The Hunter | Rafi Pitts, il cacciatore

The Hunter | Il cacciatore di uomini

E’ ufficiale: dopo Asghar Farhadi, Abbas Kiarostami, Jafar Panahi e Mohsen Makhmalbaf, il cinema iraniano ha un nuovo grande maestro: Rafi Pitts. Il suo ultimo The Hunter – Il cacciatore ne è la palese dimostrazione. Dimostrazione di un cinema che non solo garantisce qualità visiva, ma anche contenutistica, che scandaglia in profondità le pieghe più o meno controverse dell’Iran dei giorni nostri.
 
Ali è da poco uscito di prigione, trova lavoro come guardia notturna di una fabbrica di auto e ha poco tempo per stare con le amate moglie e figlia. Un giorno torna a casa e non le trova: sono tragicamente rimaste uccise durante uno scontro a fuoco on the road tra polizia e ribelli. Ali, accecato dal lutto e dalla rabbia, uccide un poliziotto. Ha così inizio una disperata caccia all’uomo…

Non siamo di fronte al solito plot fotocopia de Il fuggitivo con Harrison Ford, ma ad un soggetto originale che zooma su luci e ombre del popolo iraniano, sui rapporti uomo-donna, ma soprattutto uomo-uomo, tra gente comune e forze armate (e addirittura interne agli “uomini in divisa”). Uno Stato dove si ricerca la sicurezza, ma anche la giustizia “fai da te”, dove la vendetta prende il posto di un buon senso che non ha appigli. Va in scena una Teheran anarchica nel traffico, di donne e bambine perennemente incappucciate dal velo e ufficiali di polizia “omertosi” e distaccati.

Rafi Pitts garantisce qualità sia dietro che davanti alla mdp. Supportato da un omogeneo tono (cromatico) tendente all’algido, è costante il ricorso ad inquadrature fisse mostrate prima in campo lungo e in seguito in piano ravvicinato (come se si frapponesse un invisibile lente d’ingrandimento da mirino di precisione). Ogni sequenza, per di più immobile, è un’opera d’arte. Nei panni di attore, Pitts è quasi one man show, Atlante che trasporta sulle sue spalle il peso dell’intera pellicola. Muso lungo da cane bastonato e rabbioso, parla con la frequenza di un mimo e veicola i sentimenti tramite uno sguardo arcigno e alienato, spento e determinato.

Un’opera che centra il bersaglio della nostra sensibilità, che riempie l’animo sulla lunga distanza. Se infatti la pazienza è la virtù dei forti, lo spettatore è invitato a farne scorta. Ma giunti ai titoli di coda ne sarà profumatamente ricompensato. 
Un film che vale il prezzo del biglietto per la sequenza di apertura (con ancora i titoli di coda che vi scorrono sopra) e soprattutto un finale da applausi, di quelli in cui lo spettatore ha un portentoso calo di adrenalina di fronte alla genialità.    
 
Tommaso Tronconi
 

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