L`Iraq di Ken Loach, L`altra verità

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Magari significa qualcosa che nessuno dei film sulla guerra in Iraq e dintorni sia andato bene al botteghino, anche quando c’erano dietro star di prima grandezza. Qualche titolo? “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow (eppure vinse l’Oscar), “Redacted” di Brian De Palma, “Green Zone” di Paul Greengrass, “Nella valle di Elah” di Paul Haggis, “Fair Game” di Doug Liman, “L’uomo nell’ombra” di Roman Polanski, e si potrebbe continuare. Guerra rimossa, e non solo dal pubblico statunitense, comunque la si raccontasse: dal fronte o dalle retrovie, sul piano politico o dalla parte dei reduci, spendendo milioni di dollari per gli effetti speciali o girando con la telecamera digitale. In fondo è andata così anche con conflitto etnico nella ex Jugoslavia: dopo un po’, anzi quasi subito, nessuno ha più voluto sentirne parlare al cinema. Un flop dietro l’altro.

Chissà se andrà diversamente con “L’altra verità”, il film di Ken Loach che esce oggi in Italia a quasi un anno dalla prima al festival di Cannes. In materia si sa come la pensa Ken “il rosso”, trozkista doc e pacifista arrabbiato: «Chiamiamo le cose con il proprio nome. La guerra in Iraq è un crimine. Una cosa illegale, un’azione militare portata avanti nel nome dell’ingordigia e dell’interesse. I governi britannici e americani hanno violato le convenzioni di Ginevra, praticando ogni tipo di tortura. Le persone che lo hanno permesso sono Bush e Blair… E pensare che l’ex premier britannico oggi è ambasciatore di pace in Medioriente!».

Insomma, se il film fosse solo questa roba qui ci sarebbe poco da attendersi. Ma l’inglese Loach, classe 1936, è anche un regista coi controfiocchi, capace di intrecciare l’indignazione, pure ammantata di retorica, con un cinema teso e nervoso, livido e realistico, ritagliato sulle facce, spesso proletarie, dei suoi personaggi.

“L’altra verità” non sarà uno dei migliori, ogni tanto l’ideologia si sente, specie nel ritratto super buonista degli iracheni. E tuttavia, arrivando due anni dopo la curiosa parentesi in commedia del “Mio amico Eric”, mostra la vitalità di un cineasta capace di rinnovarsi ogni volta, senza dormire sugli allori. Peccato non aver lasciato (distribuisce la Bim) il titolo originale, che recita “Route Irish”, dal nome della strada, definita la più pericolosa del mondo, che unisce l’aeroporto di Bagdad alla cosiddetta Zona verde. Anche il nostro Nicola Calipari morì su quell’asfalto, ucciso dal cosiddetto fuoco amico. Nel film di Loach è Frankie, un “contractor” britannico con un passato regolare da parà, a restarci il 1° settembre del 2007, vittima di un agguato insieme ad altri tre colleghi mentre scortava un giornalista spagnolo del “País”. Così almeno assicura la versione ufficiale, ribadita nel commosso discorso funebre di fronte alla bara. «Non ci sono monumenti in questo Paese per uomini come lui. Era un patriota, un soldato di pace» scandisce il boss dell’agenzia, e tutto finirebbe lì se Fergus, l’amico per la pelle del morto, l’uomo che lo convinse ad andare laggiù a 10 mila sterline al mese esentasse, non sentisse puzza di bruciato.

“L’altra verità” è la storia dell’indagine privata, sempre più serrata e ossessiva, che Fergus, sentendosi in colpa per la morte del sodale, istruisce alla sua maniera paramilitare, quasi trasferendo nella Liverpool che fu dei Beatles la logica stringente della guerra a Bagdad. Bisogna infatti sapere che, al culmine dell’occupazione, quasi 160 mila “contractor”, dei quali 50 mila armati fino ai denti, trovarono lavoro in Iraq. Un giro d’affari impressionante, una mangiatoia miliardaria alla quale tutti si sono affacciati, incluso Dick Cheney, amministratore delegato della famosa/famigerata Halliburton.  Bisogna sapere anche un’altra cosa: dal 2003 agli inizi del 2009 in Iraq, per decisione di Paul Bremer, funzionò una disposizione, chiamata Ordine 17, che garantì l’immunità quasi totale, diciamo l’impunità, a quei soldati privati, altrimenti detti “corporate warrior”.

Il film di Loach prende spunto da lì, cercando di immaginare, per usare le parole dello sceneggiatore Paul Laverty, «quali sarebbero gli effetti dell’Ordine 17 a casa nostra». Effetti devastanti, anche sul piano etico, dei comportamenti spiccioli, perché Fergus, nell’ansia di fare luce sulla morte dell’amico, coperta da troppi “omissis” e zone d’ombra, passerà infine alle maniere forti, utilizzando le stesse tecniche imparate sul campo.

Tranquilli: non c’è Rambo di mezzo, anche se qualche critico, da Cannes 2010, rimproverò a Loach di aver applicato il teorema con notevole  schematismo, dividendo i personaggi tra buoni e cattivi, girando un film più sensibile alle regole del thriller d’azione che alle patologie disfunzionali prodotte dal disturbo post-traumatico da stress. Non è così. In un film americano l’eroe raddrizzatorti alla fine rientrerebbe tranquillamente nei ranghi dopo aver fatto giustizia, in “L’altra verità” l’agire furente di Fergus è avvelenato da errori, torture e coazioni a ripetere. «Meglio abbatterlo un cane rabbioso, prima che uccida qualcun altro»: è l’amara consapevolezza alla quale approda il guerriero ormai persosi nelle tenebre di una vendetta personale, contraddittoria, figlia della stessa abiezione che si voleva combattere.

Michele Anselmi

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