Tatanka: polemiche per il film tratto da Saviano

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Il boxeur e la tortura. Spira un’aria di cupa polemica su “Tatanka”, il film di Giuseppe Gagliardi, ispirato al racconto di Roberto Saviano,  che esce domani nelle sale, targato Bolero. Tutta colpa di una sequenza scioccante, difficile da digerire, che non è piaciuta ai vertici della Polizia. Vi si vedono due truci poliziotti che seviziano, facendogli ingurgitare acqua salata fino a farlo morire soffocato, un ladruncolo adolescente sospettato di aver sparato a un loro collega. A quel punto, per sviare le indagini, gli agenti fanno ritrovare il cadavere sulla spiaggia. Era proprio necessario? Il regista spiega così la scelta: «L’episodio non c’è nel reportage di Saviano. Noi l’abbiamo “inventato” prendendolo dalla realtà. Avvenne a Palermo, nell’ottobre del 1985. Un giovane, Salvatore Marino, fu torturato in modi simili e ne morì. Ne parlò aanche Adriano Sofri in un suo libro. Avevamo bisogno di farcire l’inizio del film con un evento drammatico, che segnasse la vita del protagonista. E poi non volevamo autocensurarci».

Non che tutti e cinque gli sceneggiatori fossero d’accordo. Specie Massimo Gaudioso, cui si deve il copione di “Gomorra”, custodiva qualche perlessità. In effetti la sequenza, così decontestualizzata, suona gratuita, ambigua, inutilmente provocatoria. A farne le spese è stato il povero Clemente Russo, protagonista di “Tatanka”, che nella vita è poliziotto e pugile. Un autentico campione: medaglia d’argento alle Olimpiadi del 2008. Per poter girare il film avrebbe dovuto ricevere l’ok delle Fiamme Oro, che però tardava a venire, proprio per via di quella scena. Lui pensò di cavarsela chiedendo l’aspettativa sindacale non retribuita. Invece il Dipartimento non gliel’ha  perdonata: sei mesi di sospensione, ed è andata pure bene perché all’inizio i suoi capi avevano addirittura optato per un provvedimento di deplorazione, poi derubricato per meriti sportivi.

La sanzione disciplinare non sembra averlo turbato più di tanto. Ventotto anni, da Marcianise (Caserta), 91 chili, muscoli scolpiti da far invidia, una bella  faccia da macho, Clemente Russo sta già preparandosi ai Giochi Olimpici del 2012, e intanto si gode il momento favorevole. Non pensava di fare l’attore, ma sullo schermo se la cava benissimo, non solo a dar pugni. L’uomo è gioviale, intraprendente. Pensate: ha già sfruttato il suggestivo soprannome – Tatanka significa bisonte in lingua Lakota, come ricorderà chi ha visto “Balla coi lupi” – per lanciare una linea di abbigliamento casual ribattezzata appunto “Tatanka Jeans”. In realtà esistono due Tatanka: quello reale, che nella vita fa il poliziotto ed è  un mito per i ragazzi di Marcianise; e quello cinematografico, che si chiama Michele, è interpretato dallo stesso Russo, fa il ladruncolo, finisce in carcere per otto anni e quando esce si salva da un destino già scritto rimettendosi i guantoni col sogno di arrivare alle Olimpiadi.
Per avere un’idea del film, immaginate “Gomorra” che incontra “Toro scatenato” che incontra “Lassù qualcuno mi ama”. Insomma, la boxe come alternativa alla camorra, come riscossa morale. Scrive Saviano nel suo reportage, originariamente vergato per “l’Espresso”: «Non c’è impresa migliore che quella realizzata con le proprie mani. E i pugili concordano con questa frase di Omero. La boxe è rabbia disciplinata, forza strutturata, sudore organizzato, sfida di testa e muscoli. Sul ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro uno. Non ci sono altre possibilità e nessun’altra mediazione». Esattamente quanto accade, nel film, al giovane Tatanka, che da piccolo criminale riuscirà a diventare campione, almeno così lascia intendere l’ultima sequenza: quasi onirica, scandita dalla solita e usurata “Gymnopédie n. 1” di Erik Satie, mentre nel suo accappatoio bordato di rosso si avvia verso il ring cruciale.
 
Messaggio di speranza dunque, dopo cento minuti di pestaggi, umiliazioni, minacce camorristiche, fughe in Germania e amori sventati. «Le palestre di pugilato in Campania sono l’ultimo baluardo della legalità» azzarda il regista, calabrese, classe 1977. Per lui «avere un talento al Sud non significa niente, ci sarà sempre qualcuno pronto a denigrarlo, deriderlo, addirittura infangarlo».  Saviano, assente all’anteprima stampa per motivi di sicurezza, avrebbe visto e apprezzato il film, riconoscendosi nell’adattamento «che non tradisce l’idea da cui partiva il suo reportage» (parola di Gagliardi). In effetti, Tatanka giganteggia come un eroe proletario in questa storia a forti tinte, parlata in dialetto stretto con tanto di didascalie, tra regolamenti di conti, feste nuziali kitsch e match di boxe  finalmente girati come Dio comanda.

Michele Anselmi

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