La misura del confine | Giallo ad alta quota

La misura del confine | di Andrea Papini 

Due gruppi di topografi, uno svizzero e uno italiano, vengono chiamati sulla cima del Monte Rosa per ristabilire un confine perduto. E incappano in un cadavere risalente al dopoguerra. Dopo aver appurato se il luogo della scoperta sia la terra dei cantoni o il Belpaese, si ritrovano a festeggiare in un caldo rifugio. Ma improvvisamente, tra un bicchiere e l’altro, si accorgono che il corpo tumefatto è protagonista di un misterioso delitto.
 
Dopo La velocità della luce del 2008, Andrea Papini torna dietro la macchina da presa con La misura del confine, pellicola che ha il sapore del nuovo ma anche dell’incompiuto/incompleto. Tre i pregi facilmente riscontrabili e da segnalare: in primis quest’opera dimostra che il cinema italiano è capace di esistere anche al di fuori delle solite quattro mura domestiche in cui (troppo) spesso si chiude; in secondo luogo documenta che c’è ancora spazio per il giallo cupo e nebbioso, per qualcos’altro rispetto alla solita commedia lieve/riflessiva/volgarotta o al drammone da crampo allo stomaco che coinvolge portando sullo schermo “casi umani”; terzo fattore positivo è il mostrarci la montagna in modo naturalistico, genuino, senza eccessi americani alla Cliffhanger, orrorifici come in Frozen di Adam Green o cannibali(stici) come nello storico Alive di Frank Marshall. A questi si aggiunge una regia personale che scruta i personaggi con fare documentaristico, un montaggio che spinge lo spettatore in una (non)dimensione di incertezza e curiosità, e la colonna sonora magica e ululante dei Musica Nuda (solo voce e contrabbasso che forgiano atmosfere vagamente inquietanti).
 
Ma dietro tutto questo rimane nell’aria un senso di incompiuto, di un giallo che si stempera troppo velocemente, privato del tempo di poter davvero attecchire alla pellicola e allo spettatore. Il climax si stronca troppo presto e in modo facilotto, lasciando perplessità incolmabili. Un difetto di fabbrica che non possiamo trascurare e che inficia profondamente l’esito dell’opera. Da sottolineare le buone performance della fiorentina Beatrice Orlandini e di Peppino Mazzotta (noto al grande pubblico come l’ispettore Fazio del televisivo Commissario Montalbano), oltre che il piacevole seppur marginale ritorno di Thierry Toscan, indimenticabile ne Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti.    
       
Tommaso Tronconi 

 

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