Cannes: fumata bianca per Moretti

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Nessuno lo dice: perché Nanni Moretti è quasi un’istituzione, e il suo film è bello, anche toccante, sicuramente da vedere. Ma “Habemus Papam”, in Italia, non ha avuto il successo commerciale che pure era lecito attendersi. Volete un dato aggiornato? A ieri, cioè alla vigilia del trionfale debutto a Cannes, l’incasso totale ammontava a 4 milioni e 919 mila euro. Meno di quanto “Fast & Furious 5” ha totalizzato in cinque giorni. Non sarà un flop, d’accordo, ma certamente un risultato deludente per un film costato 8 milioni di euro e uscito il 15 aprile scorso in cinquecento copie, forte di un impatto mediatico senza precedenti, al centro di vivaci confronti sui giornali e in tv, tra benedizioni e stroncature, elogi e sfottò.

Succede spesso in Italia. Tutti a chiacchierare di un film, ma poi le sale non si riempiono. In fondo anche “Il Caimano”, la bestia nera di Berlusconi, si fermò a 6 milioni e 700 mila euro. Tanti ma non tantissimi, se si pensa al corredo di polemiche che ne avvolse l’uscita nel 2006; e ancora non è finita, visto che la Rai, dopo averlo acquistato per cinque passaggi, continua a non mandarlo in onda.

Poi certo, Moretti è un beniamino dei francesi. Il direttore del festival Thierry Frémaux, contraddicendo una regola aurea raramente infranta, ha preso in concorso “Habemus Papam” pur non essendo un’anteprima mondiale; e l’ambasciatore di Francia ha volentieri concesso a prezzi scontati l’uso di Palazzo Farnese per le riprese della famosa partita a pallavolo tra porporati. Per dire, insomma, che il regista, già vincitore di un Premio speciale della giuria con “Caro diario” e di una Palma d’oro con “La stanza del figlio”, gode di uno status particolare, per meriti artistici, s’intende, e un po’ anche per simpatia politica.

Portando il suo film sulla Croisette, Moretti s’è attenuto a un profilo alto. Non ha parlato di Berlusconi e di elezioni, non s’è atteggiato a vittima per via di certi attacchi da parte ecclesiastica, ha spiazzato perfino i giornalisti sul suo rapporto con la religione. Dicendosi ateo quasi con dispiacere, a differenza di Luis Buñuel, che si professava «grazie a Dio» fieramente ateo.

“Habemus Papam”, con i suoi pregi e i suoi difetti, più i primi che i secondi a parere di chi scrive, è un film maturo, ispirato, problematico, che corrisponde a una fase creativa fertile, nella quale l’età del suo autore, 58 anni, probabilmente c’entra qualcosa. Eppure il pubblico, anche il più “morettiano” e simpatizzante, quello che subito s’è precipitato al romano cinema Sacher per vederlo devotamente nel santuario ideale, non sembra aver apprezzato granché: chissà, forse s’è sentito spiazzato dal tono generale, forse si aspettava una cosa diversa. Così l’aura di capolavoro annunciato ha finito col dissolversi, lasciando in molti – non tutti – un senso di insinuante delusione. Peccato, perché il film, a una seconda visione meno suggestionata dall’attesa, risulta persino migliore, più intenso, cresce nel suo malinconico deambulare tra senso di irresolutezza e gusto del paradosso, induce a riflettere sul destino non solo di un Papa così speciale.

Ieri Michel Piccoli, l’ottantaseienne attore francese che giganteggia nel ruolo del cardinal Melville asceso al soglio malgré soi, ha ironizzato su una certa reticenza di Moretti a tornare sui temi della politica italiana. «La presenza continua di Berlusconi sulla scena» sarebbe «per lui, come per molti italiani, un dolore». Moretti, insomma, «ha il diritto di essere sfinito». In realtà, il regista non sembra così rassegnato; semplicemente, dopo gli anni un po’ gasati dei girotondi e della mobilitazione di piazza, ha deciso di tornare a fare il mestiere che gli riesce meglio. Il cinema.

È possibile che il passaggio a Cannes, quasi un’ultima spiaggia dopo i non travolgenti incassi italiani, aiuti “Habemus Papam” ad essere meglio venduto nel mondo, e certo ne favorirà l’uscita in Francia. Se poi arriverà un premio per Piccoli, tanto meglio. Anche se in molti cominciano a sostenere che tra Moretti e Sorrentino il futuro del cinema italiano appartiene al secondo. Sarà così?
   
Michele Anselmi

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