Intervista a Nicola Borrelli. Seconda parte

Roberto Faenza intervista Nicola Borrelli | Seconda parte

In una lettera aperta, i “100 autori” invitano il Ministro dei Beni Culturali al dialogo per definire le strategie concernenti il settore. È un invito che cade nel vuoto? Oppure sono prevedibili forme di intesa? 

Conosco le polemiche. In realtà, sono qui da più di un anno e ho partecipato personalmente ad almeno quattro dei numerosi incontri che il Ministro ha avuto con le più svariate associazioni di categoria Non comprendo fino in fondo queste polemiche. Può darsi che il dialogo non  sia stato sufficiente, ma certo non assente. 

Ma cosa si rimprovera al Ministero, il FUS ridotto? 

In questi mesi preoccupava la mancanza di sicurezze sul rinnovo delle misure di agevolazioni fiscali, mancanza che qualche danno l’ha procurato. Ad esempio, so di tre importanti produzioni straniere che non sono venute a lavorare in Italia, ma sono andate altrove, perché non hanno avuto, nei tempi compatibili con le loro esigenze, certezze sul rinnovo delle agevolazioni fiscali per il 2011. Poi, quando c’è stata una prima conferma dello stanziamento del FUS per il 2011, il  livello era veramente troppo basso. Ora è tornato ai livelli del 2010. Non è molto, però è un notevole passo avanti rispetto alle prospettive di appena qualche giorno fa. 

Ma la possibilità che il FUS venga ulteriormente potenziato da cosa dipenderebbe? Perché sembra che ormai i giochi per il 2011 siano quasi fatti… 

Nel milleproroghe c’era stato solo un segnale minimo, sotto forma di uno stanziamento extra, finalizzato alle fondazioni lirico–sinfoniche, (che comunque rientrano nel Fondo unico dello spettacolo): complessivamente 21 milioni di euro. Ma era ancora assolutamente insufficiente rispetto alle esigenze.  Il livello del FUS 2010 era appena sufficiente per “tirare a campare”, in attesa di riforme e di revisioni di meccanismi di intervento strutturali, che sono avvenute e che stanno avvenendo, ma richiedono comunque un certo lasso di tempo per diventare efficaci. Il livello assoluto si può immaginare anche più basso, purché la diminuzione avvenga compatibilmente con la piena operatività delle riforme messe in campo. Ad esempio, l’entrata in vigore delle misure tax credit – che hanno permesso agevolazioni per 40 milioni di euro a favore della produzione – ha compensato molti dei tagli intervenuti negli ultimi anni. Il reintegro di qualche giorno fa riporta il problema a livelli complessi ma certamente più gestibili. 

Quindi, in pratica, pensa che il sommarsi a quella quota ridotta del FUS con il tax credit riporterebbe quello che era il FUS nei tempi migliori? 

Assolutamente sì. Sommando ai 77 milioni di euro del FUS i 50 milioni di incentivi fiscali utilizzati, arriviamo a quasi 130 milioni, livello mai raggiunto da quando sono in questo Ministero, ovvero dal 2000. 

Allora se è così, perché queste proteste? 

Le agevolazioni fiscali vengono percepite dai beneficiari nel momento in cui producono e spendono. Nel mese successivo, appare sull’F24 uno sconto considerevole sulle imposte che sarebbero state versate. Prima mancavano ancora i numeri di consuntivo, Ora sono disponibili e sono importanti. Oggi possiamo affermare che l’intervento pubblico nella produzione non è dell’11%, come appariva alla luce dei dati disponibili a quel momento, ma, considerando il credito d’imposta,  è pari al 22% dell’investimento complessivo (sui film che hanno avuto il nulla osta nel 2010). Altri dati, riferiti alle sole richieste dei beneficiari, dicono che, da quando sono operative le agevolazioni fiscali, al 28 febbraio 2011, sono stati richiesti crediti d’imposta per la produzione pari a 109 milioni di euro, corrispondenti a investimenti pari a 775 milioni; crediti d’imposta per la distribuzione per euro 5,8 milioni, corrispondenti a investimenti pari a 46,5 milioni; crediti d’imposta per investitori esterni pari a 8,5 milioni relativi a investimenti pari a 21,4 milioni. Complessivamente, i crediti d’imposta richiesti sono pari a 123 milioni di euro, relativi a investimenti pari a circa 843 milioni. A questi numeri si deve aggiungere la parte relativa al tax credit digitale: 20 milioni di credito richiesto, relativi a investimenti per circa 67 milioni di euro. In conclusione, le richieste di credito ammontano a circa 143 milioni di euro, relativi a investimenti pari a circa 910 milioni di euro. 

