Hereafter – aldilà


Hereafter
| Aldilà 

 

Per coloro che non conoscono la letteratura dello scrittore inglese Charles Dickens, “Herafter – aldilà”, il nuovo film con la regia di Clint Eastwood, comunicherà soltanto una parte di tutta l’essenza dell’opera, concentrando l’attenzione dello spettatore esclusivamente sugli interrogativi che ogni essere umano si pone nei confronti dell’ ”aldilà” e della dimensione ultra-terrena.

E in effetti la storia (la cui sceneggiatura è firmata da Peter Morgan), intreccia pensieri e sentimenti di vita e di morte attraverso i suoi tre personaggi, ma i passaggi continui dagli eventi che coinvolgono l’uno o l’altro, sono, per così dire, accompagnati e completati dall’eco delle colte citazioni dickensiane, con riferimento continuo ad opere quali il “David Copperfield o “La piccola Dorrit”; e ciò, non trapela palesemente solo nei brani registrati e letti dall’attore Derek Jacobi (“Il gladiatore”) che il personaggio di George Lonegan ascolta ogni sera, ma più intimamente, nel racconto a sfondo sociale con il quale Eastwood ha caratterizzato la storia. 


 

Marie Lelay è una giornalista francese che trovandosi in Thailandia nel 2004, rimane coinvolta tragicamente in un fenomeno naturale di tsunami; la donna sopravvive, ma i momenti di perdita di coscienza sono strettamente legati ad una sua percezione di reale assenza dalla vita, nei quali è forte e nello stesso momento confuso il coinvolgimento in una dimensione di “sospensione”, di mancanza assoluta di entità spazio-temporali, dove la visione offuscata di altri esseri si confonde tra bagliori e oscurità profonde.

Ci ritroviamo al suo rientro nella capitale francese.

George Lonegan, interpreato da un bravissimo Matt Damon, è un semplice operaio di San Francisco che, come sensitivo, riesce a mettersi in contatto con i defunti; ma quasto suo “dono”, vissuto dal personaggio come maledizione, se inizialmente ha lo scopo di ricongiungere le persone in qualche modo ai loro cari e a farli sentire a loro ancora vicini, per George diventa il motivo della sua solitudine e ciò che lo fa allontanare da qualsiasi possibile concreta relazione umana.

Marcus è un adolescente londinese che vive con il fratello gemello e la madre tossicodipendente, in un continuo barcamenarsi tra assitenti sociali e stenti quotidiani. Il suo unico punto di riferimento e di esempio, il fratello Jason, muore incidentalmente investito per strada e da qual momento in poi Marcus, indossando perennemente il berretto del fratello, cercherà affannosamente un possibile contatto con lui; è volutamente dickensiana la ripresa del ragazzo all’angolo della strada londinese mentre aspetta l’uscita di George.  

 

 

 

 

 

Così come si rivelano  dickensiani i temi di carattere più sociale come il licenziamento di George per esubero, la separazione forzata e straziante tra madre e figlio, la tragica morte del piccolo Jason … e ancora, l’insistenza del fratello di George nello sfruttare quel “dono” a scopi utilitaristici, ci propone la visione di una società dove ogni cosa viene usata a puro fine economico.

E le tre storie di George, Marie e Marcus continuano ad intrecciarsi fino alla fine, dove il “vedere” del primo è legato al presente, quello della seconda fa parte della sua memoria, e il “vedere” del terzo è il desiderio di ricerca dell’altro.

La lettura finale del brano tratto dal romanzo La piccola Dorrit”, ci riporta anche qui all’ennesima metafora dickensiana della “prigione”; il padre di Dickens venne rinchiuso per sei mesi nella prigione di Londra per debitori di Marshalsea, così come lo sarà il personaggio femminile di Dorrit la quale riuscirà finalmente ad evadere: la prigione è qui sentita come metafora dell’esitenza umana (cfr. introduzione C. Pagetti  a C. Dickens, “La piccola Dorrit”, 2007, ET Classici).

