2010. Un anno vissuto pericolosamente

Il 2010 che volge al termine è un anno nel corso del quale si è affermato tutto e il contrario di tutto. In rete è scoppiato il ciclone Wikileaks, il cui fuoco non accenna a spegnersi. Al cinema abbiamo visto il trionfo del 3D, ma anche il diffondersi delle produzioni indipendenti: circa 25.000 i film prodotti nel mondo, in aumento rispetto all’anno precedente. Il 2010 ha visto acclamare l’offensiva del gigantismo hollywoodiano, ma anche il dilagare in rete di filmati a costo zero. Roberto Rossellini sperava che un giorno la macchina da presa potesse diventare come una penna, utilizzabile da tutti. L’affermazione del digitale sembra realizzare quel sogno. David Lynch sta percorrendo l’America con destinazione il web. M. Night Shyamalan sta lavorando a un progetto a metà tra film e videogioco. Anche se dobbiamo fare attenzione a non diventare la società dell’algoritmo, dove vince chi inventa quello più veloce, non possiamo non ricordare che l’anno in corso ha visto sbancare il box office planetario una megaproduzione costata 300 milioni di dollari, per lo più realizzata con l’ausilio del computer:  Avatar. Nello stesso tempo però è stato premiato con una pioggia di Oscar il suo esatto contrario, il minuscolo Hurt Locker. E’ un premio significativo, perché assegnato a una regista donna nell’anno in cui, come documenta il World Economic Forum, le donne lamentano una posizione scandalosamente minoritaria nell’industria della comunicazione. Il controsenso consiste nel fatto che è proprio il pubblico femminile a decretare il successo di molti film e gran parte degli show televisivi, vedi le numerose serie in cui sono protagoniste, da Desperate Housewives a Ugly Betty. Sul 3D, che molti vorrebbero diventasse il nuovo standard cinematografico, si è levato l’entusiasmo, ma anche non pochi dissensi. Robert Redford, per esempio, quando ha aperto l’ultimo festival di Sundance ha difeso il cinema da lui definito “esistenziale” contro il vuoto assordante di soli effetti del 3D. Sta di fatto che grazie al 3D gli incassi mondo sono cresciuti del 38% e gli schermi digitali del 86%, cifre entrambe impressionanti. In Europa si sono attivate oltre 2.500 sale dotate di tecnologia digitale. La maggior parte delle conversioni spetta all’Italia, salite a 665, mentre tra il 2008 e il 2009 erano poco più di 40. Almeno in questo siamo primi. Tuttavia nell’ultimo decennio abbiamo certificato la morte di 615 sale per complessivi 725 schermi, quasi tutti in centro città. E’ un guaio, perché se in futuro ci saranno solo multiplex una folla di cittadini dei centri storici resteranno senza cinema. Né possiamo sottacere che mentre lo scorso anno abbiamo prodotto 131 film, in Francia ne hanno realizzati quasi il doppio: 230. Ci ha superato persino la Spagna, paese non certo meno in crisi di noi, che ne ha prodotti 183.  E mentre in Francia la spesa per il fondo dello spettacolo lo scorso anno è salita a 1098 milioni di euro, in Italia è scesa al minimo: 298 milioni. La ragione di tanta differenza? Semplice: un più ampio concetto di democrazia industriale. In Italia la strozzatura dipende da un regime duopolistico, Rai e Medusa, che si spartiscono la maggioranza del mercato. In Francia nessuna società controlla insieme il circuito della produzione, della distribuzione e della televisione. Per questo scarso senso della democrazia, negli ultimi due anni la somma delle imprese fallite ha cominciato a superare le nuove iscritte E’ vero che a ai dati negativi fa eco in questi ultimi mesi una ragguardevole crescita degli incassi del cinema in sala con il segno più 24,60% e con un aumento di presenze del 15%, ma sono stime che si riferiscono in gran parte all’exploit di un solo film (Benvenuti al sud), mentre il comparto produttivo resta in affanno. La ragione dipende dall’imbuto del mercato. Specie per quanto concerne la fiction Rai, dove di fatto a produrre è soltanto un pugno di società, sempre le stesse, veri e propri clientes che si dividono il pingue budget delle reti: circa 300 milioni di euro l’anno. Il 2010 ha visto soprattutto in America il crollo della catena Blockbuster e dell’home video, ma anche il successo dei rivali più aggiornati, come Netflix, che ha compreso come ormai i film si possono acquistare in rete. Ha visto l’offensiva tuttora in atto del pirataggio. Basti pensare che da noi quando un film importante esce in sala, nell’ 80% dei casi il giorno prima è già disponibile on line. Di contro, sono state varate nuove proposte legislative, vedi la legge Hadopi in Francia e il Digital Economy Bill in Inghilterra. Contradditoria appare rispetto a tali iniziative la posizione italiana, dove una sequenza di sentenze della magistratura oscilla