Digital Radio. Il futuro corre sul web

Onde di libertà | Ecco la versione integrale del pezzo pubblicato su Il Fatto Quotidiano

Nel  lontano 1974, da Bologna, ho aperto il fronte delle radio libere dimostrando con un’emittente pirata che era falso l’assunto della Rai sulla limitatezza delle frequenze. Guardando a quell’iniziativa, la Corte costituzionale sancì l’illiceità del monopolio. Non che le cose siano molto migliorate, visto che ora incombe il duopolio. Esistono ancora i pirati? Sì, specie sulle frequenze AM, disturbando soprattutto la Rai. Oltre ai pirati, fuori dal conformismo c’è in giro un buon numero di voci libere. Tra queste, le radio universitarie. Di loro nessuno parla. Eppure rappresentano la punta più avanzata della comunicazione non allineata. Un baluardo contro il vociare che ammorba l’etere ogni giorno. Se una radio è libera, ma libera veramente -cantava Eugenio Finardi- piace ancor di più perché libera la mente. Il prossimo 24 maggio a Cosenza si terrà il FRU, Festival delle Radio Universitarie. Associate nella sigla Raduni, sono in tutto una trentina e crescono in continuazione. Non ne fa parte Radio LUISS, l’università della Confindustria, vista con sospetto perchè la sola a godere di cospicui finanziamenti. La maggior parte di queste radio corre sul web, visti i costi inaccessibili delle frequenze FM. Comprare una frequenza a Roma può costare oltre 1 milione di euro. Pochissime dunque possono permettersi il lusso di viaggiare sull’etere. La prima ha visto la luce nel 2000 a Siena, Radio Facoltà di Frequenza, “assassinata”, dicono gli studenti, dal crack dell’Università finita in bancarotta. Un’altra, Radio Zammù dell’università di Catania, ha lanciato un’inchiesta dal titolo significativo “E ci chiamano giovani”. Finalizzata a misurare il polso dell’universo giovanile, è diventata l’occasione per un grandioso affresco generazionale. In futuro la speranza è trovare maggiori aperture, quando dopo la televisione sarà la volta del digitale terrestre per la radiofonia. La stessa radio Rai sperimenta sul web quello che potrebbe essere il suo avvenire. Chiariamo subito che stiamo parlando di un microcosmo che se ne frega dello share. Qui, comunicazione e creatività appartengono al regno del podcast e del simulcasting. I grandi network se ne ridono, però presto potrebbero finire come quelle stelle che brillano ma non esistono più. A Roma Radio Sapienza si presenta come l’emittente web più strutturata, grazie all’intuizione del suo fondatore, il sociologo Mario Morcellini. Non solo radio gestita dagli studenti, ma soprattutto laboratorio di qualificazione professionale e ricerca di nuovi linguaggi. Vi lavorano in vari ruoli una quarantina di ragazzi. Coordinatrice, una ricercatrice, Mihaela Gavrila, di origine rumena. La affiancano 3 capiredattori, età media 27 anni: Carmine Piscopo e Tiziano Giammichele per il web e l’area tecnica, Annalaura Ruffolo per i contenuti. Ogni anno arrivano nuove matricole e cambia la maggioranza dei redattori. Il turn over rappresenta un osservatorio unico per conoscere tendenze e orientamenti delle generazioni che si alternano. Non si tratta solo di universitari, ma anche di liceali e studenti delle scuole medie, con cui la radio è in collegamento. Altra  caratteristica è la pluralità. Roma, si sa, attrae più di altre università studenti fuori sede, inclusi parecchi stranieri. Siamo di fronte a un sito multiculturale, dove la diversità è il punto di forza. Chiacchiere generiche e musica, sono il pane quotidiano delle radio. Qui, le chiacchiere sono tematiche e affrontano ogni giorno un tema centrale, dallo sport agli stili di vita al tempo libero. Ogni 6 ore va in rete un programma di news. Il tutto condito da massicce dosi di  interattività. Non mancano le inchieste. Un tempo erano all’origine del miglior giornalismo, oggi non le fa quasi più nessuno. Fare inchiesta significa scoprire cose scomode. Tutto il contrario dei media improntati all’anestesia di massa. I titoli dei programmi più seguiti? “WakeUp Sapienza” dà la sveglia la mattina. “Ogni maledetto lunedì” parla di sport. “Job Job Cinema” insegna i mestieri del cinema. Molti i programmi sul non lavoro. Non tutti ricordano, certo non i nostri parlamentari, che nelle università italiane si aggira uno spettro micidiale: la disoccupazione permanente. “Corvo rosso” è il programma di satira e controinformazione. “Under The Mirror Ball” mette in rete playlist di musica anni Ottanta. “La radio in cucina” precede “Light My Flyer”, sugli eventi a Roma. Molto seguito è “S.O.S.”, acronimo di Soundz  of Suburbia, un format  di   musica emergente. “Modern age” presenta i gruppi rock  degli anni zero. Di volta in volta viene invitata una band emergente per live acustici in studio ed è incredibile il numero di formazioni giovanili che animano la periferia metropolitana. Qualche nome: Bud Spencer Blues Explosion, Ministri, Ilenia Volpe, Ancient Regime, Piano for Airport, Criminal Jokers, Sad Side Project, Vickers, Plastic Made Sofa, New Ivory, Thank You for the Drum Machine… La prevalenza di sigle anglofone la dice lunga sull’orientamento culturale prevalente. Quanto costa mettere in piedi una web radio? Pochissimo. Se ci si accontenta, è sufficiente un pc e non serve neppure un microfono. Volendo mettere in piedi un’emittente più professionale basta meno di 10.000 euro. Quanti ascoltano le web radio? I picchi, tra 5.000 e 10.000 ascoltatori quotidiani, si hanno quando il mondo attorno è in agitazione. Nel 2008, quando ci fu il no al Papa per inaugurare l’anno accademico, i microfoni furono presi d’assalto. Un sondaggio del Censis stima l’ascolto radio sul web attorno al 8%. La maggior parte degli ascoltatori, oltre il 60%, è invece solito sintonizzarsi in mobilità, per lo più in auto. Le difficoltà di questo magma creativo vengono soprattutto dall’avversione, corrisposta, del ceto politico. Se la Rai stornasse verso le radio giovanili anche solo pochi centesimi per ogni abbonato, assisteremmo a un’esplosione di benessere via etere per tutti noi. Il futuro del web? Per non rimanere ai margini, c’è una sola via di uscita: aprirsi al social network, come già fanno varie emittenti. Facebook può fungere da volano in quanto aggregatore di ascolti e moltiplicatore di community. La radio universitaria più famosa al mondo? Forse quella di Città del Guatemala. In poco tempo è diventata il faro del paese, grazie al suo coraggio e alla capacità di parlare al popolo senza peli sulla lingua. Chiedo ai redattori di Radio Sapienza: siete mai stati censurati? Pur essendo gestita dagli studenti, resta di proprietà dell’istituzione. Le autorità accademiche non hanno sinora mai espresso censure, neppure durante i moti dello scorso 14 dicembre, quando Roma fu attraversata dalla rabbia giovanile. Oggi la censura è una serpe più sottile. Sta nella mancanza di finanziamenti, che anno dopo anno erode le forze più attive, sino alla morte per consunzione. E’ accaduto a Siena e ahimè può accadere anche a Roma: le apparecchiature rischiano l’obsolescenza, il server è inadeguato. Che gliene frega alla Gelmini di sussidiare la voce studentesca, quando la stragrande maggioranza la detesta? Al governo e dintorni litigano su come spartirsi i nostri soldi, qui si arranca per trovarli.
 

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