E il personaggio di George coincide lungo  tutto il racconto con molti aspetti alla figura di David Copperfield e con l’interiorità stessa del suo creatore:   quel sentimento profondo di infelicità e di malinconia che pervade i momenti solitari di George e contemporaneamente, quella volontà di superarli.

Interessante il momento della visita di George, allorchè si reca a Londra, alla casa di Dickens.

Durante il giro dell’abitazione dello scrittore, i visitatori si soffermano su di un quadro appeso ad una parete; l’opera, riconosciuta immediatamente da George, è “Il Sogno di Dickens” del 1875 del pittore Robert W. Buss: qui il romanziere viene raffigurato seduto e circondato da tutti i suoi personaggi/fantasmi.

La rappresentazione si riallaccia immediatamente alle visioni dell’aldilà di Marie.

 

 

Le citazioni ad altra letteratura non finiscono con Dickens; il rimando va al romanzo fantascientifico di Robert Silverberg del 1975 “ The Stochastic Man”, “L’uomo stocastico”, dove il protagonista, ricercatore nel campo della statistica, riesce a prevedere il futuro in campo finanziario ma ben presto si accorge, ancora una volta, che questo suo “dono” è in realtà una maledizione.

Nel finale del film di Eastwood, i tre personaggi George, Marie e Marcus che fino a quel momento avevano intrecciato in tre luoghi diversi le loro vite, le vedranno riunite in uno stesso luogo nella capitale londinese, alla London Book Fair: qui il piccolo Marcus incontrerà George che lo riporterà verso il fratello Jason, ma che gli farà anche comprendere che dopo il dolore è necessario lasciare andare coloro che amiamo perchè è questo che loro vogliono; George conoscerà Marie che sta presentando il suo nuovo libro “Hereafter” e ancora una volta, citando Dickens, il suo sguardo incontrerà quello di Marie, proprio come David Copperfield vede girarsi verso di lui Agnes Wickfield in una magica alchimia di speranza e fede nella vita. Il tutto scandito dalla lettura di un brano de “La piccola Dorrit”. 

 


Viene quasi d’istinto un’ennesima citazione, questa volta dal film di Quentin Tarantino, Kill Bill vol. 2 e la filosofia che circonda i supereroi; punto fermo di questa filosofia è che ci troviamo di fronte al supereroe e al suo alter ego.

Bill, alla fine del film, per descrivere la protagonista, la paragona al più grande dei super eroi della Marvel.

Se infatti gli altri super eroi sono uomini normali- Peter Parker, Bruce Wayn ecc… – con i loro difetti e le loro debolezze che però si travestono  – Peter Parker è  Spiderman, Bruce Wayn è Batman – e nei nuovi panni sono quanto di più nobile desiderano divenire, incarnando la purezza dei migliori ideali.

Nel caso di Superman ci troviamo invece innanzi sempre e solamente al supereroe Superman: lui è sempre stato Superman, è giunto da Kripton e da quando è arrivato sulla terra è sempre stato Superman.

Clark Kent è invece l’accusa di Superman all’uomo: è il debole, l’impacciato, il tonto, lo smidollato, ma soprattutto il pavido.

Il super-eroe sembra quindi avere un dono da doversi ammirare ma tutte le volte rimanda alla debolezza dell’uomo che sta sotto la calzamaglia, quell’uomo che vorrebbe essere diverso per stile di vita, per ideali, intrepido e coraggioso ma che invece deve tenere il volto e la propria identità celati.

 Così l’eroe dickensiano – Gerge, Markus e Marie – è invece colui / colei che sta innanzi al peso delle sue scelte, al suo destino affrontandolo, partendo da ciò che di buono c’è in lui.
E’ il semplice e per questo sempre un po’ fuori luogo e fuori dal tempo …

Onorina Collaceto

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