Università usa e getta

Università usa e getta | Da Il Fatto Quotidiano di oggi

All’indomani di Roma messa a ferro e fuoco, partecipo a un’assemblea alla Sapienza come moderatore. Mi hanno invitato per il documentario che sto producendo dal titolo Autobiografia dell’Università, realizzato in prima persona da studenti ed ex studenti. All’assemblea partecipano  centinaia di giovani, ricercatori e docenti. C’è una grande passione in tutti gli interventi e una generale condanna dei disordini. E’ convinzione comune che gli episodi di violenza siano il frutto non tanto della rabbia dei manifestanti, quanto piuttosto della decisione di blindare il centro città, impedendo la protesta e alimentando la presenza di provocatori e infiltrati. Questi episodi vengono stigmatizzati con convinzione: servono a criminalizzare l’intero movimento, a far emergere le frange estreme anziché la maggioranza pacifista. Cui prodest? Le veglie sui tetti, i cortei gioiosi, il coinvolgimento dei familiari… tutto ciò che abbiamo visto in questi mesi rischia di essere infangato da una giornata tutta ancora da chiarire. E’ opinione corrente che la riforma Gelmini passerà, specie ora che il governo ha incassato la fiducia. Lungi dal ritenersi sconfitto, il movimento pensa che la legge avrà vita dura per essere attuata, perché priva di adeguate risorse finanziarie e perché fondata su slogan e “loghi” da marketing, anziché su basi sostanziali. Il movimento è agguerrito. Dall’Alma Mater di Bologna è partita una proposta che infiamma l’assemblea: se passa la legge, si raccoglieranno le firme per un referendum abrogativo. Un’iniziativa del genere non era mai accaduta. Cerchiamo di capire la rabbia. Il primo slogan della Gelmini: “studenti non fatevi fregare dai baroni” dovrebbe servire a separare gli uni dagli altri. Invece mai c’è stata tanta unità e coesione tra corpo accademico e studentesco. Il secondo slogan è: “battersi per la meritocrazia”. Passa invece la certezza che proprio la meritocrazia verrà azzerata, perché nessuno studente e nessun ricercatore di valore vorrà restare in un paese dove, dopo circa quindici anni di attesa tra borse di studio, assegni di ricerca e dottorati vari, la sola speranza è un misero stipendio di 1.200 euro mensili, tra i più bassi d’Europa. Basta rovistare tra le righe della proposta di legge e tra i conti della finanziaria per rendersi conto che questo è lo stato delle cose. Nessuno intende difendere i baroni, né parentopoli: fanno parte di una patologia endemica. Non è la loro riduzione l’obiettivo della riforma. E’ semmai vero il contrario: riducendo il turn over e al tempo stesso il numero dei concorsi per introdurre nuove leve, sarà proprio il dominio dei baroni a rafforzarsi ulteriormente. Agli slogan da campagna pubblicitaria della ministra, gli studenti oppongono uno slogan ben più veritiero: ci aspetta un futuro senza futuro. E citano le cifre: meno 86% nei fondi destinati al diritto allo studio. Una cifra mostruosa. Dati falsi, replica la Gelmini. Ma se vai a leggere la finanziaria appena approvata, vedi che la realtà è un’altra. Gli studenti non si lasciano blandire. Citano gli stanziamenti per il fondo integrativo destinato alla borse di studio: 25.731.000 di euro nel 2011, 12.939.000 euro nel 2013. Nel 2011 la copertura su scala nazionale di borse di studio sarà del 54% contro l’82% del 2008. In pratica solo un idoneo su due avrà la borsa di studio che gli spetta. Ministro Gelmini, non le basta? Allora senta queste altre cifre, sul rapporto di investimento tra Italia, Francia e Germania. I due paesi hanno una popolazione studentesca simile alla nostra, ma negli ultimi due anni mentre in Italia si sono spesi circa 481 milioni di euro l’anno, in Germania e in Francia ne sono stati spesi 1.400. Dicesi quasi 3 volte tanto. Per quanto riguarda il numero di destinatari di borse di studio, in Italia nel 2008 ne abbiamo avuti 151.760, in Francia 525.000, in Germania 510.000. In pratica in Francia e Germania circa il 25% della popolazione studentesca ha un aiuto dello stato per iniziare e completare gli studi. In Italia invece solo l’8,4% degli studenti ne riceve uno. C’è da rabbrividire. Con quali competenze pensiamo di affrontare la sfida del mercato del lavoro in un mondo sempre più globalizzato? Non stupiamoci poi se la Germania viaggia come un treno, grazie all’esportazione di nuove tecnologie e rafforzando il mercato delle nuove occupazioni. Come pensiamo di fronteggiare le locomotive di Cina e India, che stanno investendo risorse gigantesche proprio nella ricerca e nelle università? Non sfugge all’assemblea della Sapienza che gli errori dei nostri governi vanno equamente divisi tra centro destra e centro sinistra. Quest’ultimo, con Berlinguer ministro, pochi anni fa ha progettato la riforma del cosiddetto 3+2, finalizzato a ridurre la morìa di laureati. Scarsi sono stati i risultati e poco o nulla si fece allora per rinnovare davvero l’università. Fu una riformicchia, dice un ricercatore. Di questa scarsa lungimiranza ne paghiamo oggi le conseguenze. Il