Il sesso aggiunto. Un viaggio nel cuore di chi fugge con l`eroina

Il sesso aggiunto | L`opera prima di Francesco Antonio Castaldo

“Amare qualcuno è il desiderio di amare i propri desideri, e l’amore è quell’invenzione dell’anima che nobilita il bene più vero: il piacere dei sensi! ”. E se quel piacere dei sensi inizia a chiamarsi solo e soltanto eroina? Allora ogni emozione e sensazione filtra attraverso una schiavitù incontrollabile da se stessi, catene che hanno il sapore di una felicità surrogata, cercata, inseguita e mai raggiunta realmente se non nelle vene di corpi assuefatti e fragili.

Il sesso aggiunto, nelle sale dal 29 aprile, è l’opera prima di Francesco Antonio Castaldo, regista del film per certi versi autobiografico, un’ esigenza cinematografica, la sua, per raccontare l’incontro dei giovani con il mondo della tossicodipendenza, ma non solo. Gli anni Ottanta sono stati segnati dal problema dell’eroina, un’epoca che ha visto trascinare molti giovani nel coma interiore sino alla morte. Ma ultimamente l’eroina ricompare sul territorio dello spaccio e la paura sembra ritornare sul palcoscenico in modalità più discrete, perché siamo lontani da scene in cui spesso i parchi erano pieni di siringhe.

Più che una rappresentazione della realtà della droga, Castaldo ci tiene a precisare la necessità di soffermarsi e fotografare il mondo interiore del “tossico”, giungere nel suo viaggio più intimo, solitario che la droga rallenta e a volte mette in discussione. Perché tossici non si nasce, ma qualcosa ad un certo punto viene a mancare o ad aggiungersi sino a sconvolgere certezze, mortificare le speranze e fare dei sogni un “paradiso” troppo lontano da raggiungere. La solitudine, l’incomprensione, una società cieca senza valide e reali alternative ad un sogno, tutto ciò fa precipitare anche l’essere più nobile in un rifugio che non protegge, ma aliena e consuma. L’eroina abbrutisce chiunque, ti fa arrivare ad uno stato in cui pur di averla si accettano le umiliazioni più grandi, le violenze più impensabili. Il godimento che procura diviene l’unico motivo per resistere sino al giorno dopo, quando un’altra dose addormenterà la sofferenza e il piacere prenderà il posto di ogni altra bellezza. Il “sesso” è solo qualcosa di “aggiunto” che accompagna il momento di “farsi”, oppure un modo per pagare col proprio corpo senza esclusione di colpi e morale, o peggio ancora senza esserne consapevoli.

Il film non ha una dinamica violenta come Trainspotting né si limita ad osservare la realtà sociale come in Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Il sesso aggiunto, nonostante alcune scene d’impatto ma non censurate, né vietate ai minori, ha una messa in scena semplice, essenziale, cruda come la realtà dell’eroina. I primi piani dei volti giungono diretti al cuore dello spettatore.

Alan, il protagonista ben interpretato da Giuseppe Zeno, tra una dose e l’’altra si interroga in un silenzio di dolore, dove i ricordi della sua vita, della sua infanzia, vanno e vengono tra nostalgie, rimpianti e sensi di colpa. Il film scorre nella dolcezza dei pensieri di Alan, animo sensibile ma vittima di una pellicola ormai sbiadita. Ma c’è qualcosa in ognuno di noi che ad un certo punto fa svegliare quel senso di ribellione. Quel qualcosa per il regista è l’Amore, l’amore inteso come bellezza assoluta della vita, quel dio interiore che ci fa commuovere, ci fa piangere, ci fa gioire all’improvviso. Alan non sa quanto dio ancora riconosce dentro se stesso, forse a svegliarlo sarà il sorriso della nipote, il dolore della madre, la morte di un amico o il fatto stesso che nella vita la sofferenza si impara a viverla e non a sfuggirla, perdendosi e non ritrovandosi più. Alan sarebbe diventato un poeta se l’eroina non fosse stata la sua fuga migliore.
 
Patrizia Miglietta
 

 

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