Rabbit hole | Algida indagine del dolore

Rabbit Hole | Algida indagine del dolore

Tratto dall’omonima pièce teatrale firmata dal premio Pulitzer David Lindsay-Abaire, Rabbit Hole è un classico esempio di cinema del dolore, che esplora le ferite, i lutti, le elaborazioni possibili, lo sprofondare in una disperazione così lacerante dalla quale non sempre si riesce ad emergere.

Becca (Nicole Kidman) e Howie Corbett (Aaron Eckhart) sono una coppia benestante e felicemente sposata il cui mondo perfetto cambia per sempre quando il figlio Danny (Phoenix List), attraversando la strada per inseguire l’amato cane, viene investito. Un dolore che li scuote e irrigidisce, li ferisce e li allontana, nel costante e disperato tentativo di trovare possibili forme di conforto e di reazione. I due sviluppano un meccanismo opposto di rimozione. Lei, ex-donna in carriera trasformatasi in casalinga, cerca di ridefinire la propria esistenza, sempre in contrasto con la famiglia che invano tenta di starle vicino e con un gruppo d’ascolto che le provoca rabbia più che conforto, tende ad isolarsi ed elimina tutte le tracce e i ricordi che rievocano il figlio; sorprendentemente Becca trova rifugio in una misteriosa relazione con Jason (Miles Teller), il giovane che ha involontariamente investito il figlio, perché anche lui vive nel dolore e nel rimorso ricordando quell’istante fatale, sebbene grazie alla lettura dei fumetti riesca a sfogarsi e consolarsi pensando ad “universi paralleli”. L`ossessione di Becca per Jason la distrae dal ricordo di Danny, mentre Howie si immerge nel passato facendo rivivere ogni sera il figlio attraverso i filmati girati con il cellulare e  cercando rifugio negli estranei che gli offrono ciò che Becca è incapace di dare. Le vite dei due coniugi scorrono parallele, non riescono ad “incontrarsi” perché congelate nell’elaborazione del lutto. Solo nel finale Becca e Howie, ormai consapevoli dell`ineliminabilità della sofferenza, si ricongiungono in un percorso comune.

Rabbit hole potrebbe apparire distante dai precedenti film diJohn Cameron-Mitchell, ricordiamo i mondi colorati ed eccentrici di Shortbus e Hedwig, ma non è così. Infatti, i due protagonisti esprimono le loro pulsioni e i loro sentimenti in contrasto con la canonica e tradizionale rappresentazione del tragico. Nonostante ciò, Mitchell indaga i sentimenti in maniera totalmente differente dai suoi film passati e inoltre non ricorre alla  facile scorciatoia volta ad enfatizzare la sofferenza per convincere lo spettatore, ma privilegia la raffinatezza e la linearità, epurando il racconto da ogni manierismo. L’approccio al testo di Lindsay-Abaire è delicato ed elegante e volto a cogliere anche i minimi moti dell’animo, anche grazie ad una macchina da presa dinamica. Il fumetto, presenza costante nei film del regista, è la metafora dell’esistenza di un universo parallelo, nel quale trovare la tanto agognata felicità. Al di là del “buco” si puo’ accedere al migliore dei mondi possibili, nel quale è concesso sognare.

Purtroppo la dialettica tra il caos dei sentimenti e il “contenitore” vitreo e algido attraverso il quale il regista li osserva non sortisce gli effetti sperati: manca una vera risposta, tutto sembra sospeso e frenato e l’energia non trova lo sfogo atteso. Poco sfruttato è anche il tema riguardante le forme di conforto che tradizionalmente vengono ricercate nella fede e nella religione e che, attraverso il personaggio della Kidman sono criticate e messe in discussione, privilegiando un pensiero nuovo di stampo scientifico e razionale che aiuti a sopportare le lacerazioni dell`animo.

Sono due le scene realmente toccanti, la prima durante l’incontro con il gruppo d’ascolto: una mamma si conforta dicendo che Dio ha voluto suo figlio per farne un angelo, quando Becca le risponde che, proprio perché è Dio, avrebbe potuto crearne un altro senza strapparlo alla famiglia. La seconda è, invece, l`incontro tra Becca e la madre (Dianne Wiest) che ha, a sua volta, perso un figlio di 30 anni e confessa quanto la perdita di un figlio non si possa mai dimenticare: il dolore si allevia e diventa come un piccolo peso sempre presente in una tasca. L’opera nel suo complesso si fa ammirare grazie ad una delicatezza registica però indebolita da una sceneggiatura a tratti banale. Nel complesso un film che sfiora le vette dell’emozione senza mai conquistarle.

Federica Guido 

Lascia un commento