Recitare in un brutto italiano? Un gioco da divi

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Alla fine bisognerà rivalutare l’inglese basico di Elisabetta Canalis. I giornali americani l’hanno sfottuta per via del «terribile accento» esibito in un episodio della serie tv “Leverage”. Poi a Sanremo, con Gianni Morandi e Robert DeNiro, c’è stato il bis. Ma, diciamo la verità, non è che le star hollywoodiane facciano tanto di meglio quando capita a loro di girare in una lingua che non sia l’inglese. Le sole a distinguersi sono Jodie Foster e Kristin Scott Thomas, capaci di recitare in un ottimo francese, con le “erre” giuste; oppure, sul versante maschile, Colin Firth, il sovrano balbuziente del “Discorso del re” appena premiato con l’Oscar, che però ha una moglie italiana e una casa dalle nostre parti, al pari di Willem Dafoe.
    La verità è che, messi di fronte all’esigenza di dire qualche parolina in un idioma straniero, i big del cinema anglofono di solito diventano goffi, anche un po’ ridicoli, spaesati, molto pittoreschi. Nondimeno l’Italia è in gran spolvero a Hollywood e dintorni: non si contano i film ambientati da noi, il che costringe i divi a confrontarsi con la lingua.
    Qualche esempio? Julia Roberts in “Mangia, prega, ama”, Kate Hudson in “Nine”, Johnny Depp in “The Tourist”, ma siamo proprio allo stretto necessario. In “The American” George Clooney, killer senza nome ritiratosi in Abruzzo nell’attesa di un nuovo contratto, spiccica invece qualche parola in più, del tipo«buongiorno»,«buona sera»,«un caffè, per favore». Pocaroba, d’accordo, eppure lo sforzo si sente. Peccato che l’effetto si perda nella versione doppiata. Del resto, Clooney ha una fidanzata tricolore, possiede una villa sul lago di Como, non diserta una Mostra veneziana e gira una pubblicità dietro l’altra. Nelle ultime, per Fastweb, mastica un po’ di italiano, non più di due o tre parole di seguito, s’intende, per evitargli troppa fatica e perché il gioco ironico consiste nel fargli fare se stesso che non viene riconosciuto. Ben altro cimento affrontò Richard Burton quando, nel 1966, accettò di fare da voce narrante, in un italiano fluido e toccante, per un documentario sull’alluvione di Firenze diretto da Franco Zeffirelli. Altri tempi.
    Parla italiano misto addirittura a latino, nella versione originale del “Rito”, anche Anthony Hopkins. Non che Dario Penne, voce storica, sia dameno, ma fa un certo effetto sentire l’attore gallese scandire solennemente frasi come «ex umbris ad lucem» mentre esorcizza una ragazzina romana posseduta dal demonio. La pronuncia latina è quella che è, zoppicante, ma soprattutto ci si chiede quante lezioni di italiano avrà dovuto prendere l’ex Hannibal per scambiare quelle quattro-cinque battute di dialogo con l’indemoniata Marta Gastini.
    Molto di più ha fatto – bisogna riconoscerlo – Robert De Niro. In “Manuale d’amore 3”, sfidando i privilegi che gli derivano dallo status di star planetaria, recita nella nostra lingua per tutto il terzo episodio, mantenendo l’inglese per i pensieri. Al botteghino la trovata non ha funzionato, benché DeNiro si sforzi di rendere credibile, decentemente fluido, il suo italiano. Anche quando, di fronte alla beltà giunonica di Monica Bellucci, ballerina di lapdance redenta, è costretto a dire cose incredibili, come: «Questo cuore indeciso deve amare te, io non posso fare nulla».
    Il regista Giovanni Veronesi se l’è molto presa con i critici che non avrebbe lodato la prova coraggiosa di DeNiro, la sua capacità di mettersi in gioco a quasi settant’anni, la professionalità nel mandare a memoria lunghi brani di dialogo; e tuttavia l’espressività dell’attore newyorkese appare un po’ ingessata, le parole escono a tratti faticose, a risentirne è il personaggio nel suo insieme. Tanto che alla fine qualcuno s’è chiesto se non sarebbe stato meglio, visti i risultati, far parlare il malinconico professore americano con la voce consueta di Stefano De Sando.
    Altra cosa è la pubblicità. Di Clooney s’è detto. Ma vale anche per John Travolta, protagonista, in tempi recenti, di una campagna per Tim che l’ha visto nei panni di se stesso accanto a Michelle Hunziker, esibendo un italiano maccheronico, quasi incomprensibile. Ricordate? «Michelle, insegnami l’italiano» fa lui, e lei ci prova, con risultati deprimenti, faticando Travolta a pronunciare anche «tutto senza limiti». Allora lei, estenuata, replica:«Ma una parola in italiano la sai?». Lui, con faremalizioso, le sussurra all’orecchio qualcosa di sessuale. Al che lei si ritrae, fingendosi scandalizzata.
    Tutto prevedibile, se non fosse che su You- Tube un buontempone, cliccatissimo, ha trasformato in un enorme rutto quella parolina segreta. Per quanto goliardico e volgarotto, forse il miglior commento sullo spot. Alla fine dei conti ridateci Kevin Costner, che nel lontano 2000, diretto da Zack Snyder, spiegava com’«è bello camminare in una Valleverde».E pensare che allora tutti lo presero in giro per la pronuncia.

Michele Anselmi

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