The Conspirator. Impeganto, solido e fuori moda

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su Il Riformista

Non ci crede nemmeno Raicinema che lo distribuisce. Infatti “The Conspirator” arriva domani nelle sale in poche copie, suppergiù un’uscita tecnica in vista dello sfruttamento home-video. Per questo, se interessa, meglio andare a vederlo subito, non resisterà a lungo coi tempi che corrono per il cinema d’autore. E pensare che lo firma Robert Redford, al suo ottavo film da regista, e vi recitano attori di rilievo, anche di un certo peso divistico: da Robin Wright a James McAvoy, da Evan Rachel Wood a Kevin Kline, da Danny Huston a Tom Wilkinson. Poi, certo, bisogna riconoscere che anche in patria “The Conspirator” non ha scaldato i cuori: appena 12 milioni di dollari al botteghino, a fronte di un budget di 20 milioni. Sempre pochi, secondo gli standard hollywoodiani, per un film in costume, pieno di divise e abiti ottocenteschi, con qualche scena di massa e numerosi effetti al computer.

D’altro canto, il settantancinquenne (e molto tinto) Redford ha scelto da tempo un profilo originale: organizza festival sofisticati come il “Sundance”, favorisce l’esordio di giovani cineasti, si impegna in ambiti sociali, usa il residuo potere contrattuale legato allo status star per girare film fuori moda. Pensate, lo sceneggiatore James Solomon cominciò a scrivere nel 1993 il copione di “The Conspirator” e per anni nessuno se lo filò. Racconta: «Tutti coloro che lo leggevano restavano sorpresi. Ignoravano che l’assassinio di Abramo Lincoln rientrò in una cospirazione più ampia, che quella notte del 1865 avvennero più attacchi, che fu un tribunale militare a giudicare i congiurati civili, tra cui una donna, portata in giudizio per i crimini del figlio. “Una storia interessante, ma che relazione c’è col presente?” mi chiedevano. Dopo l’11 settembre non l’hanno più detto».

In queste poche parole c’è il motivo che ha spinto Redford a girare “The Conspirator” (ma perché non tradurre il titolo in italiano?). Non un capolavoro, ma uno di quei film solidi e indignati, allusivi e non faziosi, che parlano dell’America di ieri per dirci qualcosa di pertinente  sull’America di oggi. Difatti il presidente Obama non ha ancora chiuso il carcere di Guantanamo e pare di capire, vedendo il film, che Redford non sia affatto contento. Perché il senso vero di “The Conspirator” sta tutto lì: è giusto, per citare il Cicerone tirato in ballo da un alto papavero di Washington, che «silent enim leges inter arma», che in periodi di guerra la legge tace?

A suo modo, “The Conspirator” è un legal movie, un film che ricostruisce,  sulla scorta di accurate ricerche d’archivio, il discutibile processo che l’esercito istruì a carico dei principali congiurati, essendo nel frattempo stato ucciso in un agguato l’omicida di Lincoln, cioè l’attore John Wilkes Booth. La sentenza era scritta sin dall’inizio. Almeno per i tre principali imputati, David Harold, George Atzerold e Lewis Powell, beccati nel tentativo di assassinare anche il vice-presidente e il segretario di Stato. Ma perché impiccare Mary Surratt? Solo perché sudista e madre di uno dei congiurati scappati? Per dare l’esempio e chiudere la partita col Sud secessionista attraverso una sentenza “esemplare”?

Non trattandosi di un documentario per Current tv ma di un film, Redford si muove nel contesto storico della guerra civile americana (oltre mezzo milione di morti, devastazioni infinite) sposando il punto di vista di un giovane eroe di guerra nordista, il ventottenne Fredrick Aiken, chiamato a difendere davanti alla Corte la signora Surratt. Donna peraltro antipatica, enigmatica, devota cattolica sempre di nero vestita e confederata convinta. Ma le prove del suo coinvolgimento non ci sono, appaiono sfuggenti, costruite ad hoc dall’accusa, su istigazione del potente ministro della Guerra, Edwin Stanton, che vuole chiudere subito la partita mandando tutti sulla forca. Un classico del cinema liberal. Col giovane e brillante avvocato che si ritrova isolato in società, mollato pure dalla fidanzata ed espulso dal country club, per aver osato difendere la «sporca sudista», mentre cresce il peso della Casa Bianca sul processo, al punto che sarà lo stesso neo-presidente Andrew Johnson ad annullare in extremis la decisione di un giudice.

«L’esperienza non vale nulla contro chi cambia la legge a suo piacimento» è la frase chiave di “The Conspirator”. Vi dice qualcosa che riguarda anche noi italiani? E tuttavia il film di Redford non è un fervorino di propaganda che annulla ragioni politiche e strettoie storiche. La congiura ci fu, estesa e insidiosa, pronta a decapitare i vertici dell’Unione proprio mentre la guerra stava finendo con la sconfitta, prevedibile sin dall’inizio ma non scontata nelle conseguenze, del Sud. Pur girato in economia dalle parti di Savannah, e un po’ si vede in certi dettagli architettonici, nei costumi, nella brutta fotografia flou, “The Conspirator” restituisce bene l’aria del tempo, specialmente le opzioni in campo, ovviamente senza “eroicizzare” nessuno, tanto meno il fanatico John Wilkes Booth che colpì di spalle Lincoln gridando alla platea, come Bruto nell’uccidere Cesare, «Sic semper tyrannis». Era la sera del 14 aprile 1865, Venerdì Santo, al teatro Ford di Washington si dava la commedia inglese “Our American Cousin”.

Michele Anselmi

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