ministro Tremonti, che Brunetta ancora di recente ha definito giurista e non economista, sottintendendo che di economia non sa abbastanza, ha convinto la Gelmini che la riforma dell’università è tra le più importanti. Non le ha spiegato però che le riforme non si possono fare a costo zero. Incurante di questa verità, Tremonti ha poi aggiunto con toni trionfalisti che è stata varata una riforma “a metà strada tra il modello continentale e quello americano”. Studenti e  ricercatori irridono queste affermazioni, perché la frase “a metà strada” avrebbe un senso se si indicasse quale strada. Invece, di percorsi la riforma Gelmini non ne imbocca nessuno, restando in mezzo al guado tra statalismo accentratore e liberalismo di mercato. Una delle proposte che genera maggiore indignazione è l’ingresso dei privati nel consiglio di amministrazione. Dovrebbero mettere soldi in cambio di servizi e prodotti. Si cita l’esempio americano, dimenticando che laggiù le industrie investono nelle università non per far scappare, ma per far restare. Da noi si riducono gli stipendi ai ricercatori, incoraggiando i migliori di loro a migrare verso paesi più acculturati. In America invece si fa a gara a pagare di più per avere i migliori cervelli, non per mortificarli. Stando a questa indiscutibile differenza, quale potrebbe essere la ricaduta conseguente all’ingresso dei privati nei nostri atenei? Semplice: l’acquisto di forza lavoro a prezzi stracciati, di gran lunga inferiori ai valori di mercato, sfruttando un esercito di precari sottopagati. Altro punto controverso è il potere che la riforma attribuisce alla figura del rettore, che diventerà il vero deus ex machina della macchina universitaria. Una specie di ducetto, dice un ricercatore, con potere assoluto sul destino del personale docente, sui corsi di studio e sull’aggregazione delle singole facoltà, già in via di spoliazione. E’ in gioco l’autonomia stessa dell’università. Forse si dimentica che la parola deriva dal latino universitas, che sta appunto a significare un universo di soggetti e non un solo capo. Nelle università delle origini il rettore era addirittura eletto dagli studenti. L’abito del rettore di domani, più affarista e manager che uomo di scienza, sembra tagliato su misura sulla figura di leader simile al nostro presidente del Consiglio. Circondato da yes men e provvisto di risorse finanziarie capaci di condizionare prepotentemente la loro subordinazione. Presto la riforma Gelmini passerà la vaglio del Senato. La prova di forza di martedì scorso dovrebbe scoraggiare nuove dimostrazioni. Il prefetto di Roma ha già assicurato maggiore durezza. L’assemblea odierna non si lascia intimidire. Studenti e ricercatori scenderanno per le strade ancora più numerosi. Sono uniti da una convinzione comune: basta con la precarizzazione delle future generazioni. Non vogliono finire come un laureato a pieni voti in fisica, che per sopravvivere fa il potatore a 900 euro al mese, salendo sugli alberi dieci ore al giorno per tagliare i rami  in quel di Viterbo. Ricordano che la Gelmini nel 2001 si è trasferita dal profondo Nord a Reggio Calabria per superare l’esame di abilitazione ad avvocato. In quell’anno il 93% ha superato l’esame, mentre negli altri capoluoghi la media è stata di gran lunga inferiore. Sarebbe questa la strada per diventare ministro in meno di un decennio? Uno studio della Banca d’Italia ha dimostrato, dati alla mano, che l’investimento nella formazione giovanile è più redditizio di qualsiasi investimento finanziario in titoli sia pubblici che borsistici. Di fronte a questi dati, la cecità dei nostri governanti è doppiamente responsabile. Da una parte ignora dove corre la modernità. Dall’altra prefigura una scuola e un’università pubbliche impoverite ed emarginate, rispetto a quelle private. Non a caso l’attuale riforma toglie alle prime per dare alle seconde. Vedi la scandalosa equiparazione delle università telematiche, in molte delle quali ci si laurea “a distanza”, facendo gli esami su una chiavetta da computer, anziché confrontarsi con i docenti e gli altri studenti. Il disegno ultimo di questo progetto di riforma è creare un’università “usa e getta”, di nessun peso, di nessun valore. Dunque se non vale nulla, perché finanziarla? Vale così poco che la Gelmini non ha mai voluto confrontarsi con il corpo docente e tantomeno con gli studenti. Per lei l’università non è un investimento. E’ un costo. Come tale, va abbattuto e ridotto quanto più possibile. Del resto, l’ha detto anche Tremonti, la cultura non si mangia. Dunque perché rafforzarla? A che serve studiare, formarsi, crescere intellettualmente? Non a sistemarsi, né tantomeno a trovare lavoro. L’ha ripetuto Berlusconi alle ragazze che gli chiedevano consiglio. Care ragazze, volete sistemarvi? Cercatevi un bel partito, magari uno ricco come mio figlio Piersilvio. E se non arrivate  a tanto, allora guardatevi attorno. In giro è pieno di tanti Lele Mora che possono sempre darvi un passaggio verso Arcore.     

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