tra repressione e permissivismo. Quest’ultimo alimentato da un’incauta dichiarazione del nostro ministro degli interni, Maroni. Ha ammesso di scaricare musica gratis. Di qui, l’ira degli istituti di tutela del diritto d’autore contro quello che dovrebbe essere il tutore della legalità. Il 2010 ha assistito al crollo della critica cinematografica, specie in America, con il licenziamento di alcune delle firme più prestigiose e la cancellazione delle recensioni dalle pagine di molti quotidiani. Ma abbiamo anche assistito al proliferare della critica sul web, fatta dagli stessi spettatori anziché da professionisti spesso insopportabili soloni. Abbiamo osservato il declino delle tv generaliste, ma anche l’avanzata vittoriosa dei canali a pagamento, vedi il successo della HBO con 35 milioni di abbonati. Non sono da meno le rivali ShowTime, Starz, History Channel. Grazie ai loro programmi, da cui è assente la censura, una certa televisione sta diventando più coraggiosa e innovativa del cinema. Tornano a produrre per il piccolo schermo registi cinematografici: Martin Scorsese e Steven  Spielberg, per fare solo due nomi. Così come un tempo accadeva con Robert Altman e Michael Mann. Si dedicano alla tv star del calibro di Tom Hanks. Anche qui, non possiamo dimenticare che l’Italia agisce in controtendenza, con la deriva di una televisione generalista, soprattutto pubblica, appigliata a un genere di fiction, uso le parole di un nostro scrittore, Giancarlo De Cataldo, fermo a un paese irreale, da fotoromanzo. Del resto come stupirsi del declino: là i dirigenti vengono assunti per la loro efficienza, qui per la loro parentela politica. Ci sarà una ragione se il canone Rai è la tassa più evasa dagli italiani: 41% con punte che arrivano fino all`87% in alcune regioni meridionali. Sconcerta poi apprendere che le imprese e gli enti arrivano a punte del 96% , omettendo di pagare il canone per un miliardo di euro l`anno.  Restando in tema di televisione italiana, spiace constatare che lo scorso anno mentre i film americani mandati in onda son saliti da 2028 a 2195, gli italiani sono scesi da 1380 a 1322. Lamentiamo che al nostro cinema le istituzioni del territorio (regioni, province, comuni) offrono troppo poco, vedi la scarsità di risorse delle locali Filmcommission. Non per questo non possiamo non plaudire a chi altrove fa meglio. Per esempio le Filmcommission americane. Lì hanno compreso quanto il cinema concorra a produrre lavoro e occupazione. Tant’è che fanno a gara a chi investe di più. Basti questo dato: lo stato di New York, pur in gravissima crisi, anzi proprio perché in gravissima crisi, ha appena votato il contributo di 5 bilioni di dollari, dicesi 5 miliardi di dollari, per la Filmcommission locale. Affinchè a sua volta possa versare il 30% di quanto le produzioni spendono sul territorio. E in Louisiana il contributo sale addirittura al 40%. Potremmo continuare con decine di esempi. Ma non servirebbero ad altro che a confermare il punto di partenza: il mondo dell’immagine è caratterizzato da un’unica certezza, la mutazione, la trasformazione, l’innovazione. La prima conseguenza è che in questo avvicendarsi turbolento le tradizioni e i successi consolidati rischiano di essere spazzati via, per fare largo a quei contenuti e a quelle imprese capaci di cavalcare i mutamenti in atto. Che non sono pochi, né indolori, soprattutto per chi non sa interpretare il nuovo che avanza. Basti pensare che mentre in Italia l’età media dei top manager dell’industria mediatica è attorno ai 50 anni, oltre oceano scende a 30 anni. Vent’anni di meno la dice lunga anche sul rapporto con il pubblico. Una recente ricerca condotta tra i teenager, che detto per inciso sono i primi clienti dell’industria audiovisiva mondiale, ha evidenziato che gli adolescenti comunicano tra di loro con una media mensile di 1.500 messaggi, tra sms, foto, audio e video, spendendo in media un’ora al giorno sui videogiochi. Certo non tutti sono come quell’adolescente di Genova la cui madre ha dovuto chiamare i carabinieri per staccarlo dalla playstation. Né arriveremo all’estremo della dipendenza patologica da internet, come viene curata in una neoclinica della Val D’Aosta a Brusson, specializzata in casi di web addiction. Di fronte a un mondo ipertecnologicizzato è inevitabile che insorgano opinioni neoluddiste. Ne è un esempio Jaron Lanier, che nel suo recente manifesto accusa Internet di aggregare nuove forme di disumanizzazione. Né risparmia i motori di ricerca, in primis Google. Li incolpa di sfruttare l’ingenuità degli internauti per arricchirsi, fornendo informazioni riservate alle agenzie di pubblicità, quando non ai servizi segreti, a seconda di chi paga di più. E’ indubbio che un mondo dove