La sfida di Sorrentino: This Must Be The Place

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Il film americano di Paolo Sorrentino va in concorso a Cannes tra meno di un mese, ma uscirà nei nostri cinema solo a ottobre. Meglio non rischiare: il caldo sta già svuotando le sale, regalando qualche dispiacere pure a Nanni Moretti. A fine maggio potrebbe essere un disastro. Intanto le immagini di Sean Penn, con parruccone nero simil punk, occhi bistrati, fondotinta biancastro, rossetto sulla bocca, stanno facendo il giro dei media, insieme ad alcune scene del film, in tutto tre minuti, espunte dal montaggio ma offerte al sito di “Repubblica” come amichevole bonus (va di moda fare così oggi).
Naturalmente c’è molta curiosità attorno a “This Must Be the Place”. Il  road movie prende il titolo da una canzone, neanche così bella ma affettivamente cara a Sorrentino, dei Talking Heads, il cui ex leader David Byrne firma la colonna sonora e recita nel ruolo di se stesso. «Il bello del titolo è che si può adattare a molte circostanze» ironizza il regista, riferendosi alla sua quarta volta sulla Croisette, il posto giusto dove andare. Nel maggio 2008 portò “Il Divo” a Cannes e ne uscì con un premio importante. In quell’occasione Sean Penn, presidente della giuria, gli chiese di tenerlo presente per un prossimo film. Tre anni dopo, dopo aver girato tra Irlanda, Michigan, New Mexico e New York, il suo primo film internazionale, tutto in inglese, è pronto per l’anteprima mondiale. Impresa ambiziosa. Costato 28 milioni di dollari, “This Must Be the Place” è un film sostanzialmente italiano, per il 70 per cento prodotto da Indigo, Lucky Red e Medusa con la partecipazione di Banca Intesa San Paolo, il resto viene da capitali francesi e irlandesi. Italiani sono il regista, il co-sceneggiatore Umberto Contarello, il direttore della fotografia Luca Bigazzi, la scenografa Stefania Cella. E il bello è che i produttori non chiedono nemmeno un soldo allo Stato, rivendicano solo il bollino di interesse nazionale culturale. Il neoministro Galan sarà contento.
Sin da ora aspettiamoci una cascata di note, variamente modulate, puro  Sorrentino-style: la canzone del titolo, s’intende, più riferimenti vari, dal minimalista estone Arvo Pärt (usato pure in “Habemus Papam”) ai francesi “indie” Herman Düne, dal cantautore americano Will Oldham  al tedesco Achim Reichel, da Ben Harper agli Arcade Fire, più tanti altri. «Il mio rapporto con la musica è ossessivo, mi indica l’architettura delle immagini» teorizza il regista. Speriamo che non faccia la fine di Wim Wenders. D’altro canto si parla di una pop star, ritagliata, fisicamente, sul modello di Robert Smith dei Cure, una passione giovanile di Sorrentino. E una battuta di dialogo suonerà così: «Non si devono giudicare le persone dalla musica che ascoltano». «Ah no? E allora da cosa le giudichi?».
Ma non pensate a un film su un divo caduto. Parola del regista: «La storia nasce da una mia curiosità verso i nascondigli dei nazisti, una cosa che non ha nulla a vedere con la mia storia personale, ovvio».  S’intende che la caccia al nazi sarà uno spunto per parlare anche d’altro: di radici e cultura europee, di un tormentato rapporto padre-figlio, di un lungo viaggio alla riscoperta di se stesso, di una vendetta che potrebbe convertirsi in riconciliazione. Un modo, insomma, per «raccontare il problema dei  problemi dell’Europa, quella specie di montagna invalicabile, incomprensibile, paurosa, che è stata la violenza omicida di massa perpetrata nei confronti degli ebrei».
Il film itinerante, che sfodera attori del calibro di Frances McDormand (presenza fissa nei film dei Coen),  Harry Dean Stanton, Judd Hirsch, parte da una Dublino grigia e piovosa. Lì s’è ritirato a vivere con la moglie l’ex pop star Cheyenne, che fu leader dei Fellows. Senza figli, ostenta un look da ventenne, abiti neri attillati e anfibi militari in tinta, però ha 50 anni. Ridicolo, pure un po’ patetico. Appesantito, reso lento da un passato di droghe e alcol, l’uomo conduce un’esistenza da precoce pensionato del rock. Leggermente depresso, gioca a squash nella piscina vuota con la moglie che lo vorrebbe di nuovo sul palco, parla con il consulente finanziario che gestisce gli investimenti in borsa, soprattutto con una ragazzina (è Eve Hewson, figlia di Bono degli U2) con la quale trascorre ore al centro commerciale. Finché non riceve una telefonata da New York. Il padre, dimenticato da trent’anni, sta morendo. Cheyenne, terrorizzato dall’aereo, parte in nave, arriva troppo tardi. Curiosando per casa, nei giorni successivi al funerale, trova dei diari che lo incuriosiscono. Il padre ebreo, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, non ha mai smesso di cercare un ufficiale delle SS, tal Aloise Lange, per vendicarsi di un’umiliazione subita. «Un’umiliazione banale, nulla rispetto alle cose atroci accadute nei lager. Ma di questa offe­sa irrisoria l’uomo ha fatto la sua ra­gione di vita. E ha cercato per tutta la sua esistenza quel piccolo crimi­nale nazista per vendicarsi» ha spiegato Sorrentino.
Chiaro che Cheyenne proseguirà l’opera del padre inseguendo il nazista. Di cui sa poche cose: ha più di novant’anni, vive da qualche parte negli Usa, ha sposato un’americana. Così, alla guida di un enorme pick-up (naturalmente total black), il maldestro investigatore si immerge solitario nella provincia americana alla ricerca del vecchio aguzzino. Sarà un viaggio anche dentro se stesso. E quando troverà Lange, dalle parti di Alamogordo, in New Mexico, dovrà decidere cosa fare: perdono o vendetta? Dice Sorrentino: «Il film si muove su tre binari: l’ironia sul personaggio di Sean Penn, il mancato rapporto tra padre e figlio, il tema dell’Olocausto. Tuttavia, a differenza dei miei film precedenti, e nonostante il tema, non c’è mistero stavolta: semmai una sorta di gioia».
Non sfuggirà che “This Must Be the Place” è una scommessa estetica e produttiva insieme. Alla sua quinta regia, dopo “L’uomo in più”, “Le conseguenze dell’amore”, “L’amico di famiglia” e “Il Divo”, il quarantenne cineasta-scrittore partenopeo si misura con una dimensione internazionale, un budget molto alto per gli standard italiani, un argomento da far tremare le vene e i polsi. Ma lui si professa calmo, pronto a “giocare” le sue carte nell’agone del festival più importante del mondo. 

Michele Anselmi

 

Lascia un commento