Un eroe dei nostri tempi, Mario Monicelli

Aveva 95 anni | Addio al grande regista

Ha deciso di togliersi la vita, gettandosi dal quinto piano del reparto di urologia del San Giovanni di Roma, poco dopo le 22 di ieri sera. Mario Monicelli aveva 95 anni. Noi di Cinemonitor ne ricordiamo il magnifico percorso artistico e umano, ugualmente segnati da lucidità, disincanto e tagliente intelligenza. Perfettamente in linea con quell`understatement che l`ha contraddistinto nella vita, il grande regista non avrà alcun funerale in pompa magna. Come ha comunicato il nipote Niccolò all`Ansa: “sarà portato a Monti, il rione in cui viveva, per un ultimo saluto ai monticiani. E poi alla casa del cinema, dove riceverà il saluto di tutti quelli che vorranno rivolgergli un ultimo omaggio”.

Tra i massimi maestri del cinema, Mario Monicelli è uno di quei grandi registi che sono riusciti a servirsi del filtro della commedia per leggere all`interno delle pieghe più oscure della società italiana. Autore di una filmografia che – mediante una sessantina di titoli – ha sviscerato i vizi degli italiani, la loro codardia, e in alcuni casi la loro cattiveria, ha attraversato tutte le mutazioni del costume, divenendo – insieme ai colleghi Risi, Scola, Comencini, Steno, Pietrangeli, Lattuada – un vero e proprio cantore della commedia umana. Giustamente ricordato in tutte le storie del cinema per i capolavori I soliti ignoti, La grande guerra e L`armata Brancaleone, e per l`iniziale collaborazione col genio attoriale di Totò (che ha diretto in ben otto pellicole), il cinema di questo autore è un panorama ancora da scoprire del tutto, colmo di misconosciuti film (Proibito, Donatella, Caro Michele, Temporale Rosy) e perle da riconsiderare in toto (I compagni, Vita da cani, La mortadella).

Con la complicità di sceneggiatori come Age & Scarpelli, Cecchi d`Amico, Benvenuti, De Bernardi e Pinelli, Monicelli ha scritto pagine di cinema in grado di andare più a fondo di qualsivoglia inchiesta giornalistica: la battaglia d`amore inscenata tra nord e sud nel riuscitissimo Romanzo popolare, l`ipocrisia famigliare di Viaggio con Anita o il ritratto di tre perdenti d`eccezione (Totò, la Magnani e Gazzara) di Risate di gioia, ad esempio, valgono come affidabili documenti sociologici oltre che come macchine filmiche perfette, in cui la precisione della scrittura s`incunea in un`idea di regia che predilige l`attore e disdegna il virtuosismo fine a se stesso. Dall`esordio nel lungometraggio, Totò cerca casa (1949), fino a Le infedeli (1953), dirige otto film in coppia con il collega Steno, poi, regista in proprio, espande il proprio raggio affrontando tematiche che spesso virano al drammatico fino al capolavoro antimilitarista de La grande guerra.

Com`è evidente, questo regista ha contribuito grandemente a rendere gli attori scelti, da Marcello Mastroianni ad Alberto Sordi, da Vittorio Gassman a Ugo Tognazzi, vere e proprie icone del cinema, reinventandoli di volta in volta e servendosi dei loro volti come specchi da cui riflettersi. Dappresso ai lavori per così dire contemporanei, Monicelli ha poi dato vita ad un vero e proprio filone comico-storico con quell`Armata Brancaleone che segnò uno dei suoi maggiori successi commerciali. Tanto il seguito, Brancaleone alle crociate, quanto i più rinascimentali Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno e I picari non raggiungono però le altezze del prototipo, geniale variazione dei temi e del tono di un Cervantes. Difficile citare tutti i film del regista, ma d`obbligo far riferimento almeno ad Amici miei – regia che passa a Monicelli da Germi, morto poco prima dell`inizio delle riprese – e Un borghese piccolo piccolo. Se il primo è un esempio di quella commedia goliardica che sfocia nel patetico, il secondo film – che si avvale di una delle più grandi interpretazioni di Alberto Sordi – è una potente requisitoria contro la violenza, condotta con le armi dell`intelligenza più irriverente e dell`umorismo più sinistro.

A differenza di alcuni colleghi, che con gli anni hanno perso il graffio, Monicelli ha continuato a dirigere grandi film anche a ottanta o novant`anni. Panni sporchi e soprattutto Le rose del deserto, con cui l`autore era tornato a raccontare la guerra, dimostrano chiaramente la lucidità di un cineasta che pur schernendolo, ha sempre profondamente amato l`uomo.
 

Marco Chiani

 
 
Una clip da L`armata Brancaleone
 

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