neppure vent’anni fa era semplicemente impensabile che le singole persone si scambiassero miliardi di pensieri sotto forma di messaggi e di contenuti audiovisivi, non può non trasformare le manifestazioni del tempo libero. Avremmo mai pensato che un gigante come la IBM potesse essere messo in ginocchio da un gruppo di ragazzini in un garage? Avremmo mai ipotizzato che il luogo più visitato di New York non fosse più la Statua della Libertà, ma gli Apple Stores, vedi il cubo di vetro voluto da Steve Jobs a Central Park, che secondo il New York Post genera ricavi pari a 1,2 milioni di dollari al giorno? Avremmo mai immaginato che popoli divisi geograficamente potessero riunirsi in un’unica grande nazione, composta da 500 milioni di individui che interagiscono sullo stesso sito? In questi ultimi anni abbiamo assistito a delle innovazioni così radicali che solo uno stolto potrebbe pensare a un fenomeno concluso. Nessuno sa cosa ci aspetta domani, né a quali altre rivoluzioni dovremo assistere nei prossimi mesi e anni. Per questo, siamo coscienti che ogni analisi che voglia radiografare lo stato delle cose sia destinata alla precarietà del fallimento. Meglio affidarsi alle valutazioni dei trend, alle analisi dei contenuti, alle valutazioni di gruppo, come fanno in rete i partecipanti di TED. Volendo parlare innanzitutto di noi e del paese in cui lavoriamo, il primo pensiero va allo stato di quella cosa che indistintamente siamo soliti chiamare cultura. Sono di questi giorni le manifestazioni di protesta per i tagli alla cultura, dalla scuola all’università, dal cinema al teatro. Operiamo in un paese dove della cultura si ha un concetto antiquato e residuale, secondo il detto grossolano che “la cultura non si mangia”. E dunque non conta. Mentre è vero esattamente il contrario. Semmai è l’economia che non si mangia. Il disastro della finanza di questi ultimi anni ne è la prova. E’ del presidente Obama la definizione di  cultura quale “materia prima per l’economia dei nostri tempi”. Che la cultura sia un’industria di grande rilevanza lo dimostrano le cifre della Confindustria: un indotto da 16 miliardi di euro, con oltre 300.000 addetti e 17.000 imprese. Un interessante studio della Banca di Italia rivela un dato tanto straordinario quanto poco conosciuto. Cultura significa investimento nel bene più prezioso: il capitale umano. Ebbene il suo rendimento monetizzabile è “pari a circa il 9%, un valore superiore a quello ottenibile da investimenti finanziari alternativi, ad esempio in titoli”. Insomma non è l’economia il volano della modernità. La società non può progredire e il benessere materiale diffondersi tagliando le spese per la diffusione delle idee. Sono le idee a distinguere l’uomo dalle altre specie. La fabbrica più potente del mondo è oggi proprio la fabbrica delle idee. E’ da lì che parte l’aggregazione collettiva, l’economia viene dopo. Il disinteresse, ma io penso che sarebbe meglio dire l’insipienza esibita nei confronti delle attività culturali dalla politica italiana, duole a dirlo di qualsiasi colore, è disarmante. Sono in crisi profonda la scuola, l’università, il cinema, il teatro, gli enti lirici e infine una televisione pubblica (aggettivo che è a dir poco un eufemismo) dilaniata da lotte di potere, come non si era mai visto. Di fronte a questa ignavia pianificata a corrente alternata, si erge, ed è una fortuna, la risposta di quello che chiamo il popolo senza terra. E’ un popolo composto per lo più da giovani. Sono scrittori, registi, filmakers, sceneggiatori, attori, videobloggers, commediografi, musicisti, produttori, organizzatori di eventi. Non mancano i sognatori. Rappresentano la migliore palestra per la produzione di domani. I media per lo più non si accorgono di loro, impegnati a occuparsi del solito tran tran, vedi le pagine sempre più superficiali destinate agli spettacoli. Ma è un errore. E’ come occuparsi di quelle stelle che brillano eppure non esistono più, mentre le nuove stelle all’inizio brillano di poca luce.  L’ho definito senza terra perché non trova adeguato sbocco al suo potenziale. E’ la stessa condizione che affligge il mondo della scienza e dell’università, dove tantissimi nostri neolaureati e ricercatori di talento si trovano senza prospettive. Si tratta di un popolo di dimensioni straordinariamente crescenti. Proprio perché in cerca di una terra dove esprimersi, prima o poi entrerà in conflitto con chi la terra già possiede. Penso alla televisione, soprattutto alla tv pubblica, che invece di allontanare il pubblico con decine di programmi decerebranti, potrebbe benissimo aprire spazi e canali a questa immensa corrente di creatività che esiste nel nostro paese.
 

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