Machete | A tutto Rodriguez

Machete | Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col machete…

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col machete, quello con la pistola è un uomo morto. E’ questo, parafrando Per un pugno di dollari, il dogma non scritto dell’ultima pellicola del visionario Robert Rodriguez. 
Tradito da un rileccato e spietato boss della malavita texana, l’ex agente federale messicano Machete plasma la sua vendetta in un tripudio di fiotti di sangue. Questo in fin dei conti è Machete: bloody entertainment. Teste mozzate come nemmeno in Highlander, mani amputate alle quali resta appiccicata la pistola, pance scoperchiate e budella srotolate correndo come fossero lo spago di un aquilone al vento. Il pulp tarantiniano sconfina nello splatter fantasioso, creativo, indiscutibilmente spassoso.
E questa è la differenza tra i due amiconi Tarantino e Rodriguez: nel primo l’uso del sangue è tocco raffinato, aura magica e affascinante ammaliatrice dello spettatore, nel secondo è libera inventiva, sfogo liberatorio, realtà irreale. Ma così il regista texano porta a galla l’animo sadico e sanguigno che alberga nello spettatore, divertito più che schifato da scomposti rosoni di sangue sui muri ai limiti del trash andante. Dalle poltroncine si ride e si tifa per il bestione messicano dal volto rigato dalle cicatrici e dai baffi da vichingo col sombrero.
Affiancato dal fido assistente Ethan Maniquis, il director di C’era una volta in Messico dirige in modo impeccabile i suoi attori, orchestrando con estrema varietas ogni inquadratura verso una soluzione che coinvolge sin dall’inizio in medias res. E tra una pistolettata e l’altra c’è pure spazio per nudi femminili gratuiti, inaspettati, poetici, senza tempo.
Ma sulla lunga durata la pellicola stucca, sazia, satura. Machete è un taco (i kebab messicani) stracolmo di sangue e fantasia, buono da mangiare ma difficile da digerire come un calzone farcito all’eccesso. Ci si alza dalla poltoncina proprio come da tavola dopo il cenone di Natale. E con un solo pensiero: buono, molto buono, ma senza un bicchierone di Brioschi la notte insonne è assicurata.
 
In questo taco gigante c’è posto per all stars di alto livello. Oltre al protagonista Danny Trejo, monofaccia insolitamente espressiva da bufalo che piace alle donne, nei panni del senatore stermina-clandestini c’è un Robert De Niro godurioso, grottesco, iperrealistico, disposto a lasciarsi manipolare da “quel bravo ragazzo” di Rodriguez fino a morire cowboy con un filo di sangue bordeaux alla bocca. Inaspettatamente bravo un gonfio e imbolsito Steven Seagal, impresentabile in qualsiasi altro set che non sia di fumettistica irrealtà. Ma anche un magnetico e versatile Jeff-occhi-di-ghiaccio- Fahey e un Don Johnson d’altri tempi con Ray-Ban neri e basettoni color argento. Nella compagine femminile figura una Jessica Alba bella ma assolutamente inespressiva, apatica e inadatta nei panni di una poliziotta anti-immigrazione, surclassata anni luce dalla mascolina, sexy e ciclopica Michelle Rodriguez, indiscussa beniamina del pubblico in sala dopo Danny Trejo. Marginale la prova di una inutile e anonima Lindsay Lohan.  
 
Tommaso Tronconi 

 

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