Cannes? L`Italia a bocca asciutta

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

E ci meravigliamo? Diciamo la verità: era scritto sin dall’inizio che al 64° festival di Cannes avrebbe trionfato il soporifero e pretenzioso “The Tree of Life” di Terrence Malick (andate a sentire cosa pensa il pubblico normale, pagante, uscendo dai cinema italiani). Non che la corsa fosse truccata, per carità, ma tutto congiurava, a partire dalla composizione della giuria, con un presidente americano come Robert De Niro e la collega Uma Thurman di rincalzo, perché andasse così. Dunque “Habemus Papam” e “This Must Be the Place” se ne tornano a casa senza nulla.

Peccato, meritavano di meglio. Non è questione di cine-retorica sciovinista o di affronto ai colori italiani. Sciocchezze. La gara è gara, una volta si vince e un’altra si perde. D’altro canto, Nanni Moretti nel 2001 si aggiudicò la Palma d’oro con “La stanza del figlio” (non succedeva dal 1978 con “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi); e Paolo Sorrentino, un habitué di Cannes, quattro volte su cinque film, proprio tre anni fa, nel 2008, conquistò il Premio della giuria con “Il Divo”, dividendo l’italico exploit con il Matteo Garrone di “Gomorra”. E tuttavia qualcosa non torna nel Palmarès finale.

Adesso, però, asteniamoci dal fare i rosiconi e gridare alla congiura. L’ha capito anche il neoministro ai Beni culturali, Giancarlo Galan, lesto a inviare per agenzia le sue «più sentite congratulazioni ai vincitori di questa edizione del festival di Cannes». Naturalmente Galan, volato tre volte sulla Croisette, s’aspettava di più, un pensierino su un premio tricolore l’aveva fatto, eccome. Invece nisba. Consoliamoci pure con la Palma “d’honneur” concessa al settantenne Bernardo Bertolucci in apertura di festival. Mentre l’amministratore delegato Paolo Del Brocco, pur festeggiando il massimo premio andato a “The Tree of Life” che Raicinema e 01 distribuiscono in Italia, con incassi finora poco travolgenti (307 mila euro a sabato), si dice «dispiaciuto per il cinema italiano che torna a mani vuote, pur presentando due grandi film».

Poi, certo, l’importante è esserci, soprattutto nel ristretto club del concorso. Essendo il festival di Cannes un formidabile veicolo di promozione internazionale, specie sul fronte degli affari: non a caso sia “Habemus Papam” sia “This Must Be the Place”, due film parecchio costosi (8 milioni di euro il primo, 28 milioni di dollari il secondo), sono stati venduti facilmente sui mercati esteri. Un premio “pesante”, in fascia alta, sarebbe stata la ciliegina sulla torta, e magari ci siamo illusi contando i minuti di applauso e compulsando alcune recensioni positive della stampa francese e anglosassone.
In realtà la partita era dura in partenza. Per due ragioni. Perché i concorrenti erano agguerriti e la qualità generale piuttosto alta. Perché stavolta non figurava neanche un membro italiano in giuria, per scelta, immagino, del direttore Thierry Frémaux e del presidente Gilles Jacob. Dettaglio non da poco. L’esperienza insegna, infatti, e non vale solo per casa nostra, che un aiutino dall’interno non guasta. Senza togliere nulla al valore dei film e all’autonomia dei giurati, s’intende.

Volete qualche esempio? Nel 2001, l’anno della Palma d’oro a Moretti, sedeva Mimmo Calopresti in giuria; nel 2008, l’anno del doppio alloro a Sorrentino e Garrone, toccò a Sergio Castellitto il compito, pure facile, di difendere i colori nazionali; nel 2010, l’anno di Elio Germano miglior attore per “La nostra vita”, c’era Alberto Barbera. Volendo risalire più indietro, nel 1994 difficilmente “Caro diario”, sempre di Moretti, avrebbe conquistato il premio per la miglior regia senza le calde parole spese in sua difesa, contro il giudizio freddino del presidente Clint Eastwood, da Pupi Avati. Per dire, insomma, che i film non hanno bisogno di “avvocati difensori” se sono belli parlano da soli, e però un giurato amico, ben disposto, può svolgere un ruolo importante nel consesso giudicante, accompagnando la discussione, spiegando meglio dove c’è da spiegare.
 
Poi, ma è cosa più unica che rara, può succedere anche il contrario: come quella volta che a Locarno l’attrice Laura Morante si dissociò pubblicamente dal Pardo d’oro andato al nostro Maurizio Sciarra per il film “Alla rivoluzione con la due cavalli”. Chissà se andrà meglio alla Mostra di Venezia. La pattuglia italiana in gara si annuncia di tutto rilievo: Cristina Comencini, Gianni Amelio, Emanuele Crialese. Il ministro Galan ci tiene molto, ne ha fatto quasi una malattia: vuole a ogni costo un Leone d’oro italiano, non succede dal 1998, l’anno di “Così ridevano”. E anche il direttore uscente Marco Müller, abile confezionatore di giurie, avrebbe di che gioire, sia che resti al Lido per altri quattro anni sia che approdi all’Auditorium di Roma come auspica la governatrice Polverini.

Michele Anselmi

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