In Francia si cinema meglio

Nuove dal pianeta cultura? | Francia-Italia 1 a 5

Sandro Bondi se n’è andato in punta di piedi e ora ai Beni culturali c’è un nuovo ministro: Giancarlo Galan. Appena nominato è entrato a gamba tesa. Due Festival del cinema sono troppi, ha detto. Ok Venezia, Roma superfluo. Ha detto la sua anche sui Bronzi di Riace: no al copyright solo perché pescati nel Mar Ionio. E qui come dargli torto. Galan scende in campo all’indomani di un paventato “tutti a casa”. Solo poche settimane fa i sindacati avevano minacciato lo sciopero generale di fronte al rischio chiusura di cinema, teatri, musei, divorati dai tagli. Il ministro del Tesoro ha più volte dichiarato che la cultura non si mangia, ma per fortuna si è rimangiato la sua stessa dichiarazione. Ha riportato i contributi allo spettacolo ai livelli dello scorso anno, già minimi, ma non tanto quanto prima del reintegro. Il famigerato Fus (Fondo Unico dello Spettacolo), il cui acronimo non suona simpatico, è contestato soprattutto a destra, ma è criticato anche da alcuni settori di sinistra, che ritengono la presenza dello Stato un rischio per il pluralismo. Nell’ultimo numero dell’Espresso, ad esempio, Alessandro De Nicola, si schiera contro gli aiuti di Stato alla cultura e dunque anche al cinema. Lo Stato, scrive, tenderà sempre a favorire i suoi artisti preferiti, quindi sarà sempre parziale. Meglio lasciarlo fuori dalla porta. Non la pensa così la gente di cinema e tanto meno le associazioni degli autori, che rivendicano l’esigenza degli aiuti di Stato, se non altro per non morire di assenza di copertura finanziaria. Di recente l’associazione dei “100 autori” insieme a Cinecittà Luce ha inviato a Roma la società francese di autori e produttori (Arp) a illustrare il modello francese, che da tempo l’Italia invidia e vorrebbe copiare. Apprendiamo così che lo scorso anno in Francia sono stati prodotti 260 film di cui 70 in coproduzione. Diciamo pressappoco il doppio, a parità di numero di abitanti. A gestire i fondi per l’audiovisivo un unico centro, il CNC (Centre National de Cinématographie), dotato in media ogni anno di circa un miliardo di euro. Cifra da fare impallidire il confronto con i fondi pubblici italiani. Da dove arriva tanto denaro? Principalmente da tre fonti (ovvero tasse): prelievo sui biglietti del cinema per circa 120 milioni l’anno; prelievo su TV e internet provider per quasi 550 milioni; il resto prelevato dall’home video e similari. Da noi alla sola idea di aumentare i biglietti del cinema si stava per sollevare la rivoluzione degli esercenti. E quando qualche anno fa il ministro Urbani propose di prelevare qualche spicciolo dagli internet provider, vedi in primis la Telecom, quasi ne chiesero le dimissioni. Vediamo in sintesi come confrontare Italia e Francia in materia di cinema. E partiamo dai dati dell’interessante intervista rilasciata la scorsa settimana a Cinemonitor dal direttore generale del cinema Nicola Borrelli. Scartata la proposta di aumentare di un euro il costo dei biglietti, esecrata appunto da esercenti e spettatori, in sua vece è passato un modesto prelievo sulle accise della benzina. Lo scorso anno abbiamo prodotto complessivamente 141 film, quasi la metà della Francia. Nel corso del 2010 sono stati investiti 312,2 milioni di euro, 35,4 milioni di contributi dello Stato, 33,8 milioni di agevolazioni fiscali. I privati hanno immesso sul mercato 243 milioni, lo Stato 69,2 milioni. I primi hanno investito il 77, 9%, lo Stato il 22,1%. Rispetto alla Francia siamo circa 1 a 5. Tutto sommato in Italia la spesa pubblica per il cinema è davvero poca cosa rispetto all’indotto che questa industria crea in termini di occupazione. Pochissimo, se confrontiamo quanto spendono altri paesi europei. Rispetto alla Francia il rapporto diventa umiliante. Comprenderà il nuovo ministro dei Beni culturali l’importanza del bene cultura di un paese che vanta il primato rispetto a tutto il resto del mondo, se non altro per qualità e quantità dei giacimenti? E riuscirà non dico a eguagliare ma perlomeno ad avvicinarsi al collega francese? Un recente studio di Federculture induce a un lieve ottimismo. Vi si segnala il boom di presenze al cinema (+ 13, 2%), di incassi a teatro (più 3, 78 %), pubblico in aumento ai concerti di classica (più 5, 9%), picco di vendite dei biglietti museali (più 6, 4% di presenze). In calo invece gli spettacoli sportivi (meno 40, 82%) e le presenze in discoteca (meno 11, 95%). E’ vero che la Francia nel 2010 ha investito in cultura 46 euro pro capite e noi soltanto 20. Ma scrutando le ultime cifre osserviamo che stiamo diventando un paese decisamente più colto, a dispetto dei continui tagli. Basti che non diventi un alibi.

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