Parlano loro, gli studenti

Parlano loro, gli studenti | Da Il Fatto Quotidiano di oggi

Faccio il regista, ma sono anche docente alla Sapienza e ho insegnato vari anni in un’università americana. E’ la prima volta in anni che mi trovo davanti a una lotta studentesca che non ha somiglianza alcuna con quelle del passato. Per capirla, il modo migliore è lasciar parlare loro. Sono scesi in piazza non soltanto gli studenti universitari, ma tantissimi adolescenti delle scuole medie e superiori. Di nuovo nelle prossime ore insieme a loro scenderanno per le strade di tutta Italia disoccupati, terremotati, cassaintegrati. Non so se ce rendiamo conto. Qui il problema non è più e non solo il decreto Gelmini. La posta in gioco è molto più alta. E’ il governo, sono i politici tutti, chiamati a pagare un conto da troppo tempo rimasto in sospeso. Non sono gli studenti soltanto a scendere in piazza ma l’intero popolo dei precari. “Vi siete pappati tutto, siete peggio delle cavallette”, dice rivolto al mondo degli adulti Alberto, 17 anni, ultimo anno di liceo. Stiamo parlando di un blocco sociale che oggi rappresenta un vero soggetto politico, il solo che vive sulla propria pelle l’impoverimento crescente del paese. I politici, quelli dei piani alti, non sono neppure capaci di dare un segnale. Tacciono quando gli chiedono di rinunciare a poche migliaia di euro, a fronte delle decine che percepiscono, al fine di  colmare le casse del diritto allo studio, svuotate con tagli mostruosi da Tremonti. Il linguaggio delle interviste che raccolgo non è forbito. “Mi hanno rotto il cazzo”, dice Giorgia, 15 anni, liceo romano. Chi?  Risponde Luca, suo compagno di scuola. Stessa età,  parla e ragiona come quando io ne avevo venti: “c’hanno rotto tutti: quel porco di Berlusconi e il suo gregge di maiali. Ma anche Fini, che fa tanto il democratico ma al Senato vota contro di noi per i suoi giochini di palazzo”. Chiedo: Vendola almeno ti piace? “E’ un politico pure lui! Ma almeno è gay”. Due ragazze di Scienze politiche, entrambe vent’anni ce l’hanno con i giornalisti. Scrivono sui disordini del 14 dicembre, ma “cagano stronzate, blackblock qua, infiltrati là, ma non spendono una parola sulle ragioni della protesta”. Se la prendono anche con Roberto Saviano, per il suo articolo sulla violenza. La prima dice: “sta a fare le prediche come i chierichetti. Cazzo ne sa lui di cosa significa vivere con 1000 euro al mese, doversi trovare un letto a 500 euro, pagarsi da mangiare e se ci riesci andare una volta al mese in birreria?”. Prende la parola la sua compagna: ”sai cosa ti dico, che hanno fatto bene a dare fuoco ai bancomat. Io il bancomat non l’avrò mai. Il bancomat non ce l’ha neppure mio padre, che guadagna 1.600 euro al mese. Mia madre non ha lavoro e a noi il bancomat la banca non lo dà”. Chiedo come fa a mantenersi agli studi con un reddito familiare così basso. Di giorno studia, la sera fa la cameriera in una pizzeria sulla Tiburtina. Quanto ti pagano? Mi guarda fisso: “aho, ci fai o ci sei?”. Non capisco. Allora precisa: ”mica lavoro a stipendio”. Anche pizzerie e trattorie per campare trattano in nero. Lei guadagna solo con le mance, un po’ come fanno molti studenti americani. “Se mi va bene, prendo 30-40 euro a sera, lavoro sino alle due del mattino, prima di andare via devo pure pulire i cessi, ma almeno con questi soldi non peso su mio padre”. Sarebbero questi i figli della borghesia di cui ha parlato la televisione in questi giorni? In mezzo agli studenti ci saranno pure i figli di papà, ma sarà un caso che ne incontro pochissimi. La maggioranza che protesta è messa veramente male. Rispetto al ’68 c’è un mare di differenze. Là i figli della borghesia se la prendevano con i poliziotti, che venivano difesi da Pasolini. Qui in mezzo alla protesta ci sono i figli di falegnami, pompieri, impiegati, militari. Quelli che La Russa ha difeso con tanta passione. “Quel cazzone di La Russa”, dice Michele 19 anni, primo anno di Matematica. E aggiunge: “se c’ero io da Santoro sapevo come fargli un culo così!”. Come? “Chiedendogli quanto guadagna lui e quanto guadagna un militare per andare a farsi ammazzare in Afghanistan”. Luigi, secondo anno di Fisica, aggiunge: “mio padre è carabiniere, rischia la pelle per 1.300 euro al mese. Fa la scorta ai politici che ne prendono ventimila”. Dei politici, La Russa, dopo l’exploit da Santoro, è il più gettonato. Uno studente del terzo anno di Fisica mi dice: “quel taroccato di La Russa Ignazio Benito s’è messo d’accordo con la Gelmini per insegnare a scuola a sparare, tirare con l’arco e compiere esercizi ginnico-militari”. Aggiunge: “siamo tornati allo studio e moschetto, fascista perfetto". Devo ammettere che non sapevo né che il secondo nome di La Russa fosse quello del Duce, né dell’accordo bombardiere con la Gelmini. A dimostrare per le strade ci saranno anche tanti figli di papà, ma il fatto è che la grande maggioranza dei loro genitori non è più appartenente alla borghesia benestante come nel ’68. Sono madri e padri che a migliaia, quando