore o per idealismo, quanto piuttosto per vil denaro. In attesa di ulteriori rivelazioni che potrebbero seguire la tecnica dello stillicidio e del dosaggio calibrato, è interessante osservare come funziona la macchina diplomatica e l’intelligence americana. Sicuramente la più costosa al mondo, ma anche la più “permeabile”, a causa della sua complessità e delle sue sterminate ramificazioni. Negli anni ’70, quando insegnavo a Washington D.C. nell’università federale, fui il primo italiano (e per quanto ne so anche l’unico) a utilizzare una legge appena varata, il Freedom of Information Act, che consentiva di sdoganare documenti classificati top secret dell’amministrazione americana, purché non mettessero a repentaglio la sicurezza dello stato. Grazie a quella legge ho dispiegato migliaia di documenti desecretati in un libro pubblicato nel 1978 dalla Mondadori, “Il malaffare”. Malauguratamente non ho avuto la fortuna di Roberto Saviano, perché pochi giorni dopo la pubblicazione la Mondadori, che allora non era di Berlusconi, decise di ritirare il libro dal mercato, preoccupata delle conseguenze politiche e dall’imbarazzo che quei documenti liberati stavano causando. Top secret del Dipartimento di stato e della CIA rivelavano il flusso di denaro che dagli USA veniva elargito ai nostri leader di governo, con tanto di fotocopia dei bonifici e indirizzi delle banche svizzere sui quali venivano accreditati. Da allora non mi sono più occupato di questo genere di cose, preferendo, anche per la mia sicurezza personale, un’altra attività come fare film. Mi è rimasta però una certa conoscenza dei meccanismi informativi americani per cui posso comprendere il marasma provocato dalle rivelazioni odierne di Wikileaks. Le ambasciate americane lavorano all’estero seguendo le attività dei vari paesi in cui risiedono con una capillarità, una meticolosità e una scientificità impressionanti. L’ambasciatore cura i rapporti “istituzionali”, ma vari addetti, accreditati con qualifiche di facciata, raccolgono ogni giorno centinaia di informazioni riservate che vengono poi smistate a Washington alle singole agenzie per cui lavorano. Per restare in Italia, le informazioni più istituzionali vengono cablate all’Italian desk del Dipartimento di stato, mentre gli agenti segreti inviano le loro informative chi alla CIA, alla DIA, o ad altri rami dell’intelligence a seconda del campo operativo. Queste informazioni, frutto di contatti confidenziali, interviste e colloqui con uomini politici, industriali, giornalisti, opinion maker, etc. vanno poi a produrre un flusso informativo di proporzioni enormi. A scoprire questo tipo di documentazione a volte c’è da sbellicarsi dalle risa. Come quando al Dipartimento di stato arrivò la visita di un nostro direttore generale della Rai, che portava un messaggio riservato del premier di allora, con tanto di richiesta di cospicuo “aiuto finanziario” per contrastare le correnti politiche a lui avverse. E’ a questo genere di informative che attinge oggi Wikileaks. Gli esperti americani, consapevoli di tale pericolo, cercano disperatamente di escogitare nuove forme di difesa per il trasferimento dei dati, come complicati algoritmi matematici e sofisticati metodi di criptazione. Ma abili hacker riescono poi a decriptarli oppure a trafugarli, come nel caso dei collaboratori di Assange. Fino alla caduta del comunismo l’Italia era ritenuto un paese strategico, chiave di volta del Mediterraneo. Sin dallo sbarco in Sicilia, organizzato dalla CIA di allora, l‘OSS, appoggiandosi alla mafia di Vito Genovese e don Calogero Vizzini, gli Stati Uniti hanno considerato il nostro paese una specie di nazione a sovranità limitata, spesso inviando nel nostro territorio individui assai poco raccomandabili. Come quel capo-stazione CIA, William Harvey, una specie di cow boy affetto da etilismo cronico, che si aggirava per Via Veneto con una pistola in tasca, pronto a foraggiare tanto avventurosi quanto ipotetici colpi di stato in chiave anticomunista. Oppure pronto persino a infilare microfoni segreti nelle stanze di Papa Paolo VI, ritenuto troppo sbilanciato a sinistra. Per fortuna, con la caduta dell’URSS prima e con l’elezione di Obama poi le cose a Roma sono cambiate e simili individui non ne hanno più mandati. Cosa preoccupa dell’Italia d’oggi a Washington? Non tanto le serate di intrattenimento del nostro premier, come i documenti appena rilasciati da Wikileaks sembrerebbero rivelare. Sono, almeno per ora, documenti innocenti e di scarsa rilevanza. Ma è probabile che si tratti soltanto di “antipasti”. “Vanitoso, stanco, inetto”, come viene definito Berlusconi, è davvero poca cosa rispetto ad altri documenti in mano a Wikileaks sul nostro primo ministro e l’intero governo. Il pasto vero e proprio potrebbe essere oggetto delle prossime puntate, sempre che gli uomini di Assange si decidano a liberare altre migliaia di documenti in loro possesso, ben più preoccupanti. Qualcosa è già filtrato. Il Presidente Obama ha sì elogiato Berlusconi qualche giorno fa per gli aiuti alle missioni militari, ma solo per convenienza. Di Berlusconi non si fida e non certo per quell’infelice battuta sulla sua abbronzatura. Non si fida delle amicizie “particolari” del nostro premier; dei suoi affari con la Russia di Putin, per cui è definito “suo portavoce”. Né si fida dei suoi rapporti con lo stato autoritario di Gheddafi. E si preoccupa degli scandali tipo Finmeccanica, che possono coinvolgere i traffici di armi e tecnologie più o meno segrete che interessano il Pentagono. Alla prossima puntata, se ci sarà, ne vedremo davvero delle belle. Intanto a Washington si guarda con apprensione alla crisi politica italiana. Sarà ancora Berlusconi a guidare il prossimo governo, si chiedono? Non è un mistero che Obama non indica preferenze. Ma tra queste, Mr. B. non c’è.  

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