Virzì a teatro. Il pubblico è entusiasta, la critica meno…

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Lì per lì Paolo Virzì c’è rimasto parecchio male. Nel recensire “Se non ci sono altre domande”, Franco Cordelli non ha proprio usato il fioretto, definendolo «uno spettacolo pretenzioso, noioso, irrimediabilmente mediocre, infarcito di luoghi comuni in modo indecente». Non bastasse, ironizzando sul salto di Virzì dal cinema al teatro, il critico del “Corriere della Sera” ha aggiunto: «Nelle interviste ci si dichiara palpitanti, quasi timorosi e, insomma, per usare il termine giusto per noi consumatori di pubblicità nel 2011, emozionati; dentro di sé, in interiore homine, lo stato d’animo non può che essere diverso, lo direi spavaldo, sfacciato, quasi temerario».

Con gli altri recensori è andata un po’ meglio, ma insomma. Rodolfo Di Giammarco, su “la Repubblica”, s’è arrampicato sugli specchi, parlandone come di «un testo che pigia molto e inizialmente anche troppo il pedale dell’inquisizione-spazzatura da talk show popolare nel mettere un povero cristo borghese al centro di un processo mediatico in cui solo da metà in poi si sviluppano i germi di una versa resa dei conti drammatica (diciamo, teatrale)». Mentre Masolino d’Amico, su “La Stampa”, pur lodando la prova dei venti interpreti, in particolare Silvio Orlando, l’ha definito «movimentato, ancorché lunghetto – quasi tre ore – e ripetitivo».

Eppure, in scena al romano Teatro Eliseo fino al 15 maggio, “Se non ci sono altre domande” continua a mietere consensi popolari. Ogni sera si registra il pienone, finora l’hanno visto ventimila persone, si sta addirittura meditando – ma gli appuntamenti del 12 e 13 aprile sono saltati – di registrarlo in diretta e proiettarlo in cento sale cinematografiche. La solita storia? Il pubblico accorre numeroso e sembra gradire; i critici titolati  storcono il naso, gridando all’invasione di campo, alla pratica mestierante, alla mancanza di ispirazione artistica. Cordelli, da questo punto di vista, è coerente. Usò parole di fuoco anche contro l’edizione teatrale dei “Pugni in tasca”, dal film di Marco Bellocchio, interpretata da Ambra Angiolini e dal figlio del regista, Pier Giorgio.

«Non si risponde alle critiche, anche alle più cattive» confessa Virzì al “Riformista”, fingendosi più saggio di quanto sia. «Probabilmente l’ho fatta grossa, di sicuro io e Silvio Orlando ci siamo accostati al tema senza spirito reverenziale o purista, cercando di fare una cosa viva, divertente e triste allo stesso tempo». Però… «Però mi dispiace che Cordelli, invece di analizzare lo spettacolo, usi mezza recensione per parlar male di un libro di un amico, Francesco Piccolo, solo citato nella cartellina stampa. Si rammarica pure per il successo di quel libro. Ma perché?». Il cineasta  livornese confessa di essere uno spettatore teatrale pigro: «Non conosco il dibattito critico che gira attorno alla drammaturgia, difficilmente mi vedrete con il maglione nero “dolce vita” alla Ronconi o alla Strehler. Però credo che vada abbattuto il recinto tra cinema e teatro, bisogna mischiare il sangue, guai a starsene rintanati nei rispettivi club».

Usa quasi le stesse parole Mario Martone, regista al cinema con il risorgimentale “Noi credevamo” e a teatro, da qualche giorno, con il leopardiano “Operette morali”. «Da Cordelli ho ricevuto, in passato, un trattamento simile e anche peggiore. Ma non polemizzerò, facciamo due lavori diversi. Vero è che in Italia, a differenza di quanto accade negli Usa, in Gran Bretagna o in Francia, si verifica scarso travaso tra cinema e teatro. All’estero avviene tranquillamente, grandi star e registi di nome si misurano col palcoscenico; in Italia esiste una strana dicotomia, sembrano due mondi separati sui quale pesa un minaccioso clima da resa dei conti. Eppure mischiarsi senza complessi farebbe bene a entrambi: al cinema e al teatro».

 Lo Stabile di Torino, che Martone dirige, potrebbe diventare un utile laboratorio in tal senso. Ma certo la diffidenza reciproca non aiuta. «Guardi il passaggio è più facile dal teatro al cinema» sostiene Massimiliano Bruno, ben piazzato al box-office col suo film “Nessuno mi può giudicare”, interpretato da Paola Cortellesi, la stessa con la quale portò in scena il monologo “Gli ultimi saranno gli ultimi”. Bruno ricorda gli anni in cui commedie teatrali come “La stazione”, “Piccoli equivoci” o “Volevamo essere gli U2” prendevano aria al cinema, frutto di un’osmosi proficua. «A teatro il ritorno economico è minimo, dieci volte meno che al cinema. Chi lo fa, sceglie di farlo. Spesso sacrificando un anno di vita. Eppure i critici di solito reagiscono male, in modo sospettoso. Ci trattano da poliedrici, come se, facendo teatro venendo dal cinema, sporcassimo un campo non nostro. Ho visto lo spettacolo di Virzì, mi sembra riuscito e divertente, non convenzionale. Infatti i critici mugugnano e il pubblico apprezza».

Una teorica del crossover artistico è Cristina Comencini, che a teatro portò, con successo, la sua commedia “Due partite”, poi diventata film. «Con Cordelli a me è andata bene, ricordo una critica positiva. Ma, in generale,  le cose nuove urtano. Eppure nei Paesi in cui più forti, vitali,  sono cinema e teatro, i passaggi da un campo all’altro sono normali, nessuno se ne stupisce, come fossero due rami dello stesso mestiere». Un discorso che la regista-scrittrice vorrebbe estendere alla lirica. «Invece se un regista cinematografico mette in scena un’opera scatta subito, implacabile, la stroncatura. I critici vorrebbero che i cantanti cantassero immobili…». Ferzan Ozpetek, alle prese con “Aida” al Maggio fiorentino, è avvisato.

Michele Anselmi

 

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