Il villaggio delle provocazioni. Olmi è un simbolo politico?

L`angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su il Riformista

Il suo nuovo film, “Il villaggio di cartone”, da venerdì nei cinema dopo l’anteprima fuori concorso alla Mostra veneziana, non è proprio una riuscita artistica. Riuscita, semmai, è la provocazione spirituale che l’ottantenne Ermanno Olmi, messa da parte ogni prudenza, propone nelle interviste. «L’idea della libertà che noi cristiani dovremmo avere è molto vicina all’anarchia» ripete il cineasta bergamasco, con l’aria di chi, forte della saggezza ribelle autorizzata dall’età, non si preoccupa neanche un po’ degli attacchi che gli piovono addosso da destra. Sembra quasi divertirsi, anzi, a sfruculiare il governo e dintorni, come attesta quella frase su Berlusconi detta al “Venerdì”. «Un uomo disperato e solo. E ingannato. Perché tutti, intorno, gli hanno detto che erano con lui. Invece non era vero. Lo facevano solo per le loro convenienze. Ho una grande pietas umana per Berlusconi. Se si aprissero le porte di quella chiesa ideale che ho rappresentato nel mio film, seppure con tutte le arrabbiature che mi ha fatto prendere, gli direi: vieni Silvio, siediti accanto a me, e trova anche tu un po’ di pace con te stesso».

Probabilmente si spiega così la reazione antipatizzante del “Giornale”. Proprio ieri il quotidiano di Feltri-Sallusti, commentando l’apparizione del regista da Fabio Fazio e un incontro al Piccolo Teatro Strehler, ha titolato: «Olmi scambia il cristianesimo per la Caritas». Maurizio Caverzan, che un mese fa aveva definito «a un passo dall’eresia» il regista «in passato di più elevato spessore religioso», non la butta in politica, rimprovera a Olmi, da cattolico, di aver «ridotto il cristianesimo a mistica della solidarietà e dell’accoglienza». Nel film il vecchio sacerdote Michael Lonsdale sospira con la voce di Francesco Carnelutti: «Ho fatto il prete per fare il bene. Ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede». Al giornalista la chiesa sconsacrata che ritrova la propria funzione accogliendo un gruppo di immigrati non va proprio giù. Si può capire, per quanto sia sempre rischioso attribuire patenti di ortodossia ed eresia.

La disputa si fa molto meno alata a leggere, sempre sul “Giornale”, un corsivo di Paolo Granzotto. «Con quel suo perennemente inalberato sorriso melenso, trasudante buonismo, Olmi è un campione – un Maestro si potrebbe dire – del “chiagne e fotti”, dell’ipocrisia intellettuale, del conformismo politicamente corretto, del moralismo svenevole ravvivato al seltz dell’impegno morale». Accidenti! Tutto perché, a Venezia, il regista  aveva sostenuto: «Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono. Ed è solo un simulacro. Inginocchiamoci, invece, di fronte a chi soffre, ai ragazzi devastati dalla droga, a questi migranti che arrivano a noi dopo infinite sofferenze. È l’unico modo per lodare Dio». Si può discuterne, certo. Granzotto però arriva subito al sodo: «Olmi possiede una bella, grande e confortevole dimora dalle parti di Asiago: mostri dunque di essere coerente, comincia ad accoglierne frotte e a quotidianamente genuflettersi al loro cospetto, così fa anche esercizio».

Vedrete che nei prossimi giorni, per non essere da meno, pure “Libero”  sfodererà argomenti simili. Col risultato di trasformare Olmi in una sorta di vessillo del centrosinistra: magari un nemico giurato della Bossi-Fini, di sicuro un devoto pentito «in odore di eresia». E pensare che il regista, al quale si deve “E venne un uomo” sulla figura di Papa Giovanni XXIII, ripete semplicemente: «Non credo più alle chiese religiose, laiche e culturali». “Il villaggio di cartone” coerentemente mette in scena il suo pensiero. Partendo, appunto, da un luogo di culto appena svuotato, senza più crocifisso appeso alla cuspide, quadri e addobbi sacri.

Curvo e desolato, il parroco è preso dallo sconforto. «Che cosa farò qui da solo?» si chiede. Ma di notte, mentre da fuori arrivano rumori di spari, sirene ed elicotteri, quei locali spogli si popolano di altri “fedeli”. Sono immigrati clandestini, tutti africani: un uomo è ferito, una donna ha appena partorito, un ragazzo nasconde un ordigno esplosivo. Per il sacerdote demotivato la resurrezione parte da lì.

Dedicato agli scomparsi  Suso Cecchi d’Amico e Tullio Kezich, “Il villaggio di cartone” è un apologo un po’ oracolare, mai realistico, alla maniera del felliniano “Prova d’orchestra”. Ogni personaggio racchiude un simbolo, dialoghi e monologhi custodiscono il pensiero del regista sulle nuove forme della missione sacerdotale. Peccato che il film, ribollente di sentimenti e meditazioni, ma poetizzante nello stile, non colga il bersaglio: troppa musica, troppe suggestioni, troppi schematismi. Meglio sentir  parlare Olmi nelle interviste.

Michele Anselmi

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