Il Papa disorientato di Michel Piccoli

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Un Papa così non s’è mai visto al cinema. Fragile, toccante, atterrito. Perplesso. La papalina bianca l’hanno indossata in tanti, sul grande schermo e piccolo schermo, da Anthony Quinn a James Cromwell, da Bob Hoskins a John Goodman, da Paolo Stoppa a Neri Marcorè. Ma volete mettere il Michel Piccoli di “Habemus Papam”? Stamattina Nanni Moretti mostra il suo nuovo film alla stampa; subito dopo, diversamente da quanto annunciato, parlerà con i giornalisti. E tuttavia il clima appare più rilassato del solito. Sarà perché di “Habemus Papam” si sa molto, quasi tutto, a differenza di quanto avvenne per “il Caimano”, avvolto fino all’ultimo momento da uno spesso velo di segretezza? Storia, battute, sequenze, tormentoni sono in rete da tempo, lo stesso sito ufficiale del film ha aggiunto materiali giorno dopo giorno, per costruire l’evento mediatico. Al resto ha provveduto, facendo molto imbufalire regista e produttori, il settimanale “l’Espresso”, che per la penna di Malcom Pagani s’è divertito lo scorso febbraio a rivelare la trama scena per scena.

Però la faccia di Piccoli, nelle poche foto diffuse o nei trailer di varia misura, vale più di ogni scoop. Chi ha visto il film assicura che l’attore francese, classe 1925, è straordinario nei panni del cardinale Melville, porporato di seconda fila, fuori dai giochi del Conclave: dopo due fumate nere, si ritrova invece eletto Papa a sorpresa, e a quel punto, sconvolto dagli eventi, schiacciato dal senso di inadeguatezza rispetto al ruolo cui è chiamato, rifiuta l’investitura per perdersi, mimetizzandosi tra i pellegrini, nella folla della Capitale. Vuole solo scomparire, annullarsi, spaventato dal cimento. «Dio vede in me capacità che non ho. Dove sono, dottore? Le cerco e non le trovo» sospira l’umanissimo Pontefice allo psicoanalista Nanni Moretti, chiamato in tutta fretta dal portavoce papale per risolvere la grana, che gli chiede se ha «problemi con la Fede». Più tardi, vestito in abiti borghesi, il Papa che non ha ancora accettato di essere tale sembrerà ancora più smarrito al cospetto di un’altra psicologa, Margherita Buy, che ne ignora l’identità. Lei domanda: «Di queste difficoltà ha parlato con nessuno? Che lavoro fa?». La sua risposta è laconica: «Già, cosa faccio?».

Ci voleva un attore del calibro di Piccoli per riempire i vuoti esistenziali del personaggio inventato da Moretti. Un Papa disorientato, a una passo dalla regressione, ma anche consapevole dei propri limiti. La versione ufficiale del Vaticano lo racconta in preghiera, nell’attesa di mostrarsi ai credenti a piazza San Pietro, invece lui vaga per Roma, dopo aver eluso il controllo della scorta, sperando di essere preso a teatro per interpretare “Il gabbiano” di Cechov.

Un gran ritorno, per Piccoli. Anche se, in realtà, non se n’era mai andato. L’età avanzata – l’uomo viaggia verso gli 86 anni – non gli ha impedito di continuare a recitare. Dal 2000 a oggi ha girato ben diciotto film, tre nel 2007, due nel 2008, due nel 2009. I titoli magari diranno poco al pubblico italiano: “Sous les toits de Paris”, “Boxes”, “L’insurgée”, “De la guerre”, “Un envol”… Però l’attore prediletto di Marco Ferreri (sette film insieme, a partire da “Dillinger è morto”) non ha mai smesso di calcare i set, in qualche occasione anche da regista e sceneggiatore. Un tempo era consuetudine doppiarlo, Moretti, invece, ha voluto che parlasse con la sua voce, in presa diretta, senza nascondere la coloritura francese. Del resto l’uomo ha orecchio. Viene da una famiglia di musicisti (madre pianista, padre violinista), è stato sposato undici anni con Juliette Gréco, con l’Italia ha sempre conservato un rapporto speciale, di affettuosa amicizia e condivisione culturale. Per dire: ha girato con Cottafavi, Bellocchio, Scola, Petri, Cavani, Tovoli, Corbucci (Sergio). Come tutti i grandi interpreti, non ha bisogno di strafare sullo schermo: anche da zitto si vede che pensa, il suo sguardo è intelligente, acuto, non un gesto di troppo, perfino quando l’ironia proverbiale si converte nel vitalismo funereo di film come  “La grande abbuffata”.
Socialista di lungo corso (nel 2007 firmò un manifesto invitando i francesi a votare a Ségolène Royal), Piccoli non poteva non incrociare, nel suo affollato percorso artistico, il cinema di Nanni Moretti. Anzi, sorprende che l’incontro tra i due non sia arrivato prima. Ma il risultato, almeno a scorrere i “prossimamente”, è incoraggiante. L’attore parigino ha portato in “Habemus Papam” quel suo gusto per l’understatement, l’incidere dolente e crepuscolare, anche il sorriso infantile che solo certi vecchi sanno sfoderare senza apparire ebeti (il saluto con la manina alle guardie svizzere da dietro una siepe). Il suo cardinale Melville, Papa irresoluto e irrisolto deciso a rinunciare al Soglio nello scandalo generale, è un personaggio che ispira simpatia. E chissà se, nel vestirsi da Sua Santità, Piccoli avrà ripensato all’invettiva anticlericale che lanciava nella “Via Lattea” di Buñuel. Era il 1968. Ricordate? «Dio non esiste. Ogni religione parte da un falso principio. Tutte le religioni presuppongono la necessità di credere in un Dio creatore, ma questo creatore non è mai esistito. Esiste forse una sola religione che non sia sotto il segno dell`impostura e della stupidità?».

Michele Anselmi

Lascia un commento