Il giurato che fa la differenza. Intervista a Pupi Avati

L`angolo di Michele Anselmi | Intervista pubblicata su Il Secolo XIX

“Mi dispiace che le cose siano andate male per noi a Cannes. Ma non sono sorpreso. Senza un italiano in giuria a difendere i colori nazionali tutto era, oggettivamente, più difficile”. Pupi Avati è d’accordo con “il Secolo XIX”. L’esperienza festivaliera insegna, e non vale solo per casa nostra, che un aiutino dall’interno non guasta mai. Fermo restando che i film devono parlare da soli. E tuttavia quattro esempi possono tornare utili. Elio Germano migliore attore per “La nostra vita” a Cannes 2010: Alberto Barbera e Giovanna Mezzogiorno in giuria. “Gomorra” di Matteo Garrone e “Il Divo” di Paolo Sorrentino premiati a Cannes 2008: Sergio Castellitto in giuria. “La stanza del figlio” di Nanni Moretti Palma d’oro a Cannes 2001: Mimmo Calopresti in giuria. “Caro diario” premio per la migliore regia e Virna Lisi migliore attrice per “La regina Margot” a Cannes 1994: Pupi Avati in giuria.

Allora, Avati, quanto conta una presenza amica in giuria?
“Parecchio. Poi occorre che i film siano belli e difendibili. Nel caso di Cannes ’94 ricordo bene. Sulla Palma d’oro a “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino non ci fu discussione, tutti subito d’accordo. Sul resto invece…”.

Ci sta dicendo che non fu uno scherzo strappare i premi per Moretti e Lisi?
"Una premessa: molto dipende dal peso specifico che ogni singolo giurato si costruisce all’interno del consesso. Sapendo che esiste una regola aurea: ciascun membro custodisce un film che assolutamente non vuol far vincere. Suona male, lo so, ma è così. Il problema è capire qual è. Ne discende un’altra regola: devi conquistare la fiducia dei colleghi rendendoti disponibile a farti piacere i film che non ti piacciono. Come in un gioco di figurine”.

E con Clint Eastwood presidente fu semplice?
“Per niente. Io ero influenzabile dai pallini dei critici, così ebbi la pessima idea di squadernare sul tavolo, alla prima riunione, una di quelle riviste con i pareri della critica. Eastwood, persona con me gentilissima, fors’anche per la comune passione jazzistica, si risentì. Mi fece capire subito che dovevamo seguire un’altra strada. Massima autonomia, niente pallini e stellette”.

E poi che cosa accadde?
“Ottenuta una sorta di credibilità, cominciai a spiegare ai colleghi alcune cose sui concorrenti italiani. Mi fu amica e alleata Catherine Deneuve, l’unica che difendesse “Caro diario” insieme al sottoscritto. Io mi sentivo, forse ingenuamente, di dover portare a casa un risultato per l’Italia. L’idea che ribaltò la situazione fu sostenere che la Lisi era la vera protagonista di “La regina Margot”, ben più di Isabelle Adjani. La Deneuve sorrise e approvò”.

E il premio a Moretti?
r. “In genere si arriva alla riunione finale con una rosa di sei-sette film. A quel punto bisogna ripartire i premi, magari dopo aver lavorato ai fianchi, privatamente, i colleghi. Riuscii a far passare la miglior regia a “Caro diario” in cambio di un premietto a un mediocre film francese. Più non fu possibile fare, e mi dispiace: perché “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore avrebbe meritato un premio. Ma mi trovai di fronte a un muro”.

Dunque l’aiutino non sempre arriva a buon fine.
r. “Già. Si discute, si vota, si perde. Però mi pare normale che un giurato difenda i colori nazionali. Di un film italiano io conosco pasta e radici, può servire, dopo la proiezione, parlarne ai colleghi che vengono da posti lontani, renderlo più seducente. Come farebbe un bravo piazzista. Nel mio caso, purtroppo, non vennero, dall’Itala segnali di riconoscenza”.

Quindi il giurato italiano fa la differenza per il film italiani.
“La fa poco se c’è Erri de Luca, che sarà un autorevole scrittore, ma proprio a Cannes non sostenne neanche un po’ il mio “Il cuore altrove”. Con uno Scola o un Pontecorvo sarebbe andata diversamente”.

Lei cita lo scomparso Pontecorvo. In effetti la sua performance alla Berlinale del 1991 resta leggendaria.
“Gillo riuscì in un’impresa miracolosa: tre premi principali a Marco Ferreri, Ricky Tognazzi e Marco Bellocchio. Vede, anch’io sono stato aiutato da colleghi italiani in giuria, specie a Venezia, e li ringrazio. Penso a “Regalo di Natale”, “Noi tre”, “Il papà di Giovanna”. La verità? Anche i premi agli attori sono da intendere come premi ai film”. 

Le giurie di Venezia e di Cannes sono simili?
“Per metodo di lavoro direi di sì. Sono stato giurato al Lido nel 1989 e sulla Croisette cinque anni dopo. Non tutti magari sfoderano lo stesso amore per il cinema, rammento il disinteresse totale di Klaus Maria Brandauer a Venezia, sembrava lì per caso, non vedeva l’ora di andarsene. Diverso è il discorso sulla segretezza”.

In che senso?
“La giuria di Cannes è impenetrabile, non esce nulla del palmarès fino alla cerimonia finale. A Venezia si sa tutto alla mattina. Per non dire delle premiazioni: le più brutte in assoluto. Ci ho fatto sopra anche un film: “Festival”.

A proposito di Venezia, proporrà il suo nuovo film, “Il cuore grande delle ragazze”, a Marco Müller?
“Non ci penso proprio”.

Michele Anselmi

 

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