Gene Hackman cercasi. Dal cinema alla scrittura…

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Secolo XIX

Che fine ha fatto Gene Hackman? Scrive romanzi, preferibilmente western ottocenteschi, alla maniera di Louis L’Amour. Il suo nuovo, “Payback at Morning Peak”, un titolo che sembra già pronto per un film, è appena uscito negli Usa. E magari non è un caso che sia ambientato nel New Mexico, lo Stato dove il monumentale attore, 81 anni compiuti il 30 gennaio scorso, s’è ritirato a vivere con la seconda moglie, la pianista Betsy Arakawa. Stessa età dell’amico Clint Eastwood, il regista che gli fece vincere il secondo Oscar nel 1993 con “Gli spietati”, Hackman sfodera oggi una barba bianca da grande vecchio, ma in realtà non si sente affatto in pensione. Semplicemente non gli va di interpretare parti da “great-grandfathers”, da grandi nonni insomma: l’ha appena confessato in una spiritosa intervista a “Time”, nella rubrica “10 Questions”, firmata da Belinda Luscombe.

In realtà Hackman offre un dettaglio in più, pure divertente, a suggerire come i tempi siano cambiati, non solo per lui. Rivela che a Santa Fe vede spesso passare i camion e le roulotte delle troupe cinematografiche. Da quelle parti si girano molti film. «Ogni tanto mi piacerebbe andare a scambiare quattro parole con qualcuno, ma mi astengo. L’ultima volta che l’ho fatto una giovane assistente di regia stava pilotando il traffico in un vicolo. Le ho chiesto se assumevano qualche figurante. Mi ha risposto: “No, mi dispiace signore”». Troppo giovane, la fanciulla, per riconoscere  il brutale poliziotto “Popeye” Doyle di “Il braccio violento della legge”, il tormentato spione di “La conversazione”, il cowboy crespuscolare dell’epico “Stringi i denti e vai”, l’idealista fotoreporter di “Sotto tiro”, il rude agente federale di “Mississippi Burning”, il presidente canagliesco e sessuomane di “Potere assoluto”, solo per dirne alcuni.

Del resto, l’uomo non sembra troppo soffrire. Nel 2004 confessò in tv a Larry King di essere praticamente disoccupato. Il suo ultimo film, una commediola di Donald Petrie intitolata “Due candidati per una poltrona” dove fa un ex presidente al quale propongono di fare il sindaco di una cittadina del Maine e invece perderà, risale proprio a quell’anno. Poi nulla. Pensare che il millennio era cominciato bene: con “Heartbreakers – Vizio di famiglia”, “Il colpo”, “I Tenenbaum”, “Dietro le linee nemiche”, “La giuria”. In fondo qualcosa del genere è successo a Sean Connery, sempre classe 1930. Nel 2003, dopo aver girato l’invedibile “La leggenda degli uomini straordinari”, l’ex 007 decise di chiuderla lì, con un semplice annuncio. I soldi non gli mancavano, e forse il cinema aveva smesso da tempo di riscaldare i suoi pensieri. Per entrambi sembra valere il detto: «Alcuni attori invecchiano, altri maturano». Sia Connery sia Hackman hanno saputo intonarsi allo scorrere del tempo senza ricorrere, come Robert Redford o lo scomparso Paul Newman, alla chirurgia plastica, accettando i segni dell’età, pure divertendosi a spiazzare il pubblico: lo scozzese  disfacendosi del parrucchino d’ordinanza per farsi crescere due bei baffoni; il californiano reiventandosi a sorpresa anche come interprete di commedie buffe o crepuscolari.

Poi, certo il Gene Hackman che tutti preferiamo è quello d’azione, tosto e roccioso, dai metodi spicci, dotato di un certo sarcasmo, che sia sbirro, soldato, ladro, sceriffo o avvocato non importa. Pur avendo studiato insieme a Dustin Hoffman, di sette anni più giovane, alla californiana  Pasadena Playhouse, Hackman sullo schermo non esibisce mai il sacro fuoco della recitazione, si fa scivolare addosso i personaggi, anche quelli moralmente esecrabili, con naturalezza grintosa, un po’ alla maniera di  Robert Duvall, di solo un anno più giovane. Dovunque lo metti, sta bene. Anche nei film peggiori, e ce ne sono tra gli ottanta girati, l’attore porta una presenza che lascia il segno, un mix di autorevolezza, carisma e ambiguità. Pure una notevole fisicità. Merito della stazza (è alto 1 metro e 88 centimetri), del naso importante, di quello sguardo tagliente, della voce ruvida ben restituita in Italia dai due doppiatori ufficiali, Sergio Fiorentini e Renato Mori.

E certo la vita piuttosto movimentata avrà contato: a sedici anni si arruolò nei Marines finendo in Cina e al suo ritorno negli States collezionò una serie infinita di lavori umili. Il peggiore dei quali lo ricorda proprio a “Time”: «Fui assunto, insieme ad altri quattro ragazzi, per pulire le poltrone e gli arredi di pelle nel grattacielo della Chrysler. Sempre di notte, un incubo». Sarà anche per questo che odia girare di notte o alzarsi all’alba. Meglio scrivere romanzi di ambientazione western. “Payback at Morning Peak” è il quarto, dopo “Escape from Andersonville”, “Justice for None” e “Wake of the Perdido Star”. L’incipit è intonato al cinema violento che ha reso famoso l’attore-scrittore. Pensate: tornando a casa, il diciassettenne protagonista, Jubal, trova la madre morta, deve sparare al padre che sta bruciando vivo atrocemente e prova a salvare la sorella appena stuprata. «Volevo che Jubal sprofondasse in un buco nero, in modo da avere a disposizione 300 pagine per farlo uscire da lì. Magari ho esagerato un po’, ma era funzionale a risolvere il dilemma» spiega a “Time”. Dettagli curiosi rivelatori dell’uomo: Hackman confessa di non rivedere mai i suoi film in tv e di non ricordare dove siano finiti i due Oscar vinti. Per qualsiasi altro divo hollywoodiano parleremmo di civetteria senile. Con lui no.

Michele Anselmi

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