Gli ottant`anni di Ettore Scola

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Non si atteggia a venerato maestro, Ettore Scola, neanche ora che sta per compiere 80 anni. Li festeggerà il 10 maggio, forse a Parigi, e non a causa del terremoto annunciato a Roma per il giorno dopo. Nelle rare  interviste che il cineasta concede, anche perché si stufa a parlare coi giornalisti, rifulge sempre un giudizio controcorrente, un’opinione originale. Ad Alain Elkann, che su “La Stampa” gli chiedeva un parere su Toni Servillo, ha risposto: «La sua è una maschera forte, alla Gian Maria Volonté, ma in ogni film è identico a se stesso. È meno duttile di altri, magari non per colpa sua, ma di un certo cinema che vuole ripetersi». A Oscar Iarussi, che sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” lo interrogava sul commedificio italiano che fa sfracelli al botteghino, ha detto: «Ai tempi di Risi, Monicelli e Comencini anche il regista di un film comico era partecipe di un riscatto. Oggi i registi di Zalone o Albanese sono bravi, ma indifferenti alla ricerca di uno stile. L’obbligo di produrre denaro è un recinto sempre più difficile da varcare se l’unico metro è il successo. Mi pare un’ossessione recente, gravata negativamente anche sullo stesso Benigni dopo “La vita è bella”».
Difficile non dargli ragione. Del resto Scola, da Trevico (Avellino), è un cineasta spiritoso, acuto, a volte burbero, poco incline a cercar scuse. Tre anni fa annunciò, senza giri di parole, di voler chiudere con il cinema. «Non ho ispirazione. Preferisco godermi la vecchiaia. Leggo, scribacchio, pensicchio, tutto con il diminutivo» confessò a Maria Pia Fusco di “Repubblica”. Aggiunse: «Con la vecchiaia si ha una percezione diversa del tempo, cerco di capire il senso della crescita dei nipoti, la lettura diventa il centro della giornata. Se mi viene un’idea, non ha a che fare col cinema. Anche in Italia il cinema è uno strumento che non serve».
Un lampo di pessimismo senile si riverberava in quel «non serve», come se fino all’altro ieri il cinema avesse posseduto, invece, le risorse per modificare le cose, illuminare le coscienze. E tuttavia l’ammissione era onesta, apprezzabile. In un ambiente nel quale nessuno va mai in pensione, nemmeno dopo i 90, l’allora settantasettenne Scola preferì sottrarsi al demone stakanovista del set. Magari contò l’esito non entusiasmante di “Gente di Roma”, il suo ultimo film, uscito nel 2003; oppure la riflessione attorno ai due documentari collettivi, su G8 e Palestina, ai quali Scola partecipò in un’ottica cine-militante. Oppure, più semplicemente, a favorire l’addio fu l’affievolirsi dell’ispirazione.
Non così era andata nel 2002, quando Scola annunciò: «Berlusconi mi ha costretto ad andare anticipatamente e volontariamente in pensione. Il mio film “Un drago a forma di nuvola”, con Gérard Depardieu, l’ho rinviato di almeno un paio d’anni, quando, spero, Berlusconi non sarà più a capo del governo». Il Cav restò in sella per tutta la legislatura, adesso è di nuovo lì. Nel frattempo la “berlusconiana” Medusa ha continuato tranquillamente a produrre i film di cineasti “antiberlusconiani” (da Virzì a Tornatore), senza chiedere ritocchi di sceneggiatura o cose del genere. Il film con Depardieu, raccontato in dettaglio proprio dal “Riformista” quando morì Furio Scarpelli, poi non si fece. Forse costava troppo, forse non avrebbe funzionato. Chissà. 

Oggi Scola non parla più di abbraccio mortale. Pensa a godersi la vecchiaia. Spiega che «scrivere una storia privata, con un inizio, uno sviluppo e una fine, mi sembra inadeguato». In fondo teorizza quietamente l’idea del progressivo distacco da quel mondo che pure gli dato agi e notorietà. Voce, gesti, pensieri si sono convertiti in una sorta di trattenuta malinconia. Rivedere, per credere, “Gente di Roma”, dove l’indolenza secolare della Città Eterna, sconfinante in un’indifferenza dai toni saggi e tolleranti, registra lo stato d’animo di un autorevole romano d’adozione, appunto Scola, sospeso tra ottimismo e disillusione.

