Un giorno della vita | di Giuseppe Papasso

 

Un giorno della vita | di Giuseppe Papasso
 
1964, paesino lucano. Salvatore, 12 anni, ha una sola grande passione: il cinema. Ogni giorno, in compagnia dei suoi amici Alessio e Caterina, macina chilometri in bicicletta per recarsi al cinema più vicino per vedere un film, non fa differenza se sia Maciste o Matrimonio all’italiana. Ma il padre, contadino comunista, vede come fumo negli occhi la passione del figlio, il quale una notte si mette nei guai. Un guaio che lo condurrà dritto in riformatorio.
 
Il regista Giuseppe Papasso (alla sua opera prima pur avendo all’attivo più di 50 documentari) ha definito il suo film una favola. A dire il vero Un giorno della vita è poco più di una storiellina esile, nonostante abbia alla base una buona idea. Esile perché priva di scheletro, di pathos, ma soprattutto di personalità nei due punti chiave di qualsiasi film: dietro la macchina da presa e nella direzione degli attori. La regia è televisiva, anonima, piatta; la recitazione dell’intero cast manca di profondità, convinzione, partecipazione emotiva. Piacevole invece la colonna sonora che mischia fiati e archi in melodie poetiche e avventurose.
 
Nonostante questi scivoloni, ci sono però alcuni aspetti positivi. Non è da biasimare la struttura narrativa che procede a ritroso tramite un lungo flashback, il quale concretizza il racconto che il piccolo cinefilo fa ad un giornalista di provincia (Alessandro Haber). Così come la scelta dell’ambientazione storica: il 1964, anno “rivoluzionario” per l’Italia, in quanto anno della morte di Togliatti, del Concilio Vaticano II e dell’avvento delle sale cinematografiche parrocchiali. Illustra quindi bene l’atmosfera di un soleggiato paesino meridionale infatuato da un culto comunista al quale si contrappone il potere spiritual-plasmante della chiesa. Un mondo dove l’ideale culturale (personificato da Salvatore che venera le foto di Totò e Chaplin attaccate sul muro della sua spoglia cameretta) vince sull’ideale politico (personificato dai Compagni comunisti protetti dalle icone di Lenin e Gramsci affisse alle pareti della sezione di partito). Dove addirittura, nella fantasia di un bambino affascinato dai 16 mm, la lotta di classe è come lo scontro tra Maciste e i gladiatori.
Gli omaggi al cinema, quindi, non mancano, a partire dalle svariate locandine, affisse all’ingresso del cinema, che mostrano capolavori come La dolce vita, Sedotta e abbandonata, Per un pugno di dollari. Ma l’omaggio passa anche attraverso sequenze e personaggi. Due esempi palesi: le scorrazzate dei tre bambini in bicicletta tra i campi di grano sono una chiara eco delle identiche assolate scene di Io non ho paura di Gabriele Salvatores (pur essendo prive di quella vivida cromia che attorniava il piccolo Michele e la sua compagnia di scalcagnati amichetti); la bella e sola Virginia ricorda, in versione svampita, la malafemmina Monica Bellucci dello straordinario Malena di Giuseppe Tornatore.
 
Un giorno della vita è quindi un nuovo film dedicato al cinema, pur essendo lontano anni luce da capolavori consolidati come Nuovo Cinema Paradiso o passati in sordina come Rosso come il cielo. Privo di forma, si salva in corner per un contenuto ideologico che riporta in auge una sentita necessità di (ri)leggere la settima arte come strumento di cultura, facendoci percepire la nostalgia di un tempo in cui si andava al cinema in massa come alla festa del patrono. Un film di una demagogia palese ma necessaria nel nostro tempo, un tempo di crisi in cui pure un Ministro, proprio come sostiene il padre di Salvatore, afferma che “con la cultura non si mangia”. Ma il piccolo protagonista porta nella sua innocenza il sacrosanto insegnamento che, come potrebbe insegnargli Don Michele (Ernesto Mahieux), “non di solo pane vive l’uomo”. Ma anche di cinema.
 
Tommaso Tronconi

 

 

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