Séraphine

Séraphine | Un film di Martin Provost

Sèraphine Louis de Senlis, il paese dove più avanti si trasferirà, nasce nel 1864 ad Arsy, Oise, una regione della Piccardia.
Il film che racconta la sua storia, è un film biografico, ma che concentra la sua attenzione più che sull’opera pittorica della donna artista, sul suo spirito e la sua personalità.
Siamo nel 1914: Sèraphine, rimasta presto orfana e cresciuta tra le suore del convento di Saint Joseph de Cluny,  lavora come domestica presso le famiglie borghesi del posto.
 
Nel film il personaggio viene descritto come una donna estranea a qualsiasi manifestazione del mondo reale, timida e poco loquace, quasi rozza nel suo abbigliamento trasandato e nei suoi goffi movimenti.
La giornata di Sèraphine è fatta, giorno dopo giorno, del lavoro domestico, della preghiera, e finalmente, la sera e la notte, nella sua stanza, del suo incontro con la pittura e i colori …
 
Ciò che emerge nel racconto e ciò che in effetti dà un certo spessore a tutto il film di Provost, è il restituirci la figura di questa artista come di una creatura immersa tra misticismo e dimensione naturale: la Santa Vergine, gli alberi, l’acqua, le vetrate colorate della cattedrale di Senlis, sono gli elementi ai quali la pittrice attinge per poi, di notte, esprimere attraverso la forza del colore, la sua dimensione interiore.
 


 

 
 
 

E possiamo affermare, senza dubbio, che l’impostazione iniziale del film, ciò che il regista ci mostra nelle prime scene, avrebbe potuto fare da filo conduttore di tutta la narrazione, mostrandoci, attraverso precisi elementi e inquadrature, quello che avrebbe dovuto essere l’imprint dell’intera visione filmica su questa artista.
Ci riferiamo esattamente alle  scene iniziali:
per i primi minuti non ascoltiamo nessuna voce narrante e nessun dialogo, ma nel buio della sera, intravediamo la figura di Sèraphine muoversi sulle sponde del fiume e sfiorare, con le mani, l’acqua, l’erba, ciò che le sarebbe stato utile per dipingere (ella ricava la materia per produrre i colori dalle erbe, dalla cera delle candele in chiesa, dal sangue delle bestie del macellaio) … 

 
 

… e queste mani, lo strumento che al posto della parola le dà l’opportunità di esprimersi,  continuano ad essere inquadrate nelle scene successive;

entrando in chiesa, frettolosamente si bagnano nell’acquasantiera e ancora

(e questa è forse la più bella scena del film), si muovono in maniera convulsa e agitata
sul suo grembo, quasi non trovassero pace, mentre assiste alla funzione sacra
e mentre sussurra il canto liturgico.
 
 
 

 

L’opera di questa artista è stata definita talvolta come appartenente alla pittura naïve, e ancora, ai primitivi moderni; in effetti è difficile dare una vera collocazione del linguaggio dei suoi quadri e si potrebbe riallacciare ad uno stile puro e primitivo più per il fatto di essere una pittura di getto e istintiva che per quello di rispettare alcune impostazioni stilistiche proprie dell’arte naïve.
 
Séraphine, casualmente, inizia a lavorare presso l’abitazione di un gallerista e critico tedesco, Wilhelm Uhde che si è trasferito a Senlis ; è qui che il critico scopre le opere di Sèraphine e inizia ad interessarsi al suo lavoro.
Uhde è il primo ad acquistare, nel 1905,  un’opera di Picasso all’epoca artista sconosciuto, così come compra, per poco denaro, opere di Dufy, Braque e Derain, organizzando anche la prima esposizione di Henry Rousseau.
Ma lo scoppio della guerra spinge Uhde ad abbandonare la Francia e la donna, incoraggiata a continuare a dipingere dallo stesso critico, rimane sola ancora una volta; Uhde rientra a Senlis verso la metà degli anni venti e ritrova Séraphine che continua a dipingere nella speranza che il critico le organizzi una mostra personale, ma la crisi economica del 1929 riduce anche le possibilità di Uhde di investire in campo artistico.
E’ qui che l’artista, non vedendo realmente concretizzarsi l’apprezzamento del suo linguaggio e dovendo iniziare a rinunciare agli acquisti, tra i quali una casa,  potendo così per la prima volta nella sua vita soddisfare i suoi desideri, inizia a manifestare un reale disagio psicologico e presto, nel 1929, all’età di sessantacinque anni, verrà internata nel manicomio di Clermont, dove morirà nel 1942.
 
 
Il film concentra la sua attenzione sul susseguirsi e sull’alternarsi di scene buie a scene piene di luce e colori (quelle in cui Sèraphine vaga nella natura di Senlis o quando lavora ai suoi dipinti), immergendo lo spettatore in un’atmosfera, soprattuto nelle scene degli interni borghesi,  che ci ricorda le ambientazioni di James Ivory; bravissima l’interprete femminile Jolande Moreau nei panni di Séraphine, così come è da apprezzare la fotografia sobria ed essenziale di  Laurent Brunet; il film, in Francia, ha conquistato sette César, tra i quali quello per il miglior film, la migliore sceneggiatura e la migliore attrice.
 
 

 

 

 

 
 
 
Certo lo spessore iniziale e la rilevanza delle inquadrature dati inizialmente alla storia, si affievoliscono e perdono in parte della loro consistenza nella seconda parte del film; anche se il finale con Sèraphine che, internata a Clermont, viene inquadrata mentre le viene data la possibilità di uscire all’esterno aprendo la porta della sua stanza e qui, trovando la sedia che già una volta Uhde le aveva porto in giardino, si reca  lentamente sotto l’enorme albero che ricorre più volte nello spazio del film, ci riporta ancora in una dimensione poetica personale e universale.
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Onorina Collaceto
 
 
 
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