Poi, certo, il suo cinema migliore sta altrove. Nei ventisei lungometraggi (escludendo episodi, film collettivi e documentari) diretti nell’arco di un quarantennio, a partire da “Se permettete parliamo di donne” del 1964. Alcuni, non necessariamente i più celebrati dalla critica e baciati dal successo, sono ancora, a parere di chi scrive, autentici capolavori: “C’eravamo tanto amati” soprattutto, ma anche “Il commissario Pepe”, “Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca”, “Il mondo nuovo”, “Ballando ballando”, “La famiglia”, “Concorrenza sleale”. In fondo ha ragione Scola quando confessa di aver fatto «sempre lo stesso film», precisando e aggiornando temi a lui cari, volentieri rinchiudendo i suoi personaggi in un interno, un microcosmo simbolico sfiorato dallo scorrere esterno del tempo e delle storia.
Impossibile dimenticare battute memorabili come quella pronunciata dal palazzinaro Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi) in “C’eravamo tanto amati”. «Chi vince la battaglia con la coscienza vince la guerra dell’esistenza». Oppure la romanesca e amabile cattiveria di Alberto Sordi, in “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, verso il portoghese razzista: «E se eravamo in tre te menavamo in tre…». Ma Scola ha saputo costantemente rinnovarsi anche sul piano dello stile, prendendo dal teatro e dal western, giocando col bianco e nero neorealista e il fotoromanzo popolare, alternando riprese dal vero a complesse ricostruzioni scenografiche. Una cifra estetica che traspare da ogni film, anche dai meno riusciti.
Magari pochi sanno che Scola, prima di diventare il regista che è, fu battutista per Macario, gagman per Totò, collaboratore radiofonico di Sordi, sceneggiatore di svelte commediole e soprattutto disegnatore per il “Marc’Aurelio”, storico settimanale satirico, né di destra né di sinistra, nel quale si fecero le ossa nella seconda metà degli anni Quaranta umoristi come Maccari, Marchesi, Age, Scarpelli, Fellini, illustratori come Barbara, De Seta, soprattutto Attalo.
Duecento tra vignette, schizzi, scarabocchi, caricature vennero riuniti, qualche tempo fa, in una mostra intitolata “Un regista che lascia il (di)segno”. Un insinuante mondo grafico, perlopiù in bianco e nero, con qualche tocco di rosso e azzurro, che in alcuni casi evoca il cinema di Scola, in altri sembra prendere strade proprie, più legate a una sapida osservazione dell’esistenza. Come quel disegno che ritrae un uomo disossato, stravaccato in poltrona, le lunghe gambe accavallate e il bicchiere in terra. La sua confessione, un po’ alla Gaber, recita: «Io sono lo spettatore medio, di media età, ho gusti medi, due diti medi, amo il medio evo, appartengo al ceto medio, giocavo da mediano, sono un po’ medium, come sesso sono molto medio, sono incazzato, molto incazzato, anzi mediamente incazzato».

Quelle figurine anonime, passanti e astanti irreali, Scola le definì così in una mirabile auto-presentazione: «Sono personcine dall’esistenza abbreviata in una sola dimensione, senza chiaroscuri, perplesse nella fissità di un cenno o di uno sguardo: come quando un improvviso pensiero ci blocca per un istante in un gesto a mezz’aria. Ometti di periferia, donnine di case modeste, nudi o vestiti ma sempre alla ricerca di un contegno che sperano di trovare magari mettendo una mano in tasca e avendo un bicchiere nell’altra». Bello, no?

Naturalmente c’è anche la politica, vissuta sempre a sinistra, militando prima nel Pci e poi nelle diverse configurazioni assunte da quel partito dopo la svolta di Occhetto. Già veltroniano e oggi vendoliano, per quanto possano valere simili etichette, Scola ha saputo come pochi raccontare al cinema i rovelli del militante di sinistra di fronte alle svolte della storia e dell’esistenza. Da “C’eravamo tanto amanti” a “Gente di Roma”, passando per “La terrazza” e “Mario, Maria e Mario”, i suoi film sono pieni di comunisti (o ex) alle prese con lo sfaldarsi dell’Ideale. Proprio in “Gente di Roma” si vedono dei militanti diessini in ordine sparso che entrano nella mitica sezione di via dei Giubbonari. Sembrerebbe un’assemblea per discutere la nuova Cosa, il vagheggiato partito riformista all’ordine del giorno; invece sullo schermo gigante passa la partita di calcio Real Madrid-Roma, l’unica, specie dopo che Cofferati sbullonò il sogno girotondino andando a fare il sindaco a Bologna, capace di scaldare i cuori. «I casi sono due»  scrisse all’epoca “l’Unità”, commentando la scena: «O la politica non dà più risposte (ipotesi pessimista), o la dà solo mescolandosi con il mondo, sporcandosi le mani (ipotesi problematica). Quale ipotesi scegliamo?». Già, quale scegliamo?
Oggi Scola, sopportando con qualche ironia le presidenze onorifiche e le incombenze ufficiali, preferisce fare cose «apparentemente inutili, come andare in una cittadina dove in venti manifestano perché l’unico cinema non chiuda per diventare un supermercato». Non immaginava, confessa, la vecchiaia «in un Paese così scempiato e allo stremo»; però aggiunge che «i giovani, da qualche tempo, stanno dando iniezioni di vitalità e motivi di resistere anche ai vecchi». Lui incluso. Auguri, Ettore.

Michele Anselmi

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