Cannes ha ancora un senso?

Quale futuro per le kermesse cinematografiche? | Pubblicato su Il Fatto Quotidiano di oggi

Oggi si apre a Cannes in pompa magna il 64° festival cinematografico, come sempre diviso in varie sezioni. Due articoli pubblicati su Saturno-Il Fatto lo scorso 29 aprile, una bella intervista a Ermanno Olmi di Camilla Tagliabue e un pungente “coccodrillo” del critico Gianni Canova, inducono a una riflessione. Hanno ancora senso oggi i festival? Cannes è il più importante, specie per l’affollamento del marché. Seguono Venezia e Berlino, pronti a giurare di non essere secondi a nessuno. Incalza Toronto, molto seguito dai nordamericani. Sono in pista Sundance, fondato da Robert Redford, e Rotterdam, prediletto dai cinéphiles duri e puri. Tutte queste rassegne hanno in comune la parola crisi. Dice Olmi, alla vigilia della saggezza di chi compie 80 anni: “anche il festival di Cannes non può sottrarsi al mercantilismo, alle pressioni politiche, ai patteggiamenti che poco hanno a che fare con l’arte. E’ difficile trovare sussulti, gesti di ribellione, fili d’erba…” . Canova rincara la dose. A proposito di Cannes scrive: “i nomi degli invitati e dei convenuti sono più o meno sempre gli stessi e si ripetono di anno in anno con rassicurante continuità”. E aggiunge con ironia: “il più delle volte è un défilé dei ‘soliti noti’. Se non addirittura una festa di coscritti”. Effettivamente a guardare la vista degli invitati che si disputeranno la Palma d’oro, troviamo sempre gli stessi  “in rigoroso ordine alfabetico: Pedro Almodovar, i fratelli Dardenne, Aki Kaurismaki, Lars Von Trier. E via compitando”. Saranno presenti anche tre italiani. Due già affermati, Moretti e Sorrentino (preferito dai bookmakers). Una regista opera seconda, Alice Rohrwacher (sorella dell’attrice Alba), nella sezione della Quinzaines. Le osservazioni di Olmi puntano il dito su un problema non da poco: i festival come tutti i luoghi di potere rappresentano un crocevia dove è inevitabile rintracciare pressioni politiche e intermediazioni, il più delle volte miserevoli. Vedi il festival di Venezia dello scorso anno, quando, a insaputa del suo stesso direttore Marco Muller, si è inventato un fantasioso premio fantasma all’ormai celebre Dragomira. Lì sono venute alla ribalta le pressioni di ministri senza pudore e compiacenti portaborse. Il più delle volte i condizionamenti restano dietro le quinte, coperti sotto la coltre della vergogna. Ai festival, ha ragione Olmi, vale la regola del più forte, ovvero del mercantilismo, raramente dell’arte. Sappiamo tutti che a essere invitati in concorso sono i soliti noti e che a farla da padrone sono le produzioni più ricche, lasciando ai margini produttori e registi davvero indipendenti. Merce sempre più rara, se non destinata a scomparire. Non tutti gli autori per fortuna fremono dal desiderio di portare a casa un premio e non tutti sono afflitti dalla febbre del presenzialismo. Alcuni registi si guardano bene dal voler concorrere, vedi Woody Allen. Altri esigono dai produttori la firma sul contratto per restare fuori dalla mischia. Può un maestro del cinema soggiacere al giudizio di giurie spesso improvvisate? Capita di vederle capeggiate da amici degli amici. Oppure composte da un cocktail di personalità chiamate a farne parte per ragioni di glamour e visibilità. I festival hanno anche perso di credibilità per la ridondanza di premi tanto roboanti quanto inutili. A scorrere l’elenco si capisce che un premio ormai non lo si nega neppure ai comprimari. Gianni Canova pone un quesito impietoso: a cosa servono i festival? Una volta servivano a promuovere i film. Oggi non più. Lo scorso anno a Cannes vinse la palma d’oro un coraggioso film thailandese, eppure gli spettatori lo hanno disertato ovunque. A Venezia 2010 ha vinto Sofia Coppola, ma il suo film ha avuto un riscontro di pubblico inadeguato al leone d’oro ed è stato snobbato nelle sale americane.  Dei film, dice il critico, non importa più a nessuno. Ai festival interessa soltanto perpetuare se stessi, non le pellicole, tantomeno gli autori. Conta il contenitore, non i contenuti. Olmi e Canova concordano sulla presenza di uno spettro che si aggira nel mondo della celluloide: internet. Nell’era del web, la sacralità del tempio cinematografico è messa a dura prova. Il digitale sta mutando lo scenario: il cinema non sarà più lo stesso, le modalità di produzione e fruizione già stanno cambiando. Persino i critici stanno scomparendo, fagocitati da migliaia di recensioni on line fatte direttamente dagli spettatori. C’è chi si è già spinto oltre, immaginando festival non più in smoking ma in abito virtuale, situati sul territorio del web e non in un singolo paese. Spike Lee nel 2008 si impegnò a lanciare un esperimento di festival on line. Lo scorso anno Ridley Scott ha coordinato un progetto ancora più ambizioso, “lifeinaday”. A metà strada tra il megafestival e il raduno planetario, il regista ha chiamato a  raccolta i filmaker del mondo intero per raccontare la vita di un determinato giorno, 24 ore del 24 luglio. Sono arrivati 80.000 contributi da 197 paesi, 2.300 dall’Italia! Alla rivoluzione in atto i festival non possono sottrarsi. I più avveduti se ne sono accorti e cercano di rigenerarsi. Per chi siede sugli allori è d’obbligo il pensionamento anticipato. Cannes non è ancora iniziato, ma secondo alcuni è già finito. Saprà adeguarsi ai nuovi tempi Venezia?

 

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