Sussiste un tetto al credito di imposta? 

C’è un tetto per film, uno per società e un tetto complessivo, che è a livelli assolutamente capienti. Da quest’anno in avanti si parla di 90 milioni di euro fra le varie misure, assolutamente sufficienti. 

In un articolo de Il Corriere della Sera, il critico Maurizio Porro ha scritto: “Il cinema italiano? Due locali. Più cucina”, sottolineando l’assenza di un regime di sana concorrenza. Non trova che questa mancanza abbia favorito l’affermarsi di un duopolio (dominanza di Medusa e Rai Cinema), a discapito dell’autonomia del settore? 

C’è una concentrazione tipica del settore in tutti i paesi avanzati. Fa eccezione la Francia, che può contare su un contributo pubblico cinque volte superiore a quello erogato in Italia. I risultati del cinema francese in Francia sono straordinari: viene prodotto un numero di lungometraggi doppio rispetto al nostro. Tuttavia, sappiamo anche di polemiche rispetto all’eccessiva produzione di film. E’ probabile che in Francia stia accadendo quanto accadeva da noi una decina di anni fa, quando venivano prodotti troppi titoli, con l’aggravante che molti non venivano visti. 

Non pensa che questa concentrazione sia un po’ preoccupante per il cinema indipendente? Un produttore oggi non ha molte possibilità: o va da una parte o  dall’altra, non ci sono molte alternative. Questa concentrazione potrebbe danneggiare tutto il comparto… 

Queste considerazioni trascendono la mia direzione e sono di competenza dell’autorità antitrust, la quale ha più volte messo sotto osservazione il settore. 

In molti paesi esistono segmenti di mercato legati al corto, al documentario, all’animazione. In Italia invece sono considerati figli di un dio minore. Se e in che modo si può intervenire per sostenere questo tipo di produzione, queste “palestre”? 

E` stato depositato dal ministro Bondi un disegno di legge a tale proposito. Se c’è un’area di intervento privilegiato dello Stato nel settore della cinematografia è appunto questo: le opere prime e seconde, i documentari, i cortometraggi. 

Che iter sta seguendo questo disegno di legge? 

È all’esame della Camera, in Commissione Cultura, insieme alle altre. 

Una volta approvata, cosa accadrebbe? 

Le poche risorse pubbliche disponibili verrebbero finalizzate solo a opere prime e seconde, ai cortometraggi e ai documentari. 

E gli altri produttori in che modo percepirebbero l’aiuto dello Stato, solo dal tax credit? 

Solo dalle agevolazioni fiscali potrebbe risultare una soluzione troppo drastica e addirittura semplicistica. Si obietta che lo Stato dovrebbe intervenire per tipologie di prodotto e non per tipologia di regista, quindi orientarsi su quel prodotto che ha difficoltà a reperire le risorse sul mercato, tralasciando la distinzione ormai un po’ sorpassata tra opere prime e seconde. L’intervento statale andrebbe orientato, oltre che sulle opere prime e seconde, anche e, forse, solo su film di elevato valore culturale che non verrebbero mai realizzati senza l’intervento pubblico. 

Sa che Rai Cinema sta varando un piano di investimento per finanziare opere prime e seconde a basso, anzi bassissimo costo? 

Non ne so molto, comunque è lodevole. 

Francia, Germania e Spagna, sembra che investano più di noi, come lo spiega? C’è una maggiore sensibilità? 

Non c’è ombra di dubbio. In Spagna c’è un livello di intervento dell’amministrazione centrale se non altro comparabile con il nostro. Non possiamo neanche pensare di avvicinarci alla Francia, che nel 2011 investirà nell’audiovisivo 750 milioni di euro, circa la metà dei quali al settore cinematografico in senso stretto:  rispetto a quanto facciamo noi il rapporto è  di 1 a 5.

 


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