Ubaldo Terzani Horror Show | Incontro con Gabriele Albanesi

Parla il regista | Intervista di Marco Chiani

Dopo Il bosco fuori (2006), Gabriele Albanesi dirige Ubaldo Terzani Horror Show, un thriller dalle venature orrorifiche in cui si racconta la storia di un aspirante regista che si trasferisce nella casa del noto scrittore Ubaldo Terzani per essere aiutato con la sceneggiatura del suo esordio cinematografico. Ben presto però la straripante personalità di Terzani mostrerà dei lati oscuri… Cinemonitor ha incontrato il regista per parlare delle fonti del film, delle sue peculiari caratteristiche e della difficoltà di frequentare il genere nel nostro Paese.

Ubaldo Terzani Horror Show nasce come gioco sul genere. E’ l’unico approccio possibile?

Sono un grande amante del cinema e dell’horror in particolare, dunque quando scrivo mi trovo spesso a fare una sorta di patchwork tra varie fonti. Ubaldo Terzani Horror Show, essendo ambientato nel mondo del cinema, si prestava ancora di più al gioco cinefilo, consentendomi di includere molti riferimenti. Il film è disseminato di citazioni anche invisibili, quasi come una specie di Trivial Pursuit cinematografico. Ho girato in alcune location in cui sono ambientate sequenze di storici thriller all’italiana, ho disseminato vari indizi persino negli stessi libri di Terzani. Tutto ciò però non intacca la struttura narrativa del film, che si può seguire anche senza riconoscere le citazioni.

Prima di uscire il film si chiamava Nelle fauci di Ubaldo Terzani con diretto riferimento a Il seme della follia (In the Mouth of Madness) di Carpenter…

Dal film di Carpenter, Ubaldo Terzani Horror Show prende solamente le premesse: la figura dello scrittore di storie truculente, un personaggio ricco di lati oscuri che poi avvolgeranno il protagonista. Per il resto, il mio film è ben diverso, dato che non assume quelle derive più soprannaturali e fantascientifiche che invece caratterizzano Il seme della follia. Ho preferito scrivere una storia dal taglio più quotidiano e realistico, più simile quindi ai romanzi di Stephen King come Misery e La metà oscura, incentrati su temi metaletterari.

Essendo un film sul processo di scrittura, avrai rivisto Barton Fink – E’ successo a Hollywood, La metà oscura, Il pasto nudo

Sicuramente, questo è stato il filone principale di ispirazione, penso anche a Swimming Pool di Ozon oppure a Trappola mortale di Lumet.

Parliamo della prima scena e dell’ombra dello scrittore prima che il protagonista ci entri in contatto, è indicativa di una certa mitizzazione del personaggio…

Sì, volevo far presagire lo spirito malsano del personaggio prima che si palesasse. Ubaldo Terzani è presente nei libri che il giovane regista legge, nei discorsi della gente che lo circonda, si sente nell’aria sin dall’inizio, pur entrando in scena solo alla fine del primo atto. Tutto ciò mi serviva per creare una sorta di alone mitico intorno alla sua figura, un po’ come il Kurtz di Apocalypse Now.

C’è nel tuo film una forte critica nei confronti dell’ambiente cinematografico…

Assolutamente. Partendo da premesse autobiografiche, nella mia seconda prova ho incluso i ricordi delle persone che ho incontrato negli anni in cui cercavo di esordire. Chi mi diceva di lasciar stare, chi sosteneva che l’horror non fosse un genere televisionabile, chi mi rimproverava lo splatter eccessivo… Il film ibrida più generi tra cui questa parte di commedia satirica che guarda anche a certo cinema di Nanni Moretti, come Sogni d’oro.

La fotografia è molto luminosa, realistica, insolita per un horror…

A livello fotografico ho ricercato una cornice naturalistica, dal momento che la storia è d’ambientazione strettamente quotidiana. Dunque una luce più diffusa, senza alcuna chiave espressionista, con l’eccezione però delle visioni oniriche e di tutta la parte finale più visionaria che hanno una forte caratterizzazione cromatica, ottenuta saturando i colori e utilizzando luci colorate tipiche dell’horror italiano.

In Italia si parla di titoli horror anni prima che si riesca a vederli… Per il tuo com’è andata?

Ho scritto la sceneggiatura ancor prima di girare Il bosco fuori, in un momento di forte depressione in cui non riuscivo ad esordire. La storia parte quindi da premesse autobiografiche con tutti i problemi che un giovane deve affrontare per fare horror in Italia. Dopo averlo messo da parte, ho poi ripreso in mano il copione e l’ho proposto a Gianluca Curti di Minerva Pictures che ha deciso di produrlo. A novembre 2009 abbiamo iniziato a girare ed il film è uscito da qualche settimana.

Il prossimo passo sarà quello di una maggiore visibilità…
 
Con il mio terzo film vorrei tentare il salto nel mainstream, considerando che invece i miei primi due titoli sono usciti soprattutto nel mercato Home Video. Sto quindi pensando ad un thriller di forte tensione interpretato da una star. Ho anche intenzione di girare in inglese dato che ormai una pellicola non in lingua inglese ha molta difficoltà ad essere venduta all’estero. Ad ogni modo rimarrò sempre ben ancorato alla realtà italiana, non mi interessa fare un cinema spersonalizzato. Anche Il bosco fuori, che riprendeva dei modelli esteri come Non aprite quella porta, li rifaceva però guardando allo stile dell’horror italiano di Argento e Bava. E poi c’era la provincia romana, l’uso del dialetto, tutti elementi che ho ricercato fortemente: sono contrario alle ambientazioni indefinite, a quei limbo che non ti fanno capire dove sei… Credo che uno dei motivi di interesse agli occhi del pubblico estero sia anche la proposta di caratteristiche italiane ben riconoscibili.

Dopo Il bosco fuori si parlava di una rinascita del genere, in realtà ancora molto lontana, cosa ne pensi?

Nel campo underground ci sono stati nuovi fermenti, si nota una indiscutibile rinascita, mentre nel mainstream, a parte Shadow e Imago Mortis, c’è ancora forte chiusura. Il bosco fuori nel suo piccolo ha fatto un po’ da apripista per le produzioni indipendenti dato che subito dopo si sono iniziati a realizzare film con lo stesso modello produttivo: Stivaletti agli effetti speciali, storie più efferate e splatter, una certa ricerca delle sensazioni forti. Il problema è solo riuscire a far sfociare l’attuale fermento nel mainstream. Ma queste sono tutte avvisaglie di un muro che sta per sgretolarsi sempre di più.
 

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