Corpo celeste | Percorso tra kitsch religioso e spiritualità

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Chissà come lo prenderanno i critici di “Avvenire” o dell’“Osservatore Romano”. Non che la valutazione pastorale classica – i tre canonici  aggettivi che indicano il grado di accettabilità di un film in materia religiosa – conti ormai più di tanto, le sale parrocchiali proiettano pure “Lussuria” e “I ragazzi stanno bene”. Ma certo “Corpo celeste”, film d’esordio della regista Alice Rohrwacher, sorella della più famosa Alba, passato ieri alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, agita argomenti che non piaceranno tanto al Vaticano. Schematizzando un po’ si potrebbe dire che sulla Croisette sono arrivate due Chiese: quella malinconica, romana e un po’ buffa di “Habemus Papam” e quella ambigua, periferica e poco commendevole di “Corpo celeste”. Probabilmente è stato solo un caso, diversi sono i selezionatori, anche se entrambi i film custodiscono un cuore francofono, nel senso della formula produttiva.

Se il titolo rimanda a un romanzo di Anna Maria Ortese, il film ha poco a che vedere con il libro. Però sempre di spaesamento – fisico e psicologico – si parla. La lente religiosa, in bilico tra gusto etnografico e assonanze di cronaca, serve alla ventinovenne cineasta per mettere a fuoco un personaggio nel quale sembra aver riversato qualcosa di sé. Magari è solo una sensazione, e tuttavia Marta, incarnata da Yile Vianello, somiglia a un’Alba Rohrwacher appena adolescente. Bionda, esile, scostante, dall’andatura sbilenca, osservatrice, vagamente selvatica. Cresciuta in Svizzera pur essendo nata a Reggio Calabria, la ragazzina tredicenne è appena tornata nella città d’origine, insieme alla sorella quasi maggiorenne e ai genitori. Ma non si trova, si sente estranea, mangia cibi precotti e il suo sguardo vaga, come dotato di teleobbiettivo, su un paesaggio sgarrupato: palazzi incompiuti, “fiumare” a secco, vecchie cose abbandonate, il mare distante.

Direte: la Chiesa che c’entra? C’entra, perché Marta, spinta dai parenti, per fare amicizia frequenta un corso di preparazione alla cresima nella parrocchia gestita da uno strano prete. Don Mario vorrebbe essere altrove, ambisce a una parrocchia più grande, così, per guadagnarsi il consenso del vescovo, organizza il voto di scambio a favore di un politico di centrodestra esigendo la firma dei fedeli su un quadernetto. Un pastore di anime "indaffarato e distante, che amministra la chiesa come una piccola azienda" dice la Rohrwacher. E intanto, coinvolta da una volonterosa e inadeguata catechista di nome Santa, Marta è costretta a misurarsi con un’idea della fede che le appare remota, meccanica: tra canzoncine ridicole (“Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta”), quiz e giochi di socializzazione intitolati “Chi vuol esser cresimato?”, manuali come “Katekismo 2000” e sfilate sotto un enorme crocifisso al neon.

Il “corpo celeste”, avrete capito, è quello di Gesù. “Diverso dal nostro, santo, celestiale” teorizza la devota Santa, secondo la quale “senza la cresima sono chiuse le porte del paradiso e anche del matrimonio”.  Troppo poco per Marta, che sembra quasi perdersi in quelle periferie rumorose e inospitali, finché il caso non la porterà in un paesino-fantasma tra le montagne calabresi, dove c’è da recuperare un vecchio crocifisso ligneo da piazzare in chiesa al posto di quello postmoderno. L’incontro con un prete solitario e furente, quasi un profeta di altri tempi, cambierà la vita della ragazzina, la farà entrare in contatto con un altro Cristo.

“Corpo celeste” è un film imperfetto ma interessante, da vedere. Lo stile è ruvido, scabro: fotografia sgranata, macchina a mano, neanche una nota di colonna sonora (solo musica diegetica), un po’ alla fratelli Dardenne. Gli attori professionisti, dalla mamma Anita Caprioli ai preti Salvatore Cantalupo e Renato Carpentieri, si mischiano agli interpreti presi sul posto, somaticamente perfetti, e il mix funziona. Convince meno, invece, il progressivo fondersi del racconto realistico e della dimensione metaforica. E lascia a tratti perplessi, per una certa semplificazione quasi ideologica, lo sguardo su quella comunità religiosa antropologicamente “mostruosa”, kitsch, un po’ in stile Cetto la Qualunque, dove anche il vescovo e il suo lugubre segretario hanno facce da ‘ndranghetisti.

Michele Anselmi

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