Chi presiede la giuria? Meccanismi da festival…

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Ai festival di cinema i presidenti di giuria di solito vengono scelti così: il direttore compulsa l’agendina personale e prende a telefonare con qualche mese di anticipo, sperando che il candidato non abbia film da girare nel periodo previsto. Spesso arriva subito il sì che tranquillizza, salvo ripensamenti sempre possibili. Prendete il Festival di Roma: l’anno scorso fu annunciato in pompa magna Giuseppe Tornatore, ma in extremis il regista siciliano diede forfait, sostituito in corsa da Sergio Castellitto.

Martedì s’è saputo che la sesta edizione della kermesse capitolina, guidata dal presidente Gian Luigi Rondi e dal direttore Piera Detassis, avrà una giuria pilotata da Ennio Morricone. Accanto a lui l’étoile del balletto Roberto Bolle. In molti nell’ambiente hanno sorriso, trovando la decisione – va bene che si svolge tutto all’Auditorium della musica – un po’ squilibrata. Vedremo chi completerà l’augusto consesso internazionale, magari un regista, un attore o un critico è il caso di metterli; e del resto un mese fa, alla cerimonia dei David, proprio Morricone s’è detto a disagio nel consegnare i premi, preferendoli ricevere. Quanto a Bolle, con tutto il rispetto per la carriera sulle punte, l’illustre danzatore appare sulla carta un pesce fuor d’acqua. A meno che Rondi, nostalgico delle sontuose giurie che riuniva negli anni Ottanta a Venezia (da Eugène Ionesco a Günter Grass, da Balthus a Renzo Vespignani), non stia pensando a una compagine eclettica, culturalmente interdisciplinare. Di solito non funzionano, fanno pasticci, ma portano lustro.

Certo è che la giuria va messa a punto con cura, in ogni sua componente, specie se un direttore di festival vuole favorire un certo risultato. Poi le variabili sono infinite, sicché può succedere, come a Venezia 2003, che la giuria presieduta da Mario Monicelli, con Stefano Accorsi di rincalzo, sorprendentemente non premi lo straordinario “Buongiorno notte” di Marco Bellocchio. Al contrario era già scritto dall’inizio che a Cannes 2011 gli americani Robert De Niro e Uma Thurman avrebbero regalato la Palma d’oro a “The Tree of Life” di Terrence Malick. Come sapete, l’Italia è tornata a mani vuote dalla Croisette, benché avesse due film coi fiocchi in gara: “Habemus Papam” di Nanni Moretti e “This Must Be the Place” di Paolo Sorrentino. Ma non stupisce: in giuria non figurava neanche un italiano in grado di sostenere i colori nazionali. L’anno scorso ce n’erano due, Alberto Barbera e Giovanna Mezzogiorno, e infatti venne fuori il premio, meritato ancorché ex-aequo, per l’Elio Germano di “La nostra vita”.

Chissà come andrà a Venezia 2011. Non è un segreto che Marco Müller, per la sua ottava Mostra (non sarà l’ultima), avrebbe voluto Bernardo Bertolucci a capo della giuria. Non è andata così, per vari motivi, incluso  un nuovo film da girare a settembre. Così Venezia ha tirato fuori dal cilindro Darren Aronofsky, newyorkese, classe 1969, già Leone d’oro per “The Wrestler”. L’americano è il “cocco” di Müller, sicché non sarà stato difficile convincerlo a tornare al Lido, dove ha presentato in concorso tre dei suoi cinque lungometraggi: “The Fountain” nel 2006, “The Wrestler” appunto nel 2008, “Il cigno nero” l’anno scorso. A proposito del quale si legge sul sito della Biennale: «Un film fenomeno per aver saputo coniugare la sensibilità del cinema indipendente più ardito, in cui Aronofsky s’è formato, con quella del grande pubblico, le dimensioni pulp del melodramma e dell’horror con quella “alta” della ricerca espressiva più originale». Vabbè.

Ci si chiede, adesso, se il giovanotto riuscirà nell’impresa di regalare a Venezia un palmarès inattaccabile. Il ministro Galan reclama da mesi un Leone d’oro a un film italiano. Non lo vinciamo dal 1998, l’anno di “Così ridevano” di Gianni Amelio. Non che il presidente-star sia, di per sé, sia  sinonimo di verdetto perfetto. Nel 2001 Nanni Moretti laureò, sul filo del compromesso, il mediocre “Monsoon Wedding” di Mira Nair. E nel 2008 Wim Wenders, proprio facendo vincere “The Wrestler”, sembrò scegliere la strada più convenzionale, indolore. 

Alla fine dei giochi, mentre il festival di Taormina annuncia il francese Patrice Leconte alla testa della giuria (scelta mica male, spigliata, non prevedibile), già bisogna fare i conti con le dichiarazioni polemiche rilasciate al “Messaggero” da Morricone. Era proprio necessario definire «roba da leghisti» le improvvide sortite pro-Venezia di Galan, alimentando di nuovo una chiacchiera appiccicosa e insensata? No, ma poi viene in mente che uno dei mitici pezzi composti da Morricone per un western di Leone si chiama “La resa dei conti”.

Michele Anselmi

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