va bene se lavorano entrambi, portano a casa in due 4.000 euro al mese. Con un figlio a carico non ci campano, anche se i sociologi continuano a iscriverli tra le classi borghesi. Nel ’68 gli slogan erano infarciti di idealismo: la fantasia al potere, viva Marx, viva Engels, viva Mao Tse Tung… Qui si parla poco di ideali, ma molto di soldi che mancano, di salari, di stipendi, di borse di studio. Di come arrivare non alla fine del mese, ma di come superare la seconda settimana. Nel ’68 la rivolta era contro i baroni e contro i genitori. Qui la media dei docenti, la maggior parte dei quali non sono baroni, non arriva a guadagnare 3.000 euro al mese, partecipa alle veglie degli studenti, sale sui tetti insieme a loro. E per la prima volta salgono sui tetti anche molti genitori, che si sentono in colpa perchè vedono per i loro figli un futuro nero. A un’assemblea della Sapienza all’indomani degli scontri di Roma partecipano tutti insieme studenti, docenti, precari e sub precari. I baroni, quelli veri, che sfruttano un esercito di sub precari hanno coniato un termine da vernissage. Li chiamano “collaboratori didattici”. Sono quei trentenni che lavorano gratis all’università, sperando un giorno di ricevere una qualche forma di remunerazione. Affiancano i docenti nelle tesi di laurea, dialogano con gli studenti, compiono ricerche che poi vengono firmate da baroni e baroncini. Nessuno sa quanti sono. Sappiamo solo che sfilano a migliaia accanto agli studenti. E non sono meno arrabbiati.  Ai sub precari viene concessa ogni tanto qualche prebenda: 3.000-4.000 euro, una tantum. “Se sono fortunato -dice Emanuele, 33 anni, sub precario a Roma Tre- in un anno porto a casa 7.000 euro. Non tutti gli anni, ovvio. La mia ragazza ha un assegno di ricerca: 1.000 euro al mese, finito il quale non sappiamo che fine farà. Viviamo a casa dei miei, che non vedono l’ora di mandarci fuori. Poveracci anche loro. A volte ci guardano come dei barboni”. Nel ’68 la gratificazione massima per il movimento studentesco era aspettare fuori dalle fabbriche per confrontarsi con gli operai, i mitici proletari. Oggi le fabbriche sono sempre meno e i proletari sono diventati loro: gli studenti, i ricercatori, i borsisti, gli assegnisti. Costituiscono la manovalanza alla quale attinge e attingerà sempre di più la nostra società. Quella che con eleganza gli economisti chiamano postindustriale, per non chiamare le cose con il loro vero nome. Questa è la società della miseria. Una massa sempre più impoverita di giovani e meno giovani da sottopagare, da sfruttare, da mantenere ai livelli minimi di sussistenza, in perenne attesa di un posto di lavoro lontano come un’araba fenice. Federica, 20 anni, fa il secondo anno a Ingegneria. Suo padre, dice, “viaggia sui 10.000 euro”. E’ il suo stipendio mensile. “Lo invidio”, aggiunge. Le ha raccontato che trent’anni fa, ingegnere pure lui, dopo cinque anni dalla laurea già poteva permettersi di metter su famiglia e comprar casa. Federica invece sa che una volta laureata, se trova lavoro, potrà contare al massimo su 1.300-1.400 euro al mese. Con i quali non potrà permettersi di uscire di casa. Mi impressiona il percorso di Mario, laureato in Fisica a pieni  voti. Ha già 37 anni e non ha smesso di sperare in un posto da ricercatore. Intanto può solo contare su assegni sporadici e dare ripetizioni di matematica. Quei pochi soldi non bastano Per sopravvivere, fa il potatore nei pressi di Roma. Sale sugli alberi, taglia rami e continua a sognare. Giovanni, 21 anni, laureando a Tor Vergata, se la prende con i parlamentari: “vorrei vedere loro scendere in strada perchè gli tolgono l’86% dello stipendio, vorrei vederli caricati dalla polizia, schiacciati nell’imbuto di Piazza del Popolo. Cosa farebbero?”. Cita l’86%, che è quanto la finanziaria di Tremonti toglierà al fondo per il diritto allo studio nei prossimi anni. Giovanni prosegue: “sì, vorrei vedere La Russa, magari con in mano il manganello di quando manifestava coi fascisti contro la polizia. Lo vorrei proprio vedere. Altro che camionette incendiate. Quel rotto in culo si mette a sparare se gli toccano lo stipendio da parlamentare!”. Gentile signor Prefetto e caro signor Questore, ho letto che per le prossime manifestazioni studentesche è prevista la mano dura. Mi permetto di darvi un consiglio. Lasciate perdere le zone rosse. E’ la città blindata che scatena la rabbia di chi si sente impedito a manifestare e protestare. Non ripetete l’errore del 2001 a Genova e della caserma Bolzaneto. La massa degli studenti e dei precari è profondamente pacifica. Lo ha dimostrato in tutti questi mesi. Lasciateli arrivare davanti al Parlamento. Non lanceranno un sasso. Lasciateli arrivare di fronte al Senato. Ricordatevi da dove nasce quel termine. Senatus Populusque Romanus. Senza la presenza del popolo non sarebbe mai nato. Quelli che oggi scendono in piazza sono la parte più sana del popolo. Non sono nemici cui sbarrare la strada e tantomeno da manganellare.
 

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