L’inizio e la fine poetica di Tiziano Terzani

Il film sull’anima del giornalista | Un ritartto toccante e poetico

Come è stato dichiarato alla conferenza stampa di presentazione, svoltasi lo scorso 25 marzo alla Casa del Cinema di Roma,  non è un pesce d’Aprile per la cultura italiana l’uscita nelle sale di La fine è il mio inizio, poetico e commovente ritratto del giornalista Tiziano Terzani. Trasposizione cinematografica del bestseller edito da Longanesi e pubblicato postumo dal figlio Folco, sceneggiatore del film insieme a Ulrich Limmer, La fine è il mio inizio, che ha due protagonisti, è diretto da Jo Baier e distribuito in 77 copie da Fandango.
 
Gli ultimi giorni del giornalista occidentale più asiatico, corrispondente dall’Asia per Der Spiegel, il Corriere della Sera e la Repubblica, sono raccontati attraverso un’intervista lunga, intima e – a tratti anche divertente ed ironica, intervallata dalle battute graffianti in puro stampo toscano, tra Terzani e il figlio Folco, interpretato da uno straordinario Elio Germano, il minuto capocantiere di La nostra vita. Un dialogo su un giornalista che diventa l’occasione per interrogarsi sui massimi sistemi del mondo, qui rappresentati dai temi universali della vita e della morte, e per riflettere sul rapporto tra padre e figlio. 

Dalla scena iniziale di un cerchio che non si chiude – come il tipico gesto compiuto da un monaco zen si passa al dialogo tra Terzani, vestito di bianco, e il figlio Folco, vestito di nero, simile al  cavaliere de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman che sfida in una partita a scacchi la Morte. Quella di Terzani però non è una sfida, ma un passaggio del testimone perché, come dice lui stesso, nella mia vita ho fatto tutto quello che dovevo fare…Ho vissuto con grande intensità perché non mi sembra di avere nessun tipo di rimpianto. 

E, nonostante gli ostacoli dell’involucro corpo malato, ormai non più gestibile, Terzani platonicamente riesce a liberare la sua anima e a raccontare al figlio la sua vita. Da padre, quando catturato dal fascino per il pensiero di Mao Tse Tung, voleva chiamarlo Mao Terzani, da viaggiatore, quando per soddisfare la sua curiosità, innata per un giornalista, esplorava tutta l’Asia, da amante di donne, da principiante giornalista, quando le testate come l’Espresso e Le Monde gli facevano i primi contratti da collaboratore, da reporter che fotografava la disperazione e il caos dei viet-cong in un momento in cui viene scritta la storia, da uomo che rifiuta le utopie, quando confuta la dottrina di Ghandi ritenendo impossibile la non-violenza e che dichiara di essere stato un gigione che ha indossato molto maschere…e vicino alla morte si sente più libero perché non ha più una maschera e non sente più il suo corpo. 

Il Terzani di Jo Baier, che ha strutturato il film, ispirato alle conversazioni di La mia cena con Andrè di Louis Malle, su due livelli – dell’ascolto, centrale nelle dinamiche del racconto, e delle emozioni è più un poeta che un giornalista: un Terzani che abbraccia l’umanità per guardarne la sua bellezza senza scovarne conflitti e differenze. Un Terzani che individua anime anche negli alberi, cui mette gli occhi, e conosce la cultura attraverso l’acquisizione di oggetti, come il suo rifugio intimo, una piccola stanza indiana.
 

Il film, pura poesia, è un racconto borghese della vita di Terzani: non esoterico, ma anche molto lontano dalla realtà fotografata dal giornalista. Intriso di cultura classica, tipica di uno spirito critico fiorentino (sono, infatti, molte le citazioni letterarie e cinematografiche, da Il barone rampante di Italo Calvino – vedi la scena in cui Folco sale sugli alberi a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, rievocato dallo stesso Terzani). Un miracolo filmico con un ritmo lento, che in realtà, come è stato dichiarato in conferenza stampa, sembra avere il ritmo di un film d’azione, accompagnato dalle straordinarie composizioni originali di Ludovico Einaudi, che rappresenta in realtà l’anima asiatica di Terzani.

Alessandra Alfonsi

 

 

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